Per anni il rischio geopolitico è stato sinonimo di instabilità nei mercati emergenti: colpi di Stato, nazionalizzazioni, guerre civili, espropri. Oggi la mappa si è ribaltata. Il principale fattore di incertezza per le multinazionali non arriva più dalla periferia del mondo, ma dai Paesi che fino a ieri rappresentavano il cuore dell’ordine economico internazionale. È questa la conclusione della Ninth Annual Political Risk Survey realizzata da Wtw, operatore globale nella consulenza per la gestione dei rischi presente in oltre 140 Paesi.
Le aziende temono i loro governi
Le aziende non temono più soltanto guerre o rivoluzioni lontane, ma le decisioni dei propri governi, la frammentazione del commercio internazionale, i dazi, la polarizzazione politica interna e gli attacchi ibridi alle infrastrutture. La survey, condotta su 57 grandi multinazionali – prevalentemente europee e nordamericane – mostra come il primo rischio percepito non sia neppure un conflitto armato. Il 61% degli intervistati considera infatti l’aumento delle barriere commerciali il fenomeno più difficile da gestire, davanti perfino alla crescita dei conflitti internazionali. Dazi, embarghi, restrizioni agli investimenti e controlli sulle esportazioni vengono percepiti come strumenti più imprevedibili e difficili da aggirare rispetto alle stesse guerre tradizionali. Il 61% delle aziende considera l’aumento delle barriere commerciali il rischio più difficile da gestire.
L’Ucraina
Se nel 2022 era stata la guerra in Ucraina il principale choc, oggi sono dazi, embarghi e restrizioni agli investimenti a produrre gli effetti più diffusi.
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio il progressivo “sdoppiamento” delle multinazionali. L’84% degli intervistati sta preparando uno scenario nel quale attività occidentali e orientali dovranno operare in modo sempre più autonomo, riorganizzando filiere, dati, tecnologia e investimenti secondo logiche geopolitiche prima ancora che economiche.
Il rapporto dedica ampio spazio anche alla cosiddetta “grey zone”, quella zona grigia fra pace e guerra fatta di sabotaggi, cyberattacchi, campagne di disinformazione e coercizione economica. Oggi il rischio più temuto non è l’attacco militare convenzionale, bensì quello contro le infrastrutture critiche: il 65% delle aziende cita il sabotaggio di cavi sottomarini, reti energetiche, oleodotti e centri logistici come principale fonte di preoccupazione. Seguono la coercizione economica (61%) e gli attacchi informatici sponsorizzati dagli Stati (56%).
Conflitti ibridi e zone grigie
«Le aziende europee sono sempre più preoccupate per le attività a metà tra guerra e pace, in cui l’identità e le motivazioni degli aggressori sono spesso sconosciute», spiega a Moneta Sam Wilkin, direttore del Political Risk Analytics di Wtw. «Sentiamo regolarmente esprimere preoccupazioni per la pressione ibrida, l’instabilità politica e la rapidità con cui il contesto operativo può cambiare, ma per il 65% degli intervistati la preoccupazione più citata riguarda gli attacchi alle infrastrutture. Questo rischio è entrato per la prima volta tra le prime tre preoccupazioni legate alla zona grigia nel 2023, e quest’anno è salito al primo posto della classifica. Le aziende si trovano quindi a dover riorganizzare la propria struttura attorno al tema del rischio politico», aggiunge Wilkin. Il rapporto evidenzia inoltre come il rischio politico non sia più soltanto “estero”. Quasi quattro imprese su dieci ritengono che le politiche del proprio governo aumentino i rischi affrontati sui mercati internazionali. È il riflesso delle tensioni commerciali, delle sanzioni e della crescente identificazione delle multinazionali con gli interessi strategici del Paese di origine. Di conseguenza, il 32% ritiene che la sicurezza nazionale debba prevalere anche a costo di una minore competitività.
I costi
L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai costi. Il 75% delle imprese intervistate dichiara di aver subito almeno una perdita riconducibile a eventi geopolitici, una percentuale inferiore solo al picco registrato nel 2023 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Cresce inoltre il numero delle perdite superiori ai 250 milioni di dollari, segnale che i rischi stanno diventando meno frequenti ma molto più pesanti dal punto di vista economico. «Il rischio politico – evidenzia Gian Marco Tosti di Valminuta, capo della Specialties Western Europe e della Mediterranean Region di Wtw – non è più una variabile alla periferia del business. È diventato un fattore centrale e strutturale che influenza strategie, investimenti e catene di fornitura. Le aziende che sapranno trasformare l’incertezza geopolitica in capacità di adattamento saranno quelle meglio posizionate per cogliere le opportunità di un contesto globale sempre più complesso, gestendo attivamente i nuovi rischi invece di subirli».
Leggi anche:
Borse giù per Groenlandia e nuovi dazi, geopolitica al centro nella settimana di Davos
Pons (Janus Henderson): la geopolitica da rischio a opportunità
© Riproduzione riservata