La popolazione italiana invecchia, le famiglie mononucleari aumentano, i servizi di cura alla casa e alla persona sono sempre più indispensabili. L’esercito di colf e badanti diventa più numeroso, anche se molto spesso invisibile, almeno al Fisco e all’Inps. L’Istituto di previdenza ha registrato poco meno di 900 mila contratti di lavoro (tra colf e badanti), ma entro il 2029 si stima che il fabbisogno di questa polivalente manodopera sarà superiore a 2,2 milioni di lavoratori (in realtà perlopiù lavoratrici). Secondo l’Istat il tasso di irregolarità (sommando il lavoro nero a quello solo parzialmente regolarizzato) nel settore sfiorava il 50% un paio d’anni fa, più del doppio di quello registrato in agricoltura, cinque volte tanto la media nazionale, stimata intorno al 10%.
Le ragioni di questa clamorosa sottrazione di risorse al Fisco e alla contribuzione previdenziale obbligatoria sono molteplici: la natura privata del rapporto (che si svolge all’interno delle abitazioni), la difficoltà di controllo da parte degli organi ispettivi, il risparmio economico per le famiglie datrici di lavoro e, in molti casi, la condizione di fragilità dei lavoratori, spesso donne straniere con una posizione migratoria precaria, quindi esposte a qualche piccolo o grande sopruso in relazione ai propri diritti, talvolta calpestati. Di certo si tratta di un mercato – quello dei servizi di cura alla persona (badanti) e alla casa (colf) – in continua espansione, anche in ragione della rivoluzione demografica in atto. In base ai recenti dati Istat riferiti al 2026 l’Italia sarà sempre più un Paese per vecchi: i ragazzi fino a 14 anni sono circa 6,8 milioni (11,6% della popolazione), in diminuzione rispetto al 2025; la popolazione in età attiva (15-64 anni) scende a 37,3 milioni (63,2%).
Al contrario, cresce la componente anziana, con quasi 14,8 milioni di over 65 (25,1% del totale della popolazione), aumentata di oltre 240 mila persone. In forte espansione anche le fasce più anziane: gli ultraottantacinquenni superano i 2,5 milioni, mentre gli ultracentenari raggiungono circa 24.700 individui. L’allungamento della vita media nel tempo, accompagnato a un tasso di fecondità che resta a livelli tra i più bassi nel mondo, ha portato l’Italia a una struttura della popolazione particolarmente invecchiata. In base ai dati Eurostat l’età mediana (quella che divide in due metà uguali la popolazione) è di 49,1 anni la più alta nell’Unione Europea che registra un valore complessivo di 44,9 anni.
Si tratta di numeri imponenti che non possono non rappresentare una sfida per il sistema di welfare e, più in generale, per il Paese. Anche perché in base alle previsioni dell’Istituto di Statistica, nei prossimi decenni il processo di invecchiamento della popolazione è destinato ad accentuarsi significativamente: la quota di individui con 65 anni e più potrebbe passare da meno di un quarto della popolazione nel 2024 (24,3%) a oltre un terzo nel 2050 (34,6%). In questa trasformazione demografica e sociale sarà inevitabile veder crescere il numero di addetti alle attività di cura: e si tratta di un lavoro che l’intelligenza artificiale certamente non potrà sostituire.
Ma a quanto ammonta il flusso di nero e di sommerso? Qui la stima si fa più scivolosa. Non è facile individuare una media di retribuzione per colf e badanti: dipende se si tratta di lavoratori e lavoratrici conviventi con il datore di lavoro, oppure prestatori d’opera occasionali. E per quante ore settimanali e mensili? Una badante convivente a tempo pieno (54 ore settimanali) può costare alle famiglie circa 1.800-2.500 euro al mese, includendo stipendio, contributi previdenziali, vitto e alloggio, ferie e tredicesima.
Una badante convivente di livello Cs (non formata) con 54 ore/settimana ha uno stipendio lordo minimo mensile intorno a 1.130 euro, a cui però vanno aggiunte tredicesima, ferie, Tfr e vitto e alloggio, che fanno salire il costo totale mensile a circa 1.450-1.500 euro. Il pianeta colf è ancora più frammentato e più raramente comprensivo di vitto e alloggio: difficile immaginare però una media retributiva inferiore ai 500 euro al mese. Con punte che possono essere anche superiori ai 2.500 al mese se si tratta di lavoro a tempo pieno con vitto e alloggio.
Se dovessimo immaginare 1.000-1.300 euro al mese di media per lavoratore domestico, potremmo dire senza sbagliare che il nero vale almeno 1,5 miliardi di euro. Il fenomeno è cresciuto col tempo e con l’affievolirsi dei legami familiari di sostegno. L’ultimo rapporto Assindatcolf riassume così l’evoluzione: «La famiglia è stata per molto tempo il principale sostegno per gli anziani non autosufficienti, anche se le reti familiari e informali mostravano già segnali di indebolimento a causa dei cambiamenti demografici e sociali. Nel 2019 oltre il 50% degli anziani riceveva aiuto dai familiari, il 17% si avvaleva di assistenza a pagamento e il 6,4% di altre forme di supporto; tra gli anziani con gravi difficoltà nella cura personale, circa l’84% riceveva sostegno familiare, spesso combinato con altri tipi di assistenza. L’aiuto a pagamento riguardava circa il 36% dei casi, ma era fortemente condizionato dalle condizioni economiche: era molto più diffuso tra gli anziani con redditi alti rispetto a quelli con redditi bassi».
Ad accentuare il flusso del “nero” contribuisce anche il ricorso a lavoratrici e lavoratori domestici sempre meno giovani, quindi meno motivati a “farsi mettere in regola”. Secondo i dati Inps cresce il numero di lavoratori domestici “anziani” anche tra quelli contrattualizzati: nel 2024 oltre l’11% della forza lavoro del settore era rappresentata da persone con più di 65 anni di età. Anche la percentuale di lavoro domestico svolto dagli italiani (o dalle italiane) – circa il 30% del totale – potrebbe giustificare un ricorso al nero. La forza lavoro immigrata è motivata a chiedere una regolarizzazione contrattuale, magari a condizioni inferiori al lavoro effettivamente svolto, per poter avere il permesso di soggiorno.
peculiarità geografiche La stima della popolazione over 65 anni che nel 2026 riceverà aiuto a pagamento da un o una badante, si attesta intorno al milione di persone, ovvero il 44% delle persone che necessitano di aiuto. Nelle regioni del Sud e delle Isole troviamo le quote più basse per il ricorso all’aiuto a pagamento, con Campania, Sicilia e Calabria intorno al 32% sul totale delle persone che hanno bi sogno di assistenza. Viceversa, in quelle del Centro-Nord (con la Toscana a guidare la graduatoria) si riscontrano le percentuali più elevate, tra il 50,5% e il 52,5%. In questa forbice territoriale giocano sempre i due fattori: al Sud le reti familiari sono un po’ più resistenti e così come l’opacità del mercato.
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