L’Italia non è un Paese per giovani. Lo si dice spesso, come se fosse una iattura. Ed è un fatto preoccupante che nel 2025 in Italia siano nati solo 355 mila bambini e che 170 mila under 30 decidano ogni anno di andarsene dall’Italia; ma c’è un dato della realtà che dovrebbe essere misurato con le positività che produce. Secondo le stime di Itinerari Previdenziali – che ha applicato all’Italia la stessa metodica usata da Oxford Economics per l’Ue – la Longevity Economy genera un’occupazione pari a circa 5,6 milioni di lavoratori, ricomprendendo badanti regolari e irregolari, personale delle Rsa, personale medico e fornitori di beni e servizi per gli over 65. E questo dato aumenta a oltre 9 milioni di occupati ricomprendendo anche i circa 3,5 milioni di posti di lavoro aggiunti tra nuove attività, servizi e start-up sui consumi degli over 50.
L’impatto generato da beni e servizi rivolti agli over 50 italiani è quantificabile in poco meno di 715 miliardi, pari a circa un terzo del Pil. Numeri consistenti che trovano conferma anche circoscrivendo il perimetro ai soli ultra 65enni: in questo caso si stimano circa 363 miliardi, il 17% del Pil.
Insomma, i Longennial – usando il neologismo che identifica una generazione “ibrida” vicina ai Baby boomers, ma anche un po’ trasversale, dai 55 ai 74 anni – non sono un costo, anzi sono un’opportunità. Anche perché «quelli che ai tempi della riforma Brodolini del 1969 erano ritenuti “vecchi”, oggi sono “giovani anziani” che non vogliono essere messi in panchina, ma sono desiderosi di essere utili alla collettività, di avere un ruolo sociale riconosciuto», come sostiene Alberto Brambilla che guida il Centro Studi Itinerari Previdenziali ed è autore di un volume, Longevity Economy. Da Silver a Longevity. La grande economia dei prossimi decenni che racconta questa trascurata risorsa del Paese.
A fronte di una platea totale costituita da 28,269 milioni di over 50, al 2024 gli ultra 65enni sono circa 14,3 milioni e rappresentano il 24,3% della popolazione: una percentuale destinata a salire, secondo le proiezioni Istat, al 30% nel 2035 e fino al 34,5% nel 2050.

Cambia dunque la struttura per età della popolazione e si modifica la composizione delle famiglie che si fanno sempre più spesso mononucleari: gli over 65 italiani che nel 2024 vivono completamente soli sono 4,6 milioni ma saranno ben 6,5 milioni nel 2050. Soli, ma benestanti. I Longennial italiani detengono il 75,9% dell’intera ricchezza immobiliare del Paese e il 75,91% della ricchezza mobiliare. Non solo, secondo i dati di Bankitalia la fascia 51-65 anni dispone del reddito medio equivalente per caratteristiche del capofamiglia più alto e pari a 23.110 euro, superati proprio dagli over 65 con 24.090 euro. Nel 2006, questa stessa fascia di età aveva invece un reddito medio equivalente di 17.100 euro e faceva peggio degli under 40, che registravano un valore medio di 17.829 euro: oggi, la forbice tra le due classi è di quasi 3.000 euro.
Se guardiamo al mondo delle imprese, si scopre che il 36% dei titolari di Pmi del Paese ha più di 60 anni; il 20% 65 anni, con punte del 25% e del 27% in Lombardia e Veneto. «Su 4,9 milioni di Pmi quasi un milione sono gestite da over 65: supponendo un fatturato di 3 milioni e un valore aggiunto del 10% in gioco ci sarebbero circa 300 miliardi di Pil», puntualizza Brambilla. E poi c’è il fenomeno delle “pantere grigie”, i lavoratori over 65 che non mollano. Oggi 782 mila over 65 proseguono l’attività dopo il pensionamento, mentre quelli che aiutano nell’attività di famiglia sono quasi 300 mila, per un valore aggiunto sul Pil che supera (al netto della pensione) i 33 miliardi.
Soli, benestanti, lavoratori accaniti, ma anche altruisti, o per lo meno socialmente coinvolti. Sono spesso caregiver nelle loro famiglie di origine. Secondo una indagine di Itinerari Previdenziali con Format Research, un terzo dei Longennial si occupa di un familiare fragile: il 19,8% lo fa regolarmente e il 12,4% ogni tanto. In media, il 40,3% degli intervistati si prende poi cura di figli o nipoti regolarmente, dato in rialzo di quasi 5 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione del 2022. Dove non arriva la prossimità fisica, intervengono anche gli aiuti finanziari: il sostegno economico nei confronti di figli o nipoti è saltuario per il 41,1% degli intervistati e addirittura assiduo per il 32% dei rispondenti. Un’ulteriore riprova di un ruolo sociale di rilievo non solo in ambito domestico ma anche a supporto della comunità arriva poi dai dati che indicano che più di un terzo dei Longennial (il 36,7%) fa volontariato.
«Continuare a considerare l’invecchiamento un costo è un errore, prima ancora che sociale, economico. Siamo di fronte a uno dei principali motori di crescita dei prossimi decenni – ha commentato Stefano Cuzzilla, presidente di Cida, la Confederazione sindacale che rappresenta i dirigenti – Non servono più politiche per assistere i senior. Servono infrastrutture per la loro autonomia. I cosiddetti Silver o Longennial non chiedono protezione: chiedono strumenti per restare attivi, produttivi, indipendenti».
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