C’è un dato che racconta meglio di molti dibattiti perché il lavoro femminile in Italia continua a essere un’emergenza: tra le madri che vivono in coppia, quasi una su due non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione. Per i padri, nelle stesse condizioni, accade a meno di uno su dieci. La differenza è enorme e fotografa un Paese in cui la genitorialità continua ad avere un peso profondamente diverso a seconda che a diventare genitore sia una donna o un uomo.
E’ ciò che emerge dalla seconda edizione del Rapporto Dedalo – Laboratorio permanente sul fenomeno NEET della Fondazione Gi Group, secondo cui oltre 1,1 milioni di donne tra i 15 e i 34 anni sono oggi NEET, cioè fuori da percorsi di istruzione, formazione e occupazione. Rappresentano il 59% di tutti i giovani NEET italiani.
Quando arriva un figlio, il divario esplode
Il dato più significativo riguarda proprio la maternità. Se tra le donne che vivono ancora nella famiglia d’origine il tasso di NEET è del 12%, tra le madri che vivono in coppia balza al 49,4%. Significa che quasi una donna su due interrompe o non riesce nemmeno a costruire un percorso di studio o lavoro.
Per gli uomini lo scenario è completamente diverso: tra i padri in coppia il tasso si ferma all’8,3%. In altre parole, una madre ha una probabilità quasi sei volte superiore rispetto a un padre di ritrovarsi fuori dal mercato del lavoro e della formazione.
Il divario raggiunge livelli ancora più estremi tra i 20 e i 24 anni, dove il 78,2% delle giovani madri in coppia è NEET, con uno scarto di 58,5 punti percentuali rispetto ai coetanei padri. Numeri che raccontano come la nascita di un figlio rappresenti ancora oggi un punto di svolta soprattutto per la carriera femminile.
La cura resta un lavoro quasi esclusivamente femminile
Dietro questi dati non c’è soltanto la difficoltà di trovare un impiego, ma anche la distribuzione delle responsabilità familiari. Secondo il rapporto, il 78,8% delle madri NEET indica proprio gli impegni di cura e familiari come causa principale della propria condizione. Tra gli uomini, invece, prevalgono motivazioni legate al mercato del lavoro, come la disoccupazione di lungo periodo.
La maternità continua quindi a trasformarsi, molto più della paternità, in un fattore di esclusione dal lavoro. Un fenomeno che riflette un’organizzazione familiare nella quale il carico della cura ricade ancora prevalentemente sulle donne.
Il peso della famiglia si vede anche senza figli
Uno degli aspetti più interessanti dell’indagine è che il divario emerge persino prima della genitorialità. Tra le coppie senza figli, infatti, il tasso di NEET è del 15,7% per le donne contro appena il 3,4% per gli uomini. Un gap che attraversa tutte le fasce d’età e suggerisce come sia già la semplice convivenza a modificare in modo diverso le opportunità lavorative di uomini e donne.
Il dato richiama il peso di modelli culturali ancora fortemente sbilanciati nella distribuzione del lavoro domestico e delle responsabilità familiari, che continuano a incidere sulle scelte professionali e sulle possibilità di permanenza nel mercato del lavoro.
Nemmeno la laurea basta a proteggere le donne
Tradizionalmente il titolo di studio rappresenta uno dei principali strumenti di tutela contro l’inattività, ma quando entra in gioco la maternità, anche questo vantaggio si riduce sensibilmente. Tra i laureati il tasso di NEET è del 12,5% per le donne e dell’8,1% per gli uomini. Il divario cresce con l’età e supera i cinque punti percentuali tra i 30 e i 34 anni.
Ancora più evidente è la situazione tra i genitori laureati che vivono in coppia: le madri presentano un tasso di NEET quasi dieci volte superiore rispetto ai padri con lo stesso livello di istruzione. In altre parole, investire nella formazione non basta se il sistema continua a scaricare sulle donne gran parte del lavoro di cura.
Un costo che pesa sull’intero Paese
L’Italia continua a registrare uno dei tassi di NEET più elevati d’Europa. Nel 2025 il fenomeno interessa il 15,6% dei giovani tra i 15 e i 34 anni, pari a circa 1,87 milioni di persone. Ma il problema non riguarda solo l’occupazione femminile. Quando oltre un milione di giovani donne resta fuori da studio e lavoro, il Paese perde competenze, produttività e crescita economica. E rischia di alimentare un circolo vizioso in cui le disuguaglianze si trasmettono anche alle generazioni successive.
“Con oltre un milione di giovani donne fuori da percorsi di studio e lavoro, l’Italia non solo disperde capitale umano, ma rischia di riprodurre le stesse condizioni di vulnerabilità nelle generazioni future. – sottolinea Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group – Se vogliamo interrompere questo circolo vizioso, è necessario intervenire prima che queste disuguaglianze si consolidino”.
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