Non solo emergenza climatica, ma rischio strutturale per la crescita economica e per i portafogli delle famiglie. Il caldo estremo è la nuova variabile economica da considerare nei bilanci nazionali ed europei e si prepara addirittura a diventare uno di quei “dati” che la Bce tiene in buon conto per decidere la propria politica sui tassi.
Questo perché l’aumento delle ondate di calore sta già riducendo produttività, investimenti, entrate fiscali e capacità di crescita, con effetti destinati ad aggravarsi nei prossimi anni. La constatazione emerge da molti studi e dal report di Allianz Research che prende atto del cambiamento. Negli ultimi quarant’anni gli eventi di stress termico sono aumentati di sette volte rispetto agli anni Ottanta, mentre il numero medio di decessi per evento è cresciuto di cinque volte. Una dinamica che riflette sia sistemi di monitoraggio più accurati sia una vulnerabilità strutturale dell’Europa: popolazione più anziana, città progettate per trattenere il calore e una diffusione limitata dei sistemi di raffrescamento. Solo il 19% delle abitazioni europee dispone infatti di aria condizionata, contro circa il 90% negli Stati Uniti.
Secondo gli economisti di Allianz, esiste proprio una temperatura critica per l’economia che è stata individuata intorno ai 30 gradi. Al di sotto di questa soglia un clima più mite riduce i costi di riscaldamento e può perfino favorire lievi incrementi di produttività. Oltre i 30°C, però, gli effetti si ribaltano rapidamente.
Il principale canale di trasmissione riguarda il lavoro. Per ogni grado in più tra i 30 e i 35°C, la produzione per ora lavorata diminuisce di circa 1,3 dollari a parità di potere d’acquisto, pari a circa il 3% della produttività oraria media. Nel breve periodo il peso ricade soprattutto sulle imprese, che vedono comprimersi i margini. Successivamente l’impatto si trasferisce anche alle famiglie, attraverso salari reali più bassi e consumi più deboli.
Parallelamente aumenta anche il fabbisogno energetico. Oltre la soglia dei 30 gradi, ogni grado aggiuntivo fa crescere i consumi di energia di circa l’1,2%, proprio mentre la produttività del lavoro diminuisce. Ciò significa costi più elevati per imprese e famiglie e maggiori pressioni sulle reti elettriche, che durante le ondate di calore vedono ridursi anche l’efficienza degli impianti di produzione.
Per misurare gli effetti macroeconomici, Allianz ha costruito uno scenario di stress ipotizzando che tra il 2026 e il 2030 ogni Paese sperimenti, in sequenza, i cinque anni più caldi registrati nel periodo 2014-2024.
In questo scenario le perdite cumulative di PIL potrebbero raggiungere tra il 5% e il 7% nelle economie più esposte. In termini assoluti, le perdite ammonterebbero a 354 miliardi di dollari per il Giappone, 240 miliardi per la Francia, 147 miliardi per l’Italia, 131 miliardi per la Germania e 120 miliardi per la Spagna.
L’aspetto più preoccupante riguarda però gli investimenti. Secondo il modello, il calo della formazione di capitale supera sistematicamente quello dei consumi. In Italia gli investimenti potrebbero diminuire di quasi il 13%, mentre in Francia e Slovacchia il calo arriverebbe a circa il 15%. La riduzione della redditività attesa scoraggia infatti nuovi investimenti, comprimendo la capacità produttiva futura e alimentando un circolo vizioso di crescita sempre più debole.
Lo scenario presenta inoltre caratteristiche tipiche della stagflazione: inflazione in aumento e disoccupazione in crescita contemporaneamente. Per la politica monetaria questo rappresenterebbe un dilemma particolarmente complesso, soprattutto nell’Eurozona.
Anche i conti pubblici rischiano di deteriorarsi sensibilmente. La contrazione dell’attività economica riduce infatti il gettito fiscale mentre aumentano le spese sanitarie, gli interventi di emergenza, i trasferimenti indicizzati all’inflazione e gli investimenti necessari per adattare infrastrutture e città. Le entrate fiscali potrebbero diminuire ogni anno dell’1,8% in Francia, dell’1,3% in Italia e Spagna e dello 0,7% in Germania. Complessivamente i saldi di finanza pubblica peggiorerebbero di circa mezzo punto di PIL all’anno. Italia e Spagna rischierebbero di superare nuovamente il limite europeo del 3% di deficit.
A questi effetti macroeconomici si sommano quelli che incidono già direttamente sui bilanci delle famiglie. Secondo uno studio di Assoutenti, il caldo estremo può tradursi in una spesa aggiuntiva complessiva di circa 600 euro dove la voce più pesante è quella energetica: l’accensione anticipata e il maggiore utilizzo di condizionatori e ventilatori, uniti ai rincari delle tariffe elettriche, comportano una spesa supplementare compresa tra 50 e 100 euro al mese per famiglia. Assoutenti ricorda inoltre che sul costo dell’elettricità incidono anche gli aumenti tariffari registrati negli ultimi mesi: sul mercato libero le bollette sono cresciute in media dell’8,4% su base annua, mentre per gli utenti vulnerabili l’aggiornamento estivo disposto da Arera è stato del +4,6%.
Anche i consumi idrici aumentano sensibilmente: tra docce più frequenti, maggiore consumo di acqua potabile e irrigazione di giardini e terrazzi, la spesa cresce di altri 20-30 euro al mese. A pesare è anche il carrello della spesa. La maggiore richiesta di prodotti freschi come frutta, gelati e bibite, interessati a loro volta da rincari, determina un aggravio stimato tra 60 e 80 euro mensili, cui si aggiungono 20-40 euro per l’acquisto di integratori alimentari.
Per chi cerca refrigerio fuori casa, piscine e stabilimenti balneari possono comportare una spesa aggiuntiva compresa tra 120 e 200 euro a famiglia. Il caldo modifica anche le abitudini di mobilità. Il maggiore ricorso all’auto privata rispetto a mezzi pubblici, biciclette o scooter determina un incremento della spesa per carburante tra 40 e 60 euro al mese, cui si aggiunge il maggiore consumo dovuto all’utilizzo del climatizzatore, che può aumentare il fabbisogno di carburante fino al 30 percento.
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