I robot umanoidi sono il futuro della robotica, tanto che Bosch li ha recentemente inseriti tra le priorità della sua nuova strategia industriale. Queste macchine stanno diventando sempre più sofisticate e, con il progresso fulmineo dell’intelligenza artificiale – in particolare quella fisica – il loro costo di utilizzo è destinato a scendere. Per questo potrebbero entrare presto in fabbriche, magazzini, uffici e in molti altri ambiti della vita quotidiana.
E le aziende sgomitano per partecipare alla corsa: recentemente Neura Robotics, fondata nel 2019 a Stoccarda, ha raccolto circa 1,4 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti, raggiungendo una valutazione di circa 7 miliardi. L’azienda ha in piano di raggiungere una produzione di circa 6 mila robot umanoidi nel 2026 a decine di migliaia di unità già nel 2027, fino ad arrivare a milioni di unità entro il 2030. Non a caso tra gli investitori ha Nvidia, Amazon, la stessa Bosch ed Exor Ventures, la venture capital della holding di casa Agnelli.
Da una parte c’è la promessa di un’economia più produttiva e di una nuova generazione di uomini finalmente liberati dalla fatica delle mansioni più pesanti e ripetitive. Dall’altra c’è il rischio che molti posti di lavoro vengano sostituiti da macchine capaci di svolgere gli stessi compiti a costi inferiori. «L’intelligenza artificiale e la robotica stanno cambiando il mercato del lavoro meno per sostituzione diretta e più per ricomposizione dei compiti. Il dato del World Economic Forum è utile per fissare la scala del fenomeno: entro il 2030 il saldo occupazionale netto legato alle grandi trasformazioni del lavoro potrebbe essere positivo, con 170 milioni di nuovi posti e 92 milioni di ruoli spiazzati. (World Economic Forum, 2025). La vera questione, tuttavia, riguarda quanto rapidamente persone, imprese e sistemi formativi riusciranno a spostarsi verso i nuovi lavori che nasceranno» spiega a Moneta Enzo Peruffo Prorettore e professore ordinario di strategie d’impresa all’università Luiss.
«L’IA generativa interviene soprattutto sul lavoro cognitivo: scrittura, analisi, customer care, programmazione, attività amministrative. La robotica agisce invece sul lavoro fisico e operativo, dalla manifattura alla logistica. In entrambi i casi il confine decisivo passa tra compiti standardizzabili e attività che richiedono giudizio, relazione, responsabilità e capacità di adattamento. Il rischio è una polarizzazione nuova: alcuni lavoratori useranno la tecnologia come moltiplicatore di autonomia, altri la vivranno come acceleratore di pressione e controllo».
E poi c’è la questione dell’invecchiamento della popolazione: in molti vedono nel miraggio della robotica a immagine e somiglianza di uomo la risoluzione alla Caporetto della forza lavoro che attende il futuro dell’Occidente (e non solo). Insomma, l’arrivo degli umanoidi impatterà sul futuro del lavoro e cambierà il ruolo che le persone avranno nell’economia dei prossimi decenni.
Prezzi
Secondo i piani commerciali presentati dalla startup di robotica californiana Figure, il canone di noleggio previsto per un robot umanoide di ultima generazione si aggira attorno ai 300 dollari al mese negli Stati Uniti, pari a circa 10 dollari al giorno . Lance Roberts Chief investment strategist di RIA Advisors, ha messo a confronto questo dato con le statistiche ufficiali del il dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che stimano il salario minimo americano tra i 15 e i 20 dollari all’ora. Per le aziende, un robot umanoide risulta circa 50 volte più economico rispetto a un essere umano che svolga le stesse mansioni.
A corroborare la tesi ci sono i report di JPMorgan e U.S. Bank, che mettono in luce il fatto che i robot consentono aumenti di produttività aziendale fino al 40-50%. A differenza della manodopera tradizionale il robot lavora su turni continui, non richiede benefit o contributi assistenziali, azzera il turnover del personale.
Poche nascite
Come anticipato, l’automazione per molti è il miglior alleato contro la crisi demografica. «Si tratta di una rivoluzione che sta acquisendo slancio principalmente per due motivi» spiega Anjali Bastianpillai, Senior product specialist di Pictet asset management. «Il primo è rappresentato da una demografia sfavorevole. La popolazione mondiale sta invecchiando, riducendo la disponibilità di forza lavoro. A livello globale, la percentuale di persone con più di 60 anni è destinata a raddoppiare, passando dall’11% del 2010 al 22% entro il 2050.
Questo porterà a un aumento del numero di pensionati rispetto ai lavoratori, ovvero quello che gli economisti chiamano il rapporto di dipendenza. Senza un adeguato compenso, sia la produttività che la crescita economica rallenteranno». A colmare questa carenza interviene la robotica. Nell’industria la domanda di robot accelerando. Entro il 2050, potrebbero esserci oltre 5 miliardi di robot umanoidi in funzione, creando un mercato globale del valore di circa 5 mila miliardi di dollari.
«Per questo la partita non è tecnologica in senso stretto. È organizzativa, educativa e manageriale» conclude Peruffo. «Le imprese dovranno ripensare ruoli, percorsi di reskilling e metriche di produttività. Le istituzioni dovranno evitare che la transizione allarghi i divari tra chi ha accesso alle competenze e chi resta intrappolato nei compiti più fragili».
Disuguaglianze
Il problema è che l ’automazione sta entrando in un sistema economico già profondamente iniquo. Negli Usa la classe media si è ridotta dal 61% della popolazione al 51% nel 2023 e l’1% delle famiglie più ricche detiene il 32% del patrimonio netto totale, mentre il 50% più povero ne detiene il 2,5%. E in Italia non va tanto meglio. Secondo i dati della Banca d’Italia pubblicati il 3 giugno il 10% più ricco possiede il 60,6% della ricchezza e l’1% oltre il 22%, mentre il 50% più povero ne detiene appena il 7,2%.
La classe media è schiacciata da stipendi fermi e inflazione, con gli under 36 che hanno solo il 4% del patrimonio nazionale. E questa è la situazione dopo decenni governati dallo sviluppo tecnologico: una ricchezza che è tutta confluita nel capitale e non è stata redistribuita. I robot – fa notare lo strategist di Ria Advisors – si insinueranno in un sistema già rodato dove una tecnologia che distribuisce benessere ai più ricchi del pianeta continuerà a lasciare indietro le fasce medie e basse della popolazione. È questo il costo che rischia di accompagnare la crescente robotizzazione del lavoro.
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