Ci sono imprese che nascono da un capitale. E poi ci sono imprese che nascono da un’idea. Delfin appartiene alla seconda categoria. Leonardo Del Vecchio non ha costruito soltanto il più grande gruppo mondiale dell’occhialeria. Ha costruito un modello industriale che ha fatto scuola, una holding capace di trasformare una straordinaria intuizione imprenditoriale in un sistema di partecipazioni strategiche che oggi rappresenta uno degli assi portanti del capitalismo italiano. Un patrimonio costruito in oltre sessant’anni di lavoro, disciplina, visione e capacità di assumersi responsabilità che oggi rischia di essere logorato da una guerra familiare che il mercato osserva con crescente incredulità.
Campioni industriali
Il punto non è il diritto degli eredi di gestire le proprie quote. Quel diritto è sacrosanto. Il punto è un altro: quando il patrimonio di famiglia coincide con uno dei principali campioni industriali del made in Italy, la proprietà non è più soltanto un fatto privato. Diventa una responsabilità pubblica verso dipendenti, investitori, creditori, fornitori e mercati. È questo il passaggio che sembra essere sfuggito ai protagonisti di una vicenda che da mesi paralizza Delfin e alimenta interrogativi sulla futura stabilità di EssilorLuxottica e dell’intero portafoglio della holding.
Le cronache degli ultimi mesi hanno raccontato un susseguirsi di contrapposizioni, veti incrociati, assemblee tese, ricorsi e trattative fallite. Il progetto di Leonardo Maria Del Vecchio di acquisire ulteriori partecipazioni familiari fino a consolidare una posizione di controllo è stato accolto da molti come un tentativo ragionevole di superare l’attuale frammentazione proprietaria. Altri vi hanno visto un’eccessiva concentrazione di potere, sebbene sia innegabile che quella sia la strada più efficiente. In ogni caso, era una discussione legittima. Meno comprensibile è che, nel frattempo, la governance della holding sia diventata il terreno di uno scontro permanente (a pagina 8 il resoconto realizzato da Camilla Conti soprattutto sulle discutibili pretese dell’unico figlio “acquisito”, Rocco Basilico) nel quale prevalgono tatticismi e personalismi, mentre il mercato chiede una sola cosa: sapere chi governa davvero una delle principali realtà industriali europee.
Condominio di lusso
La verità è che una holding come Delfin non può essere amministrata come un condominio di lusso nel quale ogni decisione viene trasformata in un regolamento di conti. Leonardo Del Vecchio aveva costruito un sistema nel quale la forza della proprietà era funzionale alla crescita dell’impresa. Oggi il rischio è esattamente l’opposto: che sia l’impresa a pagare il prezzo delle divisioni della proprietà. È una differenza enorme. Perché quando l’azionariato perde compattezza, il mercato non aspetta. Comincia a prezzare il rischio: non a caso il titolo EssiLux ha dimezzato il suo valore in pochi mesi. E quando il mercato prezza il rischio, la vulnerabilità diventa una variabile concreta, non una suggestione giornalistica.
EssiLux non è una società qualunque. È un campione mondiale che sviluppa ricavi prossimi a 30 miliardi di euro, impiega circa 200mila dipendenti e rappresenta una delle poche multinazionali nate da un’intuizione italiana capaci di dominare un settore in continua evoluzione, dall’occhialeria tradizionale alle nuove tecnologie applicate alla vista, alla salute degli occhi, fino a coinvolgere l’udito. Un gruppo di questa dimensione non vive soltanto dei suoi fondamentali industriali. Vive anche della credibilità della propria governance. Ed è proprio questa credibilità che oggi appare il bene più esposto. Gli investitori internazionali possono sopportare risultati trimestrali meno brillanti. Molto più difficilmente accettano l’incertezza sul comando.
Errori di prospettiva
Chi pensa che queste siano soltanto beghe di famiglia commette un errore di prospettiva. Dentro Delfin, oltre al 32,4% di EssiLux non ci sono solo partecipazioni finanziarie minori, ma quote rilevanti di Mps-Mediobanca, Generali, Unicredit, ovvero alcuni dei principali centri di gravità del capitalismo italiano. Ci sono investimenti strategici, rapporti consolidati con il sistema bancario, equilibri che vanno ben oltre il perimetro della holding. Quando una realtà di questo peso trasmette l’immagine di una governance litigiosa, il danno reputazionale precede sempre quello economico. E, una volta incrinata la fiducia, ricostruirla richiede anni.
È qui che la responsabilità degli eredi diventa storica. Nessuno pretende l’unanimità. Nessuno chiede di rinunciare alle proprie convinzioni. Ma continuare a trasformare ogni scelta in un braccio di ferro significa dimenticare la lezione fondamentale lasciata dal fondatore: il controllo non è un privilegio personale, è uno strumento al servizio dell’impresa. Oggi sembra essersi rovesciato il paradigma. L’impresa rischia di diventare lo strumento di una contesa proprietaria. Ma i mercati sono spietati. Non giudicano i cognomi, ma la qualità delle decisioni. Non premiano le genealogie, ma la capacità di garantire stabilità. Se gli azionisti non riescono a costruire un equilibrio credibile, sarà il mercato a imporre il proprio. E la storia insegna che, quando il mercato decide di sostituirsi agli azionisti, raramente il risultato coincide con gli interessi di chi quella ricchezza l’ha ereditata.
Gigante
Leonardo Del Vecchio aveva costruito un gigante. Sarebbe un paradosso amaro se il gigante venisse indebolito non dalla concorrenza, non dalle crisi economiche o dall’innovazione tecnologica, ma dall’incapacità dei suoi eredi di comprendere che governare un patrimonio non significa semplicemente possederlo. Significa esserne all’altezza. È una differenza sottile. Ma è esattamente quella che separa le grandi dinastie imprenditoriali da quelle che consegnano al mercato ciò che hanno ricevuto dalla storia. Perché di questo passo non è difficile immaginare che EssiLux possa diventare preda di attenzioni ostili che, approfittando del dimezzamento del valore del titolo in Borsa, facciano del gruppo un sol boccone. Magari con l’incoraggiamento del governo francese presente nel capitale di EssiLux attraverso il 4,3% posseduto da Caisses des Dépots.
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