Meno ideologia e più realismo. È l’appello che la filiera del legno-arredo, uno dei pilastri del Made in Italy, lancia a Bruxelles. Il settore oggi si trova stretto in una morsa che rischia di soffocarlo tra una valanga di regolamenti e adempimenti imposti dall’Unione europea in nome della transizione verde e una concorrenza internazionale che avanza imperterrita beneficiando di regole e controlli alle frontiere meno stringenti. Il risultato è l’ennesimo paradosso: l’Europa chiede alle proprie aziende standard ambientali sempre più elevati, ma non riesce a garantire che gli stessi standard vengano applicati con uguale rigore ai prodotti che arrivano da Paesi extraeuropei.
La filiera del legno-arredo rappresenta una delle eccellenze industriali italiane, con oltre 50 miliardi di euro di fatturato, più di 62.000 imprese e circa 292.000 addetti. Da sola vale il 4% del fatturato manifatturiero nazionale, contribuendo per circa il 2,3% al Pil italiano. Un comparto fortemente orientato all’export che ha costruito il proprio successo su qualità, design, innovazione e capacità manifatturiera. Eppure oggi molte aziende denunciano un progressivo deterioramento delle condizioni competitive.
La critica del settore non riguarda gli obiettivi ambientali in sé, per contrastare la deforestazione o ridurre le emissioni. Il problema è il modo in cui Bruxelles traduce questi obiettivi in norme operative, imposte dall’alto, senza alcun confronto e condivisione con gli attori coinvolti. Uno degli esempi più emblematici è stato il progetto del “passaporto del prodotto”, un sistema che avrebbe imposto la tracciabilità completa del legno dalla foresta fino al mobile finito. «Un principio condivisibile sulla carta, ma che avrebbe comportato una mole enorme di adempimenti burocratici lungo una filiera estremamente articolata, composta da aziende boschive, segherie, produttori di pannelli, componentisti e mobilifici», illustra Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli-FederlegnoArredo. La proposta è stata sospesa al momento, ma dimostra quanto la legislazione europea possa essere distante dalla realtà industriale.
Un altro fronte di preoccupazione riguarda il sistema europeo di scambio delle quote di emissione, ovvero l’ETS (Emission Trading System). Nato per incentivare la riduzione delle emissioni di CO2, il meccanismo si è trasformato in un mercato finanziario sul quale operano grandi investitori. Il fatto che i primi cinque operatori siano grandi fondi finanziari internazionali (americani) alimenta la convinzione che il sistema abbia perso parte della sua funzione originaria e abbracciato logiche speculative, generando volatilità e costi aggiuntivi per le imprese manifatturiere europee.
Altrettanto delicata è la questione del Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il meccanismo europeo che impone agli importatori di dichiarare le emissioni incorporate nei beni acquistati all’estero e munirsi di specifici certificati ambientali. Nel caso della filiera del legno-arredo, il regolamento produce effetti particolarmente pesanti a causa dell’urea, materia prima fondamentale per la produzione di resine e colle per assemblare pannelli e mobili. Ebbene il costo dell’urea importata ha già subito quattro incrementi legati al nuovo sistema, con un aggravio di circa 40 euro per tonnellata, e nei prossimi tre anni sono previsti ulteriori aumenti. Poiché l’Europa importa circa il 60% dell’urea da Paesi extraeuropei, l’applicazione di questo meccanismo si traduce in un aumento immediato dei costi produttivi, penalizzando l’intera catena del valore.
In tutto questo, si aggiunge una asimmetria competitiva. Secondo gli operatori, l’Unione europea mostra una straordinaria severità nei confronti delle proprie imprese ma una capacità molto più limitata nel verificare che i prodotti importati rispettino realmente gli stessi standard ambientali, sociali e produttivi richiesti ai produttori europei. Negli ultimi cinque anni le importazioni extraeuropee nella filiera del mobile sono cresciute del 34% in volume e del 27% in valore, raggiungendo circa 19 miliardi di euro. Circa il 60% di queste importazioni proviene dalla Cina.
«Diventa fondamentale difendere il mercato europeo e garantire condizioni di concorrenza realmente eque. Le imprese italiane ed europee investono da anni in sostenibilità ambientale, sicurezza, qualità del lavoro e tracciabilità. Non possiamo continuare a competere con sistemi produttivi che operano con regole, costi e standard completamente diversi», afferma Fantoni.
La contestazione alle politiche europee appare ancora più forte se si considera che l’Italia è tra i Paesi più avanzati nel riutilizzo del legno. Grazie al sistema Conai e alla responsabilità estesa del produttore sugli imballaggi, l’Italia ha sviluppato una filiera di recupero tra le più efficienti d’Europa e ora si appresta a lanciare Riqualta, un nuovo consorzio destinato alla raccolta, al recupero e alla valorizzazione dei mobili a fine vita. Si tratta di un progetto che dimostra come la sostenibilità possa essere perseguita dall’innovazione industriale e non esclusivamente dall’introduzione di nuovi obblighi normativi.
Leggi anche:
1.Bruxelles soffoca i re della plastica Ue, ma poi fa il pieno di Pet e Pvc in Asia
2. L’argento tampona il solare, altro schiaffo alle idee green
© Riproduzione riservata