Nell’era degli algoritmi, la tuta blu si prepara a riconquistare una nuova centralità del lavoro. Ma non, come prevedeva Das Kapital di Karl Marx, dalla lotta contro le macchine, bensì dai limiti delle macchine stesse. Perché mentre ChatGpt scrive email, prepara report, sintetizza bilanci, traduce documenti e sostituisce una parte crescente delle mansioni d’ufficio, tipiche dei colletti bianchi, continua a non saper montare un ponteggio, riparare una caldaia, posare un pavimento o saldare una trave in un cantiere. Resta inerme persino nella costruzione dei data center, così indispensabili per la sua stessa sopravvivenza. Cavi in fibra ottica, cemento armato, impianti di raffreddamento, strutture di accumulo dell’energia, mani umane sono tutti indispensabili all’interno di questa filiera. La vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale, dunque, potrebbe non essere la scomparsa del lavoro umano, ma la sua ridefinizione gerarchica. A favore proprio di quelle professioni che per anni il mercato e la cultura hanno considerato minori: elettricisti, idraulici, manutentori, tecnici specializzati, operai qualificati.
Mestieri che richiedono presenza fisica, adattamento all’imprevisto, coordinazione in ambienti reali, magari pure disordinati e mai identici tra loro. Tutte cose che un robot non sa fare e, se mai lo imparerà, impiegherà molto tempo ancora per apprenderle ed eseguirle con una certa flessibilità cognitiva e pratica in uno spazio non standardizzato come quello dei nostri edifici e delle nostre case. Insomma, nel pieno della rivoluzione digitale, il lavoro manuale torna a essere una risorsa scarsa, concreta e difficilmente automatizzabile. Una rivincita operaia inattesa, scritta nelle righe di codice della Silicon Valley anziché nei manifesti di critica economica .
L’IA rischia così di licenziare impiegati per assumere operai. È quello che sta accadendo già tra i big tech d’Oltreceano. Ultima, in ordine temporale, Meta che lo scorso mese ha annunciato l’intenzione di tagliare il 10% della propria forza lavoro, licenziando circa 8.000 dipendenti, ma allo stesso tempo ha lanciato l’allarme sulla carenza di manodopera specializzata per la costruzione delle infrastrutture fisiche necessarie a sostenere i modelli di intelligenza artificiale. Tant’è che ha avviato un’iniziativa pluriennale per formare rapidamente e gratuitamente migliaia di americani, trasformandoli in tecnici altamente qualificati e ben retribuiti. Anche BlackRock, la più grande società di investimento al mondo, ha sottolineato come il boom dell’intelligenza artificiale genererà una marea di posti di lavoro legati a mestieri essenziali come elettricisti, saldatori e idraulici, tagliando parte dei lavori da ufficio. E anche in questo caso, ha lanciato un programma da 100 milioni di dollari, “BlackRock Future Builders Initiative”, per creare una forza lavoro in grado di supportare fisicamente l’espansione delle infrastrutture negli Stati Uniti, attraverso progetti di apprendistato e inserimento professionale.
Nelle economie avanzate il problema è già evidente. Secondo una ricerca di Randstad, entro il 2033, ben 1,9 milioni di posti di lavoro nel solo settore manifatturiero americano, vale a dire quasi il 50% di tutte le nuove posizioni, potrebbero rimanere vacanti a causa di un’enorme carenza di competenze. In Europa, la traiettoria sembra essere simile, considerando che già oggi edilizia specializzata e manutenzione industriale figurano stabilmente tra i comparti più colpiti dalla scarsità di personale di fronte a una domanda crescente di tecnici, installatori, saldatori, operatori specializzati.
Una rivoluzione che obbliga le economie a ridefinire il prestigio sociale del lavoro manuale. Per decenni scuole e famiglie hanno spinto intere generazioni verso lauree e professioni d’ufficio; oggi il mercato sembra chiedere l’opposto: professioni altamente tecniche che non necessariamente richiedono una laurea tradizionale, ma competenze pratiche, apprendistato e specializzazione continua. Figure ibride, dove convivono competenze digitali e capacità manuali. L’elettricista che installa sistemi domotici intelligenti, il manutentore che lavora con sensori IoT, l’artigiano che utilizza software di modellazione e macchinari laser. Non certo il ritorno nostalgico alla fabbrica fordista, ma una nuova manifattura ad alta competenza.
Anche culturalmente qualcosa sta cambiando. Sempre più famiglie iniziano a percepire che una laurea non garantisce più automaticamente stabilità economica, mentre molti mestieri tecnici assicurano redditi elevati, domanda crescente e possibilità imprenditoriali. Negli Stati Uniti, oggi solo il 16% dei genitori sostiene che una laurea universitaria offra ai propri figli una garanzia di sicurezza lavorativa e circa il 40% li incoraggerebbe a intraprendere una professione specializzata. Oltre a una maggiore sicurezza di impiego nel futuro, queste mansioni si riscoprono anche redditizie per i giovani della Generazione Z con spirito imprenditoriale. Alcune attività artigianali autonome, infatti, generano un giro d’affari superiore a quello di molte professioni impiegatizie considerate prestigiose: un’attività in proprio nel settore idraulico non è lontana dal fatturare mezzo milione di dollari e quasi il 21% di queste riesce a fatturare addirittura più di 1 milione di dollari.
E l’Italia? Qui le imprese denunciano già da anni difficoltà nel reperire operai specializzati, artigiani e tecnici qualificati. Secondo l’ultimo rapporto Cnel-Unioncamere, in 46 casi su 100, vale a dire quasi la metà, le aziende fanno fatica a coprire le posizioni lavorative ricercate, confermando il disallineamento tra competenze disponibili e fabbisogni occupazionali. Costruzioni, metalmeccanica, elettronica, edilizia avanzata, meccanica di precisione: interi comparti non trovano personale. Contemporaneamente, diminuisce la domanda per figure apicali e amministrative, in particolare per dirigenti (-20%), professioni intellettuali (-12%), oltre che impiegati (-8%). Il paradosso italiano è che il Paese possiede uno dei patrimoni artigianali più sofisticati al mondo, dalla meccanica di precisione al restauro, dalla liuteria alla sartoria, ma rischia di perderlo per mancanza di ricambio generazionale.
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