La sovranità tecnologica europea è un campo minato di insidie. Troppo in ritardo per competere con gli egemoni statunitensi e asiatici, carente di competenze tecniche e ora anche penalizzata dal cambio valutario con dollari e yen. Bruxelles ha messo a terra una strategia per ridurre la dipendenza dell’Unione dalle forniture di chip: il Chips Act 2.0, presentato pochi giorni fa dalla Commissione, che punta a superare la prima versione approvata nel 2023. L’inghippo è che il mercato globale del silicio continua a girare in dollari e, al cospetto di tale realtà, gli investimenti allocati dall’Ue potrebbero non bastare per recuperare terreno.
WASHINGTON
«La cosa più dolorosa che ci ha fatto l’amministrazione americana non sono stati i dazi. È stata la svalutazione del dollaro», spiega Marco Sciamanna, presidente di Memc Electronic Materials, società italiana del gruppo taiwanese GlobalWafers. L’azienda ha mille dipendenti distribuiti tra Novara e Merano, produce le tavolette di silicio che costituiscono la base materiale di qualsiasi dispositivo elettronico: microprocessori, memorie, sensori, chip di potenza e componenti destinati all’intelligenza artificiale.
Il problema, racconta, nasce da una caratteristica strutturale del settore. «Le fette di silicio si vendono per la maggior parte in dollari. Per chi vive e produce in Italia e compra quasi tutto in euro questo è un problema. Comprando in euro, vendendo in dollari al momento ci perdiamo il 16%».
In altre parole, quando il dollaro si indebolisce rispetto all’euro, i ricavi realizzati dai produttori europei si riducono automaticamente una volta convertiti nella valuta domestica. STMicroelectronics, ad esempio, segnala regolarmente agli investitori che «la valuta di riferimento per l’industria dei semiconduttori è il dollaro statunitense» e che le variazioni del cambio euro-dollaro possono incidere in modo pesante sui risultati economici del gruppo. Quando il dollaro si indebolisce, le imprese dell’Eurozona che sostengono costi in euro e incassano ricavi in valuta americana vedono ridursi i margini operativi, mentre i concorrenti asiatici che producono in yen, won o altre valute svalutate possono beneficiare di un vantaggio competitivo immediato.
TOKYO
La situazione si complica ulteriormente guardando a ciò che succede in Asia. «I nostri competitor sono giapponesi», osserva Sciamanna. «Il Giappone ha svalutato lo yen più di quanto l’amministrazione del presidente Trump abbia svalutato il dollaro. Stanno facendo la politica dell’Italia ai tempi della lira. Producono in yen e vendono in dollari».
Per le aziende giapponesi il meccanismo funziona esattamente al contrario. Costi sostenuti in una valuta debole e ricavi incassati in una valuta più forte consentono di aumentare i margini oppure di praticare prezzi più aggressivi sul mercato internazionale. Uno yen debole consente ai produttori giapponesi di sostenere costi in valuta svalutata e incassare ricavi in dollari.
Questo vantaggio competitivo basato sul cambio permette ai colossi di Tokyo di difendere i propri margini operativi anche in un mercato locale che cresce a ritmi ridotti. Le stime per il 2026 indicano infatti che il mercato domestico del Giappone si espanderà appena del 28%, la performance più timida tra le grandi macro-regioni mondiali, mentre l’Europa, pur segnando una crescita del 58%, si trova stretta tra la debolezza della propria valuta di riferimento e la fuga degli investimenti verso l’Asia-Pacifico (+87%) e le Americhe (+112%).
La contrazione giapponese è da attribuire al fatto che questi dati si riferiscono ai consumi interni e quello nipponico è un mercato debole, che consuma chip principalmente per l’elettronica tradizionale e l’auto. Non ha i data center giganti di Microsoft, Google o Meta. Le infrastrutture sono quasi tutte negli Usa e infatti i consumi interni statunitensi esplodono del 250%. Nel 2022 il gruppo taiwanese GlobalWafers ha approvato un investimento da 460 milioni di euro per realizzare a Novara una nuova linea produttiva dedicata alle wafer da 300 millimetri, il formato utilizzato per i semiconduttori più avanzati.
«La società taiwanese invece ha scommesso sull’Italia» spiega Sciamanna. L’investimento ha consentito di assorbire parzialmente il rallentamento che negli ultimi due anni ha colpito il settore. «Quando il mercato dell’auto ha rallentato abbiamo visto diminuire gli ordinativi». «Negli ultimi mesi c’è stato un leggero incremento della domanda, ma non è ancora chiaro se si tratti di una vera ripresa o di un fenomeno temporaneo». Oggi «l’unico settore che cresce significativamente è quello dell’intelligenza artificiale».
Secondo gli ultimi dati del World Semiconductor Trade Statistics, il mercato mondiale del silicio è infatti trainato da due velocità opposte: se da un lato il settore è proiettato verso una crescita record del 90% nel 2026 per raggiungere gli 1,51 trilioni di dollari, la spinta è quasi interamente concentrata nel segmento delle Memorie (+250%) e della Logica (+37%), i veri motori dell’infrastruttura IA.
Al contrario, i chip legati alla manifattura e all’automotive europeo avanzano a ritmi decisamente più guardinghi: l’analogico si ferma a un +10%, i semiconduttori discreti all’8% e i sensori ad appena il 3%.
Il cambio valutario non è l’unica criticità. L’industria europea della microelettronica continua infatti a scontare costi energetici superiori rispetto a quelli dei principali concorrenti internazionali.
La situazione era tornata gradualmente sotto controllo dopo lo shock provocato dalla guerra in Ucraina, ma le tensioni geopolitiche in Medio Oriente hanno nuovamente invertito la tendenza. «A seguito del conflitto Usa-Israele-Iran siamo tornati indietro di un anno e mezzo o due anni sul costo dell’energia», afferma. «E quando aumenta il costo dell’energia aumentano anche i costi dei materiali che utilizziamo». Per un settore energivoro come quello del silicio, dove le lavorazioni richiedono processi termici complessi e ambienti produttivi estremamente controllati, il costo dell’elettricità è un fattore determinate per la competitività. Dati concreti con cui le istituzioni Ue dovranno confrontarsi.
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