La prossima data cerchiata in rosso sull’agenda dell’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi Lovaglio, è quella del 16 luglio quando il cda di Mps potrebbe esprimersi sull’offerta di Intesa Sanpaolo e sulla proposta del Banco Bpm. A Siena si studiano le contromosse dopo l’Opas lanciata da Intesa Sanpaolo e la “lettera d’amore” del Banco Bpm cui Lovaglio non sarebbe del tutto insensibile.
Attualmente il board del Monte è diviso tra otto consiglieri di maggioranza e cinque della minoranza (compreso il rappresentante di Assogestioni). Qualsiasi manovra che il banchiere intenderà mettere in campo non sarà agevole da far passare, anche se mancano ancora i due consiglieri (i primi due non eletti della “lista del cda” all’assemblea del 15 aprile, vale a dire Alessandro Caltagirone e Gianluca Brancadoro) che – con un ritardo ormai più che sospetto – attendono da Francoforte il via libera necessario per insediarsi.
La passivity rules
Ma soprattutto, l’istituto di Rocca Salimbeni è sotto passivity rule e l’eventuale contropiede del banchiere deve comunque arrivare da un’assemblea straordinaria che voti una contro-offerta proveniente da altro soggetto. Secondo quanto risulta a Moneta, però, Lovaglio non avrebbe più il sostegno compatto dei soci “amici” che lo avevano fatto tornare sul Monte all’assemblea di aprile. La lista di Plt Holding della famiglia Tortora che aveva ricandidato il banchiere lucano ha ottenuto il 49,9% dei voti espressi, a fronte del 38,79% conseguito da quella del cda e del 6,94% di Assogestioni. Su Lovaglio, che partiva con l’1,2% dei Tortora, si è riversato il 32,5% del capitale con il contributo decisivo di Delfin, primo azionista del Monte con il 17,5%, e con i voti altrettanto decisivi di Banco Bpm (3,7%) oltre a quelli di diversi fondi internazionali, tra cui Norges Bank e Blackrock.
Le parole di Tortora
Sono passati quasi tre mesi e molte cose sono successe. Ora è difficile immaginare che Delfin, impegnata nella complicata gestione della faida ereditaria e dell’impatto sullo sviluppo di EssiLux, si schieri contro l’iniziativa di Intesa Sanpaolo, mentre il Banco Bpm per forza di cose dovrà tenersi fuori dal ring perché parte in causa. Per non dire dei fondi che lo avevano appoggiato, ora decisamente più inclini a condividere il progetto della banca milanese (che tra i suoi azionisti conta big come Blackrock).
Lo stesso Pierluigi Tortora, imprenditore nel settore dell’energia e azionista con l’1,2% del Monte, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso 12 giugno – pur rilanciando i meriti di Lovaglio – aveva dichiarato di non avere pregiudizi sull’offerta da 30,6 miliardi di Intesa: «È una proposta italiana e quindi è da prendere in considerazione», aveva detto. Spiegando di non aver ancora deciso se consegnare le azioni perché «c’è tempo fino all’assemblea di settembre» e sottolineando che «il punto di vista di un azionista come me che investe con la sua famiglia è di tenere in sicurezza i suoi titoli, renderli meno volatili» e «una banca che capitalizzerà, post Opas, quasi quattro volte il Monte può in effetti fornire stabilità». Quanto alla proposta del Banco Bpm, Tortora aveva ammesso di non sapere se sul fronte dei valori può contrastare l’offerta di Intesa. Insomma, una serie di messaggi di apertura verso Intesa che forse lo stesso Lovaglio non si aspettava.
Le carte di Lovaglio
Quali carte gli restano allora in chiave difensiva? A parte un’idea che difficilmente potrebbe concretizzarsi di un asse con Generali di cui si è ventilato più volte in quest’ultimo mese, la sua speranza è che si muova l’Antitrust rallentando l’acquisto dei 625 sportelli del Monte da parte di Ca’ de Sass, che già ne conta 2.646 in Italia e 923 all’estero. E che si attivi anche l’Ivass per la questione del Danish Compromise su Generali, su cui la Bce non si è ancora espressa a proposito di Piazzetta Cuccia. Ma se un colosso come quello guidato da Carlo Messina si muove, preparando da gennaio l’offerta con un team robustissimo di advisor finanziari e legali, con al fianco la Unipol di Carlo Cimbri proprio per evitare problemi col Garante, è chiaro che eventuali obiezioni sono state accuratamente vagliate preventivamente per essere superate nel rispetto della legge.
Il Pd toscano
A Lovaglio per il momento non resta, dunque, che puntare su Siena città. Dopo il lancio dell’Opas di Intesa, si sono subito mobilitate le istituzioni locali: la sindaca Nicoletta Fabio, la presidente della Provincia, Agnese Carletti, e il governatore toscano, Eugenio Giani, hanno chiesto «adeguate garanzie per la tutela dell’occupazione, per il mantenimento delle funzioni strategiche e direzionali» e «per la salvaguardia del nome Siena nella denominazione della banca». L’ad del Monte a fine maggio ha tenuto una lezione nell’aula magna dell’università di Siena ricordando che «la fiducia è stata la salvezza di Mps, la comunità si è stretta intorno alla banca e l’ha protetta», poi ha citato aneddoti su cittadini e colleghi di cda che gli hanno ricordato l’importanza del rapporto tra la città e la Rocca. E oggi sabato 11 luglio sarà “in tour” a San Casciano dei Bagni, sul palco di una rassegna culturale, per parlare di finanza, del futuro del sistema bancario e delle prospettive del Monte. Lovaglio prova, insomma, a giocare la carta della senesità, dell’identità e dell’appartenenza territoriale. Anche se è nato a Potenza.
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