Nel mondo dell’agricoltura le donne hanno un peso sempre più importante. Moneta ne ha parlato con Mariafrancesca Serra, presidente di Donne Coldiretti.
La Fao ha proclamato il 2026 Anno internazionale della donna in agricoltura. Che significato ha questo riconoscimento?
«Ha un significato molto profondo, perché rappresenta il riconoscimento del ruolo strategico che le donne svolgono nell’agricoltura, nell’economia e nella tenuta sociale dei territori. Per troppo tempo il lavoro femminile nelle campagne è stato raccontato come marginale, mentre sappiamo che senza le donne non esisterebbe una parte fondamentale del made in Italy agroalimentare. Quasi un’impresa agricola su tre è guidata da una donna e parliamo di quasi 200 mila aziende che producono valore economico, occupazione, innovazione e tutela ambientale. Le donne hanno contribuito a trasformare l’agricoltura italiana rendendola più moderna, multifunzionale, sostenibile e vicina ai cittadini. Il riconoscimento della Fao deve servire anche ad aprire una riflessione politica: servono strumenti concreti per favorire accesso alla terra, credito, innovazione, servizi e conciliazione tra vita e lavoro nelle aree rurali».
Le donne sono state centrali anche nella trasformazione del modello agricolo.
«Le imprenditrici agricole sono state protagoniste di una rivoluzione silenziosa. Agriturismi, fattorie didattiche, agricoltura sociale, vendita diretta, educazione alimentare: la multifunzionalità agricola è cresciuta soprattutto grazie alla capacità delle donne di integrare produzione, sostenibilità, welfare e rapporto con le comunità locali. Le donne hanno saputo costruire un legame diretto tra agricoltura e cittadini, riportando al centro il valore del cibo, della qualità e della territorialità. Le fattorie didattiche, ad esempio, hanno avuto un ruolo fondamentale ».
È tornato centrale il dibattito sul modello agricolo europeo. Coldiretti continua a difendere il ruolo delle piccole aziende. Perché questa battaglia è così importante?
«Perché significa difendere il modello europeo e italiano. Le nostre imprese non sono una realtà residuale o nostalgica: rappresentano il vero vantaggio competitivo del made in Italy. Dentro le nostre produzioni non c’è soltanto un prodotto, ma territorio, identità, cultura, biodiversità e qualità. È questo che rende uniche le nostre Dop, Igp e filiere territoriali, che nessun modello industriale standardizzato può replicare».
C’è poi un tema decisivo: la salute. La salute nasce nei campi, nella qualità, nella tracciabilità, nella sicurezza alimentare. Le aziende agricole sono un presidio economico, ambientale, sanitario e sociale.
«Il rischio vero oggi è l’omologazione. Se l’Europa rinuncia alla propria identità agricola per inseguire logiche di quantità e prezzo, entra in una competizione dove vinceranno sempre altri Paesi. La forza dell’agricoltura italiana è invece quella di essere diversa: puntare sulla distintività, sul legame con i territori e sul valore. Noi non possiamo competere sulla quantità, ma possiamo essere insostituibili su qualità e identità. Se perdiamo le radici perdiamo anche la nostra forza».

Lei è una pastora e allevatrice. Nel 2026 la Fao dedicherà un anno internazionale anche alla pastorizia. Che valore ha questo riconoscimento?
«Ha un valore enorme perché afferma finalmente una verità: senza i pastori molti territori sarebbero destinati all’abbandono. La pastorizia non è folklore, ma una pratica essenziale per la sostenibilità ambientale, la sicurezza alimentare e la tutela delle aree interne e marginali. Il pascolo estensivo mantiene aperti i paesaggi, previene il dissesto idrogeologico, riduce il rischio di incendi e tutela la biodiversità».
Dove c’è pastorizia c’è presenza umana stabile, manutenzione ambientale e contrasto allo spopolamento.
«Allo stesso tempo però bisogna evitare il rischio della folklorizzazione. Raccontare il pastore soltanto come figura romantica o turistica significa nascondere le difficoltà: redditi bassi, costi elevati, orari pesanti, scarsa tutela sociale e forte squilibrio nella distribuzione del valore lungo la filiera. Secondo l’analisi Coldiretti su dati Ismea, il valore della filiera ovicaprina italiana sfiora il miliardo di euro, ma troppo spesso agli allevatori resta la quota minore. Per questo servono politiche strutturali: prezzi equi, riconoscimento del valore ecosistemico del pascolo, sostegni mirati al lavoro pastorale e strumenti che favoriscano il ricambio generazionale.
