Unicredit di Andrea Orcel ci ha ormai abituati ai colpi di teatro. Dapprima ha lanciato un’Offerta pubblica di scambio su Banco Bpm, poi lo ha fatto su Commerzbank, nel frattempo è spuntato nel capitale di Generali dove ha costruito una posizione dell’8,8% prima che Intesa Sanpaolo lanciasse la sua offerta su Mps. Ora tratta con Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, per potenziare la presa sulla principale compagnia assicurativa italiana (dei primi approcci con Delfin diede notizia il Giornale all’inizio di gennaio). Del resto, dopo la mossa dell’amico-rivale Carlo Messina (il ceo di Intesa Sanpaolo) su Mps, il mercato si aspetta una reazione dall’istituto con sede a Piazza Gae Aulenti. Ma Orcel ha fatto filtrare che al momento non ha ragione di organizzare risposte: «Siamo concentrati sull’operazione Commerzbank». In effetti il fronte di Francoforte richiederà un impegno non indifferente tra ambiente politico-sindacale ostile, finalizzazione dell’operazione e nuovo piano per l’istituto tedesco prima di procedere verso la fusione con la controllata Hvb.
Difficile pensare, però, che Orcel rimanga davvero fermo: saranno vagliate tutte le vie, anche le più impensabili, per alimentare una crescita di Unicredit che è stata negli ultimi anni a dir poco travolgente: dal 2021, anno dell’arrivo di Orcel, il valore del titolo in Borsa è aumentato di oltre il 700%. In Italia sembrano esserci tre strade, che potrebbero essere percorse anche due alla volta. La prima, più scontata e meno “da Orcel”, porta a un ritorno di fiamma su Banco Bpm. Se Intesa completasse l’operazione Mps, Piazza Meda rimarrebbe sulla carta l’istituto più vulnerabile. Se non altro, sul piano dimensionale. E più passano i mesi, più Unicredit sta riuscendo a sganciarsi dalla Russia: non a caso nei mesi scorsi aveva annunciato un accordo con un compratore emiratino per disfarsi delle sue attività a Mosca. Proprio i suoi legami residui con la Russia erano stati motivo di prescrizioni golden power che hanno portato al fallimento dell’operazione Bpm. Il fatto è che l’istituto guidato da Giuseppe Castagna rimane tutt’ora su valutazioni elevate e lo stesso Orcel aveva detto che a questi prezzi, anche in considerazione dei vincoli golden power, l’operazione non rientra più tra le opzioni in grado di generare valore per gli azionisti. La seconda strada, probabilmente la più difficile, porta invece a Bper. Può sembrare folle, ma c’è del metodo in questa follia. L’istituto guidato da Gianni Franco Papa è una banca sana e in crescita, che diventerà ancora più appetibile se davvero Intesa cederà – una volta espugnata Rocca Salimbeni – 635 sportelli di Banca Montepaschi che poi Unipol, essendo sostanzialmente proprietaria di entrambe, provvederà a fondere con Bper. L’operazione andrebbe a creare una banca grande e molto appetibile per Unicredit, che a quel punto potrebbe sparigliare le carte e puntare proprio su Bper: certo la via non sarebbe agevole, perché Unipol ne controllerà oltre il 40% dopo l’operazione Mps. E risulta difficile passare dalla capogruppo Unipol, con l’Opa ostile che dovrebbe superare il muro di cooperative che presidiano oltre il 47% della compagnia assicurativa.
Resta forse la strada dell’operazione amichevole che però dovrebbe soddisfare le ambizioni del presidente Carlo Cimbri, ma su questo punto Orcel avrebbe molti argomenti da spendere. L’eventuale ingresso di Unipol in Unicredit permetterebbe alla banca di ottenere i vantaggi del danish compromise in termini di assorbimento di capitale, garantirebbe ai soci di Unipol quote azionarie di uno dei più grandi gruppi europei, guidato da un banchiere solito essere particolarmente generoso sui dividendi. Ma l’affare potrebbe essere più profittevole, e ben più percorribile, se ci fosse un’intesa con Cimbri che riguardasse la sola Bper: attraverso il concambio azionario, Unipol resterebbe indipendente a diventerebbe azionista di riferimento un gruppo enorme che nascerebbe dall’unione di Unicredit, Bper e praticamente della metà di Mps. Una banca peraltro paneuropea, con una presenza fortissima in Germania (a maggior ragione se andasse a dama l’acquisizione di Commerz) e in mercati molto dinamici come quello polacco. I prodotti assicurativi a marchio Unipol sarebbero distribuiti in tutta Europa, assicurando alla capogruppo – e quindi ai suoi soci – un fatturato e incassi da dividendi altrimenti impensabili se la compagnia si limitasse a presidiare unicamente l’aggregato tra Bper e Montepaschi.
Ma se la via per Unipol è invitante, anche quella per Generali lo è. Qui Unicredit ha una quota significativa come si accennava. Ebbene, secondo le ultime indiscrezioni, la seconda banca italiana avrebbe di nuovo approcciato Delfin (che ha il 10% del Leone di Trieste) per cercare di acquisire la sua quota e salire in questo modo a ridosso del 20%. I Del Vecchio avrebbero in cambio quote rilevanti di Unicredit. Un passaggio che apre anche ad altre suggestioni: la presenza rilevante nell’azionariato di investitori italiani, peraltro conosciuti e apprezzati anche dal governo, potrebbe costituire un ottimo biglietto da visita anche per le operazioni future. E allora se veramente Unicredit riuscisse a tagliare i rapporti con la Russia, a far entrare nel capitale importanti soci italiani, allora anche un nuovo affondo su Bpm avverrebbe su presupposti molto diversi rispetto a quelli del passato. Non ci sarebbe troppo da sorprendersi, del resto, visto che di mezzo c’è un investment banker molto bravo a giocare anche su più tavoli contemporaneamente.
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