Mai credere a un banchiere quando giura che non farà mai una certa operazione. Nemmeno quando giura sulla cosa che gli è più cara. La storia della finanza insegna che le grandi fusioni nascono quasi sempre dopo solenni smentite. E il risiko bancario italiano degli ultimi diciotto mesi passerà probabilmente agli archivi come la stagione nella quale si sono ascoltate più negazioni da parte dei protagonisti che indiscrezioni da parte del mercato. Tutti hanno smentito tutto. Poi, puntualmente, qualcosa è accaduto. Per questo la proposta di aggregazione recapitata da Banco Bpm a Monte dei Paschi va letta con attenzione. Non tanto per ciò che annuncia, quanto per ciò che lascia intuire. Perché dietro la suggestione di una fusione tra pari potrebbe nascondersi la consapevolezza che il vero gioco si sta ormai svolgendo altrove: attorno a una possibile discesa in campo di Intesa Sanpaolo su Siena.
Da settimane nei salotti finanziari si ragiona infatti su uno scenario che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso fantascientifico: una grande operazione di consolidamento guidata da Carlo Messina destinata a chiudere definitivamente il capitolo del riassetto bancario italiano. In questo schema Monte dei Paschi rappresenterebbe il tassello decisivo. La banca senese porterebbe in dote non soltanto una rete commerciale ormai risanata, ma soprattutto il suo ruolo nel sistema di partecipazioni che ruota attorno a Mediobanca e, indirettamente, a Generali. È qui che la proposta di Banco Bpm assume una valenza diversa. Perché una fusione tra Milano e Siena avrebbe l’effetto di rendere assai più complessa qualsiasi successiva operazione. E dunque potrebbe essere interpretata anche come una mossa preventiva, un modo per presidiare il terreno prima dell’arrivo di un concorrente molto più grande.
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Del resto, esiste un elemento che continua a rendere fragile l’ipotesi di un asse stabile tra Banco Bpm e Montepaschi. E si chiama Crédit Agricole. La presenza crescente della banca francese nel capitale dell’istituto milanese rappresenta infatti un fattore che la politica e una parte importante della finanza nazionale osservano con evidente attenzione. Nessuno mette in discussione la qualità del gruppo francese. Ma è difficile immaginare che, nel momento in cui si sta ridisegnando l’intero sistema del credito italiano, il controllo di un polo strategico possa progressivamente spostarsi oltreconfine senza che si manifestino reazioni. È uno dei motivi per cui l’ipotesi di una grande operazione guidata da Intesa viene guardata con interesse crescente da chi ritiene necessario mantenere in Italia i principali centri decisionali del credito e del risparmio.
A ben vedere, poi, i due scenari potrebbero persino non essere alternativi. Non è escluso che una prima aggregazione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi possa rappresentare un passaggio intermedio verso una soluzione ancora più ampia. In finanza le scatole servono spesso a preparare altre scatole. E così il polo nato dall’unione tra Siena e Piazza Meda potrebbe diventare il bersaglio naturale di una successiva offerta pubblica da parte di Intesa Sanpaolo. Un’operazione che, ai valori attuali, assumerebbe dimensioni prossime ai cinquanta miliardi e che verrebbe inevitabilmente accompagnata da una vasta redistribuzione di sportelli e quote di mercato. Qui entrerebbe in scena Bper – come già accadde nel caso di Ubi Banca – destinata a raccogliere tutto ciò che l’Antitrust non consentirebbe a Intesa di trattenere. Uno schema che consentirebbe di rafforzare contemporaneamente il primo e il terzo polo bancario nazionale, completando un riassetto rimasto incompiuto per oltre un decennio.
Naturalmente siamo ancora nel campo delle ipotesi. Ma è difficile non cogliere la logica industriale e strategica che le sostiene. Mentre l’Europa continua a parlare di integrazione bancaria senza riuscire a costruire un vero mercato unico del credito, i singoli Paesi difendono e rafforzano i propri campioni nazionali. L’Italia, per una volta, non avrebbe motivo di sentirsi in ritardo. Le sue banche sono oggi tra le più solide e redditizie del continente. Hanno ripulito i bilanci, aumentato il capitale e ricostruito la fiducia degli investitori. Se il punto di approdo dovesse essere una grande Intesa rafforzata da Montepaschi, una Bper cresciuta attraverso le cessioni e un assetto stabile attorno a Mediobanca e Generali, non sarebbe la vittoria di qualcuno contro qualcun altro. Sarebbe la conclusione razionale di una lunga stagione di transizione. E forse la prova che, dietro tante smentite, il mercato aveva capito tutto molto prima dei banchieri.
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