I grandi gruppi bancari sono al lavoro per rafforzarsi sul risparmio gestito. Il disegno è chiaro: potenziare i ricavi da commissioni, ingrandire la rete distributiva e ampliare i fondi d’investimento e i prodotti assicurativi nel proprio catalogo proprietario. Partendo dal più grande istituto italiano, Intesa Sanpaolo, è circolata nelle ultime settimane la notizia di una trattativa per la spagnola Singular Bank, che ha una rete di consulenti sul territorio che permetterebbe al gruppo guidato da Carlo Messina di ampliare il proprio raggio d’azione nel Paese iberico oltre i margini canonici della corporate investment bank. Con un occhio al Sudamerica dove la lingua non è una barriera. Del resto, Intesa non ha più molti margini di crescita per acquisizioni in Italia: è già il primo gruppo bancario, quello con la rete di consulenti più grande con Fideuram Ispb e ha anche un’attività assicurativa grande e in crescita. Mentre all’estero sembra perseguire più una strategia di piccole acquisizioni per non risvegliare appetiti sovranisti dei governi. Tra i progetti nuovi, anche Fideuram Direct che è una piattaforma digitale per clientela private che ha da poco preso il via in Lussemburgo e Belgio. L’obiettivo del piano 2026-2029 è portare gli asset gestiti da 562 a 663 miliardi di euro e, nel comparto assicurativo, i premi danni da 1,6 a 2,3 miliardi. Mentre il network consulenziale punta ad arrivare da 18.550 a 22.250 persone contando i consulenti di Fideuram Ispb e i global advisor della rete banca dei territori.
Certo non ha obiettivi modesti neanche Unicredit, che a marzo ha acquistato la società di gestione del risparmio Alkimis sgr. Quest’ultima è una boutique di gestione milanese specializzata nei fondi d’investimento absolute return, ossia nel comparto obbligazionario. Il gruppo guidato da Andrea Orcel ha già riscattato le sue joint venture assicurative e con Nova Asset Managent, di cui ha il 5% con la facoltà di salire fino al 100% acquistando il resto del capitale da Azimut, la quale produce fondi d’investimento per il mercato italiano. Tutte queste mosse fanno parte della strategia per arricchire il catalogo di Onemarkets, la piattaforma proprietaria di Unicredit con 35 miliardi di masse alla fine del primo trimestre di quest’anno. Piazza Gae Aulenti ha la necessità di sostituire e ampliare i prodotti disponibili prima della fine dell’accordo di distribuzione con Amundi che andrà a esaurirsi nel 2027. L’ambizione è di arrivare a raddoppiare le masse entro il 2028 e per farlo sono stati lanciati sette nuovi Etf oltre a una serie di certificati strutturati su indici tematici. Il punto di partenza sono i 2,5 miliardi di ricavi prodotti dalla vendita di prodotti d’investimento e gli 1,1 miliardi prodotti dal ramo assicurativo.
Il grande cantiere aperto, invece, è il gruppo Mps-Mediobanca, che aspira a diventare una piccola JP Morgan italiana. In ballo, dopo la riconferma a ceo di Luigi Lovaglio, c’è la fusione per incorporazione di Mediobanca, la fusione della rete di consulenti finanziari di Widiba con quella di Mediobanca Premier (insieme sarebbero 1.284 professionisti da incrementare a 1.750 entro il 2030 per passare da 25 a 40 miliardi di masse gestite) e il collocamento dei prodotti d’investimento di Piazzetta Cuccia sulla rete di Rocca Salimbeni, con apporto che nell’ultima trimestrale figurava essere di 225 milioni. Lovaglio ha detto più volte che Mps-Mediobanca si candida a essere una protagonista della prossima ondata di risiko, con acquisti che potrebbero riguardare anche il risparmio gestito (in passato si era vociferato delle attività italiane di Ubs). C’è chi sostiene che potrebbe anche essere rispolverata la vecchia operazione accarezzata da Alberto Nagel con Banca Generali, ma questa non sarebbe la strada in cima alla lista delle priorità. Circolano forte, infatti, le voci di primi abboccamenti tra Mps e Bpm per realizzare un matrimonio che certo sarebbe ben visto da Palazzo Chigi. Lovaglio, tuttavia, ha frenato gli entusiasmi, dicendo di essere concentrato sull’integrazione con Mediobanca.
Chi ha già fatto la grande operazione nel risparmio gestito – e per questo è ancora più appetibile – è Banco Bpm, che ha scalato Anima di cui possiede intorno al 90%. Averla significa avere a disposizione uno scrigno da 200 miliardi di risparmi italiani (l’integrazione, stima l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, porterà a 200 milioni di utili in più). Una fucina di commissioni capace di rendere i profitti resilienti a qualsiasi scenario sui tassi d’interesse. Tra l’altro, Bpm – che ha come primo azionista la francese Crédit Agricole – ha nel suo perimetro, dopo Intesa Sanpaolo, la più completa filiera di case prodotto che va dall’investment banking con Banca Akros, al private banking di Banca Aletti, passando per il credito al consumo di Agos, oltre a un assicurativo presente nel settore Danni e Vita, con quest’ultimo comparto che si è rafforzato con la fusione per incorporazione di Vera Vita.
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