Guadagno facile, Internet e influencer finanziari improvvisati. Eccolo, il trittico perfetto per gabbare ignari o sprovveduti investitori raccattati su Whatsapp o Telegram e convincerli ad acquistare azioni o criptoasset dai nomi esotici con la promessa di incassare un sacco di soldi senza rischiare nulla. In gergo, si chiama pump&dump, gonfia e affonda. Un fenomeno nato negli Usa e che sta travolgendo molti italiani. Un esempio? È il 10 maggio scorso. È notte fonda negli Stati Uniti. Un post su X. «Bitches / Money / No Taxes / Party». Nient’altro. Un semplice slogan o un manifesto programmatico. Che forse sarebbe caduto nel dimenticatoio se non che a scriverlo è Elon Musk e che viene subito dopo accompagnato da un altro post, se vogliamo ancora più esplicito. «Don’t cut your balls off, guys, really». Ovvero: «Non tagliatevi le palle, ragazzi, davvero». Nessuno dei due rimarrà a lungo online se non quel tanto che basta per totalizzare quasi 50 milioni di visualizzazioni e, soprattutto, dare il via a una corsa sfrenata, durata poco più di 24 ore, ad accaparrarsi su Pump.fun la criptovaluta Bmntp, acronimo che sta appunto per «Bitches/Money/No Taxes/Party». Risultato: milioni di dollari di margine. Ma per chi?
Questo genere di truffe è sempre esistito. «In ambito azionario è diventato sempre più difficile aggirare i “controllori” e ripetere le truffe narrate anche da Wolf of Wall Street», ricorda Gabriele Del Mese di Moneyviz, che ne ha scritto nella rivista Criptowallet. Se qualche traccia di schemi pump & dump resta su alcune azioni a bassa capitalizzazione su mercati più opachi, in ambito cripto la frequenza ed i volumi stanno crescendo di anno in anno, tanto che la Sec – la Consob Usa – ha erogato sanzioni per 8 miliardi di dollari. Ci sono almeno 23 milioni di persone truffate così, c’è chi ha visto sparire 27 milioni di dollari in cinque minuti e chi ha visto lievitare il valore del criptoasset del 1.827% in un minuto
Partiamo dalla piattaforma. Pump.fun è costruita sulla blockchain Solana. Qui chiunque può estrarre, lanciare e scambiare memecoin a costi pressoché inesistenti. È, insomma, una piattaforma di lancio automatizzato che dovrebbe azzerare il rug pull, quando cioè gli sviluppatori abbandonano il progetto in corsa. Tuttavia è difficile, se non impossibile, risalire a chi c’è dietro a un’operazione come quella che, nel giro di pochi secondi, ha trasformato il post di Musk in un token. Tuttavia, come scrive The Crypto Times, «la velocità dell’implementazione riflette quanto sia diventata profondamente automatizzata la pipeline Musk-to-token». Bastano pochi click e meno di 5 di dollari in Sol, la cripto di Solana. «Non dobbiamo nemmeno pensare che i truffatori siano sempre sofisticati gruppi organizzati: le cronache ci hanno raccontato perfino di un 13enne che in diretta streaming ha sottratto 30 mila dollari grazie a un token crypto creato, pompato e scaricato subito dopo», ricorda Del Mese.
Secondo un’inchiesta curata da Giorgio Scura e dagli esperti di Decripto.org «dall’inizio di settembre 2025, decine di messaggi circolati in chat italiane e internazionali hanno spinto centinaia di risparmiatori a comprare azioni di società poco note ma presentate come “certificate Nasdaq”. In poche ore i prezzi salivano in modo anomalo, per poi crollare bruscamente». Parliamo di almeno duecento casi – da Uni-Fuels Holdings a Delixy Holdings, da Reitar Logtech a NusaTrip Inc. – di titoli Nasdaq di piccole società asiatiche.
Ma torniamo al post di Mister Tesla. Poche ore dopo la pubblicazione su X la cripto Bmntp già esplode. La sua capitalizzazione oscilla da meno di 100 mila dollari a un milione e mezzo. Ma il fenomeno non si circoscrive al solo token scambiato su Pump.fun. Quasi contemporaneamente spuntano token copycat, ovvero asset digitali creati su misura per seguire la scia di operazioni che stanno avendo successo. «Il lancio di $Bmntp segue uno schema preciso – spiega The Crypto Times – Musk scrive un post, trader anonimi lo trasformano in un token, i primi che entrano fanno guadagni a tre cifre e chi arriva tardi assorbe la discarica». Era già successo il mese scorso quando una risposta del numero uno di Tesla aveva contribuito a creare la cripto $Asteroid. Nel giro di tre ore un solo trader aveva trasformato un Eth in 474 mila dollari. Altro che i razzi di SpaceX, insomma. E ancora: a gennaio il post di un venture capitalist, Chamath Palihapitiya, che faceva riferimento a Musk («Just let me buy $Elon»), aveva contribuito alla creazione $Eloncoin, mentre nel febbraio 2025, quando Musk aveva cambiato il nome in Harry Bolz, il token creato aveva pompato il 17.000% in 30 minuti. Secondo The Crypto Times, però, «il ciclo di vita più drammatico» si è toccato nel 2025, quando sempre Musk aveva cambiato il nome di visualizzazione in Gorklon Rust. Un’operazione che aveva prodotto «una capitalizzazione di mercato di 70 milioni di dollari e 200 milioni di dollari di volume giornaliero in 48 ore, seguita da un crollo a meno di un milione all’inizio del 2026». «Contro questi schemi tra metodo Ponzi e metodo Maddoff serve sempre un check sull’investimento da parte di un professionista terzo di fiducia e indipendente», ricorda l’avvocato David Paparoni, legale specializzato anche in truffe criptoasset.
Oltre ai clamorosi sbalzi legati al valore di queste monete digitali c’è un secondo problema, la truffa dei copycat: pochi minuti dopo la creazione, vengono replicati altri token con ticker identici o quasi che non permettono di capire più qual è l’originale. Non è la regolamentazione a risolvere il problema di scelte avventate, «pompate» da discutibili influencer e vomitate sui social, con un passaparola che rischia di trasformare gli investitori in involontari complici di operazioni che prosciugano il portafoglio. «Ma è una scorciatoia mentale che non va demonizzata in toto perché spesso il progetto viene raccontato bene e sembra davvero essere una opportunità plausibile», sottolinea Del Mese, che ricorda come alcuni progetti siano stati «sponsorizzati anche da celebrità sebbene dietro ci fossero team opachi o società registrate in paradisi fiscali». Un esempio? Il memecoin $Corona di Fabrizio Corona, sanzionato dalla Consob con 200 mila euro perché non autorizzato.
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