La sua storia personale rompe molti stereotipi. Quanto è stato difficile scegliere di diventare allevatrice?
«Molto. Quando mio padre ha avuto problemi di salute voleva vendere tutto perché considerava questo lavoro troppo duro per una donna. Io invece sentivo la responsabilità di non disperdere sessant’anni di lavoro, esperienza e sacrifici familiari. Ho deciso di tornare in Sardegna e prendere in mano l’azienda. È stata una scelta che mi ha fatto capire ancora di più quanto sia necessario superare i pregiudizi che hanno limitato il ruolo femminile nelle campagne».
La sua formazione però era lontana dal mondo agricolo.
«Sì. Mi sono laureata in Ingegneria Edile-Architettura, ho studiato a Vienna e lavorato anche all’estero, anche in Giappone. Ma oggi proprio quelle competenze dimostrano quanto l’agricoltura moderna abbia bisogno di professionalità multidisciplinari. Innovazione, sostenibilità, tecnologia, gestione dei dati, ricerca: le imprese agricole oggi sono aziende complesse e competitive. Nel mio allevamento utilizziamo sistemi di monitoraggio digitale degli animali e strumenti di precisione per migliorare il benessere animale e l’organizzazione aziendale. Sto lavorando anche a progetti legati all’acustica ambientale e all’utilizzo di determinate frequenze sonore per il benessere del gregge. Innovare non significa tradire la tradizione, ma darle un futuro».
Quanto pesa oggi il contributo delle donne alla tenuta delle campagne?
«Pesa enormemente. Le donne stanno contribuendo a mantenere vive le aree interne, a creare occupazione, a valorizzare le produzioni identitarie e a rafforzare il legame tra agricoltura e comunità. In molti territori le imprese femminili rappresentano un presidio sociale oltre che economico. Per questo chiediamo politiche che favoriscano l’accesso alla terra, al credito, all’innovazione e ai servizi nelle aree rurali. Senza investimenti concreti il rischio è quello di perdere intere comunità agricole».
Le donne agricoltrici sono oggi impegnate anche sul fronte sociale, a partire dal contrasto alla violenza sulle donne.
«Sì, perché il ruolo dell’agricoltura non è solo produttivo. Come Donne Coldiretti siamo impegnate in iniziative che uniscono lavoro, inclusione sociale e solidarietà. Il progetto Libeera, realizzato con la Fondazione Una Nessuna Centomila, nasce proprio per sostenere la battaglia contro la violenza sulle donne attraverso una filiera agricola tutta al femminile. È un progetto che parla di autonomia economica, dignità e libertà. Perché il lavoro può diventare strumento di emancipazione e rinascita. Le campagne possono essere luoghi di accoglienza, solidarietà e ricostruzione sociale».
Le nuove generazioni stanno tornando in agricoltura?
«Sì, ed è uno dei segnali più importanti. Oggi ci sono circa 13 mila imprenditrici agricole under 35. Sono ragazze preparate, spesso laureate, che portano innovazione, competenze digitali e attenzione alla sostenibilità. Ma servono condizioni economiche che rendano davvero possibile restare nelle campagne: infrastrutture, servizi, semplificazione burocratica e redditività delle imprese. Senza reddito non esiste futuro per nessun settore produttivo».
Che messaggio vuole lanciare alle donne che guardano all’agricoltura come scelta di vita e di lavoro?
«Di non farsi fermare dai pregiudizi e di credere nelle proprie capacità. L’agricoltura oggi è uno dei settori più strategici che abbiamo: garantisce sicurezza alimentare, tutela ambientale, presidio del territorio e coesione sociale. Le donne hanno dimostrato di poter essere protagoniste di questa trasformazione con competenza, innovazione e coraggio. Ora però serve un impegno politico forte che riconosca concretamente il valore economico, sociale e ambientale del lavoro agricolo femminile e della presenza agricola nei territori».
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