Sei seduto nell’ufficio di Fernando Pessoa, a Lisbona, in Praça do Comércio, e capisci subito che qualcosa non torna. La scrivania è quella di un ragioniere, non di un poeta. Ci sono fogli di carta commerciale, lettere da tradurre per la ditta Moitinho de Almeida, concessionaria portoghese della Coca Cola, ci sono bozze di slogan per quella bibita americana che conquista il mondo, ci sono conti da fare e scadenze da rispettare. L’uomo che lavora qui ha gli occhiali tondi, i baffetti, uno sguardo da funzionario che non ha mai fatto carriera. Si chiama Fernando Pessoa (nella foto, il suo ritratto fatto da José de Almada Negreiros) e traduce corrispondenza commerciale dall’inglese, perché l’inglese lo conosce bene, ha studiato a Durban, in Sudafrica, e poi è tornato a questa città di tram e di nebbia sul Tago, a questa metropoli periferica dove tutti aspettano qualcosa che non arriverà mai. Guardi i fogli, le carte ammassate, il disordine metodico di chi vive dentro la propria testa molto più che nel mondo, e ti chiedi quante vite stia abitando questo uomo contemporaneamente, quante maschere abbia appeso al chiodo prima di mettersi quella del traduttore e andare al lavoro.
Bauli di documenti
La risposta è nei bauli. Pessoa lascia alla morte, nel 1935, una cassa di legno con dentro ventisettemilacinquecento documenti, fogli scritti a mano, abbozzi, poesie, trattati, note filosofiche, lettere mai spedite, manifesti politici. Un tesoro che l’umanità impiegherà decenni a inventariare, a comprendere, a pubblicare. Dentro quei bauli ci sono almeno settantadue persone, settantadue identità letterarie che Pessoa chiama eteronimi, non pseudonimi, perché la differenza gli pare sostanziale e te la spiegherebbe con pazienza certosina, come fosse una questione di fisica e non di letteratura. Ricardo Reis scrive odi neoclassiche da monarchico convinto. Alberto Caeiro è il poeta della natura, semplice fino alla brutalità. Álvaro de Campos è l’ingegnere navale futurista, quello che urla in versi liberi e saluta Whitman come un fratello lontano. Bernardo Soares è il ragioniere di commercio che scrive il Libro dell’inquietudine, lo stanco contabile del nulla che ti assomiglia più di quanto tu voglia ammettere. Seduto a questa scrivania, in questo ufficio che odora di carta e di tempo, capisci che Pessoa non è un uomo che usa pseudonimi per nascondersi. È un uomo che si moltiplica perché il singolo non gli basta, perché l’individualità ha confini che gli fanno male, perché la libertà vera richiede di essere molti e non uno solo. Ed è qui che entra la politica, ed è qui che la cosa si fa interessante davvero.
Anarchico conservatore
Pessoa è un anarchico conservatore, un liberale che detesta le masse, un nazionalista che non sopporta il cattolicesimo, un capitalista che crede nella rivoluzione individuale come unica rivoluzione possibile.
Nel Banchiere anarchico la scena è semplice. Una cena che si prolunga, la tavola ormai vuota, il sigaro acceso di chi non ha fretta di tornare a casa. Il narratore siede di fronte al suo amico banchiere, capitalista notorio, monopolista per vocazione, e gli chiede se è vero che da giovane era anarchico. La risposta è un capolavoro di logica perversa, un ragionamento che si svolge per ore e che non ammette obiezioni perché non ne lascia in piedi nessuna. Il banchiere non ha rinnegato nulla, dice. È ancora anarchico, lo è sempre stato, lo è oggi più di prima. Il problema è che gli altri anarchici sono degli illusi, dei mistici, degli sciocchi che credono che la libertà si conquisti insieme, in gruppo, con le bombe o con i sindacati, quando invece la sola rivoluzione autentica è quella che libera un individuo alla volta, a partire da se stessi. Il banchiere, dunque, ha fatto l’unica cosa sensata: si è arricchito. Ha accumulato denaro, e con il denaro si è comprato la libertà dalla finzione del denaro stesso.
Tram e salsedine
Seduto all’ufficio di Pessoa, guardi questa scrivania e capisci che il banchiere parla con la voce del suo creatore. Non perché Pessoa fosse ricco, non lo era, traduceva lettere commerciali per sopravvivere e moriva povero come era vissuto, ma perché quella visione del mondo, quella diffidenza radicale verso ogni forma di aggregazione, quella convinzione che la libertà vera sia sempre e soltanto individuale, che le masse siano per definizione gregge, che il conformismo sia il vero nemico e non il capitalismo, quella visione era sua, profondamente sua, la stessa che lo portava a mantenere allo stesso tempo posizioni di destra e di sinistra, a difendere il liberalismo contro i fascisti e contro i socialisti, a credere nella nazione portoghese come entità spirituale e a detestare ogni clericalismo, a essere nazionalista senza essere statalista, conservatore senza essere reazionario.
Fogli sulla scrivania
Guardi ancora i fogli sulla scrivania. Fuori dalla finestra Lisbona ha il suo odore di pesce e di sale e di tramvia, quella città che Pessoa amava come si ama una malattia cronica, con rassegnazione e con tenerezza. È tornato qui, in questa città di crepuscoli e di saudade, in questo ufficio dove il presente non esiste. Pensa al baule. Pensa a settantadue persone che abitano un uomo solo. Pensa al banchiere anarchico che si libera comprandosi la libertà e non riesce a liberare nessun altro perché aiutare gli altri sarebbe una tirannia. Pensa a Pessoa che scrive di notte, che inventa vite che non ha vissuto, che costruisce sistemi politici elaboratissimi e poi li attribuisce a personaggi immaginari, che non pubblica quasi nulla in vita, che vive nell’anonimato come scelta estetica prima ancora che come destino. Il banchiere anarchico non è un racconto sul capitalismo libertario. È un racconto sulla solitudine come forma di libertà, sull’individuo che si salva da solo o non si salva affatto, sulla rivoluzione che non può essere collettiva perché il collettivo è già una prigione. L’unica rivoluzione possibile è quella che libera una persona sola. Quella persona sei tu.
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