Tra la difesa dei fondi di coesione gestiti dalle Regioni e le preoccupazioni per il rallentamento dell’economia, il presidente di Confindustria Lombardia Giuseppe Pasini spiega a Moneta perché il confronto con l’Europa resta al centro del dibattito. Da un lato, il rischio di una maggiore centralizzazione delle risorse comunitarie che sottrarrebbero autonomia ai territori, aumenterebbero la burocrazia e potrebbero tradursi anche in un taglio dei finanziamenti disponibili. Dall’altro, il tema che continua a preoccupare maggiormente il mondo produttivo: il costo dell’energia, considerato il principale fattore di perdita di competitività per le imprese italiane ed europee.
Qual è il problema sui fondi di coesione?
«Il problema nasce dall’ipotesi di una centralizzazione della gestione dei fondi, sia a Bruxelles sia, in parte, a Roma. Noi non siamo assolutamente d’accordo, perché significherebbe aumentare la burocrazia e non tenere conto delle specificità dei territori. Ridurre e accentrare i fondi di coesione significherebbe interrompere progettualità e percorsi virtuosi costruiti insieme da istituzioni e imprese, compromettendo una politica industriale modellata sulle esigenze del territorio».
Perché questa scelta, dunque, che va verso una centralizzazione?
«A mio avviso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, vuole accentrare maggiormente il controllo, esercitando un potere più diretto sugli Stati membri».
Sembra una partita chiusa?
«Affatto. Noi ci siamo già mossi attraverso la Conferenza delle Regioni e la nostra vicepresidente è stata anche a Bruxelles per rappresentare le nostre ragioni. Continueremo a muoverci insieme alla Regione Lombardia e a difendere la nostra posizione».
Come?
«Abbiamo appena fatto un incontro delle Confindustrie del Nord-Ovest proprio sui fondi di coesione. Al tavolo si sono sedute Regione Lombardia, Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta. Ogni regione ha esigenze e caratteristiche diverse e questo sistema, che oggi funziona, rischierebbe di essere compromesso. E di compromettere quanto di buono fatto. La Lombardia, da qui al 2030, ha già impegnato circa il 90-92% delle risorse disponibili dimostrando di essere una delle regioni più virtuose nel mettere a terra questi fondi. Inoltre, abbiamo un buon rapporto con la Commissione europea e vorremmo non perdere il nostro vantaggio competitivo».
Quanto vale questa partita?
«Moltissimo. Per la Lombardia questa riforma potrebbe tradursi anche in una riduzione delle risorse disponibili: si parla di circa 1 miliardo di euro in meno, passando da circa 3,5 miliardi a poco più di 2,5 miliardi. Sarebbe quindi un doppio danno: non solo avremmo meno autonomia ma anche meno fondi».
Le altre Regioni condividono questa posizione?
«Sì, direi che su questo tema c’è una posizione piuttosto condivisa. Anche molte realtà europee, compresi i tedeschi, sono critici. Noi ci siamo già mossi attraverso la Conferenza delle Regioni e la nostra vicepresidente è stata anche a Bruxelles per rappresentare le nostre ragioni».
Se la vostra posizione non venisse accolta, come pensate di procedere?
«Continueremo a muoverci insieme alla Regione Lombardia e a difendere la nostra posizione».
Restando sul tema europeo, il costo dell’energia continua a rappresentare una delle principali preoccupazioni per le imprese. Quali misure dovrebbe adottare l’Unione Europea?
«Una vera politica energetica europea sarebbe dovuta arrivare già nel 2022, quando abbiamo interrotto la dipendenza dal gas russo. In quel momento l’Europa avrebbe dovuto reagire con una strategia comune, soprattutto perché Paesi come Italia e Germania erano i più esposti. Oggi, sinceramente, non credo molto nella possibilità che venga realizzata una politica energetica comunitaria e penso che anche gli imprenditori condividano questo scetticismo. Detto questo, non possiamo attribuire ogni responsabilità all’Europa: anche l’Italia ha le proprie responsabilità. Continuiamo a discutere di nucleare, ma serve una visione complessiva e soprattutto decisioni rapide».
Non crede nel nucleare?
«Sì, ci credo ma è una strategia a lungo termine e le nostre aziende hanno bisogno di interventi oggi come, ad esempio, la necessità di convogliare le rinnovabili, e l’energia che ne deriva, dal Sud al Nord con investimenti sulla rete. Siamo un Paese sempre in emergenza sul fronte dell’energia e questo non va bene».
Dal punto di vista economico, come stanno vivendo questo momento le imprese lombarde?
«L’economia rimane solida, ma è evidente che alcuni settori stanno soffrendo più di altri. Il tessile è in difficoltà, così come parte del comparto alimentare e dei macchinari. Al contrario, farmaceutica ed elettronica stanno registrando performance migliori. Il rallentamento è legato soprattutto ai costi dell’energia, aumentati sensibilmente dopo la crisi del Golfo. Molte imprese avevano già ordini acquisiti e contratti con i mercati esteri e non sono riuscite a trasferire i maggiori costi sui clienti».
Altre criticità?
«Iniziano a emergere segnali sul fatto che le nostre imprese soffrono sul fronte dell’export, una delle basi della nostra crescita che è stata infatti rivista».
L’impatto della crisi del Golfo si è già esaurito oppure dobbiamo aspettarci ulteriori conseguenze?
«Mi sembra che la situazione sia ancora molto instabile. Anche se sono stati firmati alcuni accordi, permane una forte incertezza. Finché quella situazione non si stabilizzerà, continueremo a vivere momenti di incertezza anche dal punto di vista economico».
Qual è oggi la priorità assoluta per restituire competitività all’industria?
«La priorità è senza dubbio il costo dell’energia. Parlando ogni giorno con gli imprenditori, il 90-99% di loro indica proprio questo come il problema principale. Negli Stati Uniti e in Cina l’energia costa molto meno e questo penalizza fortemente le nostre imprese. Noi siamo un Paese manifatturiero e trasformatore, ma dipendiamo dalle importazioni di energia. Dobbiamo semplificare le procedure e accelerare i tempi decisionali. Non possiamo aspettare mesi o anni per avere una politica comunitaria efficace. Su questo, purtroppo, sono piuttosto scettico».
Leggi anche:
La Lombardia accelera: nuova porta europea degli investimenti esteri
La strada verso il nuovo nucleare
© Riproduzione riservata