Spesso il modo migliore per vincere una partita non è comprare tutto il tavolo, ma sedersi al posto giusto. Il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha assicurato di non avere alcuna intenzione di acquisire Generali né di mettere becco nella gestione. Ed è vero, perché non ne avrà bisogno. Se l’offerta sul Monte dei Paschi andrà in porto, infatti, attorno a Intesa potrebbe coagularsi un blocco vicino al 40% del capitale del Leone, partecipato da Mediobanca. Quel Leone che a sua volta custodisce circa 900 miliardi di euro di risparmi degli italiani (e 40 miliardi in Btp). Agli analisti, il banchiere ha sottolineato di avere «ottimi rapporti con Delfin e con Caltagirone» dichiarandosi già convinto che «avranno un atteggiamento positivo rispetto a questa operazione», che la accoglieranno «con favore». Del resto, Francesco Gaetano Caltagirone in una recente intervista al Corriere della Sera aveva anche fatto intendere di non gradire un eventuale asse tra Mps e Banco Bpm. Finora nessuno dei soggetti coinvolti ha smentito le parole di Messina.
L’acquisto del 3% del Leone
Intanto, il cda di Intesa ha approvato l’acquisto del 3,01% del Leone e la sottoscrizione di un contratto derivato di copertura sulla stessa partecipazione che sarà poi chiuso alla fine dell’operazione. «Vogliamo mantenere e dobbiamo evitare possibili mosse da parte di Generali che potrebbe acquisire il 3% di Intesa. Sapete che abbiamo già sperimentato questi approcci, si può sbagliare una volta ma non di più», ha spiegato Messina. Riferendosi al 2017, quando Generali comprò il 3% di Intesa per proteggersi da eventuali mire di Ca’ de Sass, che a quel punto non avrebbe potuto a sua volta superare il 3% del Leone pena il congelamento della quota in eccesso. Tradotto: l’acquisto della quota è una mossa prettamente difensiva che verrà smontata non appena conclusa con successo l’Opas sul Monte. Comunque, se questa andrà in porto, Intesa si ritroverà indirettamente con il 13,5% di Generali. Nel parterre siederanno la cassaforte della famiglia Del Vecchio che possiede circa il 10% di Generali e Caltagirone il 6,3% (gli stessi due sono azionisti del Monte e diventerebbero anche soci rilevanti di Intesa rispettivamente con il 3,8% e il 2,9%). Insieme rappresentano un ulteriore 16 per cento. Sommando la potenziale quota di Intesa a quelle di Delfin, Caltagirone, la Edizione dei Benetton (4,86%), Fondazione Crt (quasi 2%) e Cassa Forense (poco più dell’1%) si arriva già quasi al 38%: un livello più che sufficiente per governare un’assemblea soci in cui lo scorso aprile si è presentato il 70% del capitale (dato quasi record), con i fondi internazionali al 20 per cento.
La partecipazione di Unicredit
Poi c’è un altro commensale di peso, ovvero Unicredit che dispone di una partecipazione vicina al 10 per cento. L’istituto guidato da Andrea Orcel, impegnato nella “campagna di Prussia” su Commerzbank, per il momento resta silente ma il mercato ritiene che non avrebbe problemi a “sorvegliare” insieme a Intesa quella macchina da dividendi che è Generali. Insomma, nessuno al momento scommette su un possibile derby triestino tra le prime due banche italiane, che hanno già un carniere ricco. Del resto, Orcel ha più volte ribadito che le azioni del Leone acquistate sul mercato rappresentano una pura partecipazione finanziaria alla quale magari collegare altre partnership industriali, più ampie di quella che già esiste nell’Europa dell’Est, se si dovessero creare le condizioni. E Messina – che ha spesso sostenuto di non credere nello schema della bancassicurazione – non ha comunque chiuso la porta per principio, anche perché, ha detto, «mi interessa la difesa della stabilità e se ci saranno sinergie o accordi commerciali che valorizzano di più l’utile netto di Generali, ben vengano». Va poi considerato anche l’aspetto personale: a maggio 2025, sul palco del congresso della Fabi a Milano, Messina aveva detto: «Se Unicredit decidesse di scalare Generali, chiamerei Andrea Orcel e gli direi di fermarsi». Il giorno dopo, sempre sullo stesso palco, era arrivata la risposta di Orcel: «Possiamo escludere allora che arriverà la telefonata», aveva replicato, rivelando anche che «Carlo e io ci sentiamo regolarmente» e che «fa ancora la migliore cacio e pepe che abbia mai mangiato». Insomma, i due sono amici e potrebbe nascere un patto di sistema non per conquistare Generali, ma per evitare che qualcun altro lo faccia.
Guzzetti
Non è un caso se Giuseppe Guzzetti – ex patron dell’Acri e della Cariplo nonché storico sodale del presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli – ha dichiarato in un’intervista che «questa operazione mette tranquilli anche i vertici di Trieste» perché la linea dei grandi azionisti è chiara: a Messina non interessa la nomina del cda, interessa che Generali produca i massimi utili possibili. Il board del Leone scadrà nel 2028, come quello di Intesa, e «sia il presidente Andrea Sironi che l’amministratore delegato Philippe Donnet possono stare sereni che la quota di Generali non verrà venduta e che la società non finirà nella bufera», ha sottolineato Guzzetti ricordando il ruolo delle Fondazioni che «hanno sempre sostenuto i manager senza interferire».
La partecipazione di Mediobanca
Intanto, secondo Standard&Poor’s, l’operazione messa in piedi da Messina consentirebbe di valorizzare la partecipazione di Mediobanca in Generali. Solo di dividendi quest’anno il Leone ha garantito a Piazzetta Cuccia 330 milioni. La performance della compagnia nell’ultimo anno in Piazza Affari è stata di quasi il 30%, quella dell’ultimo mese di oltre il 5%. E in questi giorni il titolo ha sfondato 40 euro (il massimo storico è stato raggiunto il 9 giugno a 41,14 euro) facendo felici grandi e piccoli azionisti.
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