Fra siccità, alluvioni e disastri naturali, il clima impazzito è diventato una minaccia strutturale per l’agricoltura che, senza interventi significativi su innovazione e infrastrutture, rischia di mettere a rischio la sicurezza alimentare del Paese. Moneta ne ha parlato con Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti.
L’ondata di caldo ripropone l’emergenza siccità. A che punto siamo?
«Siamo davanti a un fenomeno che purtroppo non può più essere considerato straordinario. Il cambiamento climatico sta modificando profondamente le condizioni nelle quali operano le imprese agricole e la siccità è diventata un elemento strutturale con cui fare i conti. Oggi non possiamo ancora quantificare con precisione i danni, perché molto dipenderà dall’evoluzione delle prossime settimane, ma i primi segnali sono evidenti. Le alte temperature e la mancanza di precipitazioni stanno mettendo sotto pressione colture e allevamenti. Ma c’è di più, anche il resto dell’Ue si sta rendendo conto che quello della siccità, spesso poco considerato, non è un problema del Sud dell’Europa, ma sta diventando un problema di tutto il continente».
Quali sono oggi le produzioni che destano maggiore preoccupazione?
«Le maggiori criticità riguardano soprattutto il bacino padano, dove si concentra una parte rilevantissima della produzione agroalimentare nazionale e sono figlie del mix scarse precipitazioni nevose durante l’inverno e temperature record, ma tutta l’Italia soffre. Le colture più esposte sono il riso, il mais, il pomodoro da industria e i foraggi. In Toscana registriamo già problemi sulle produzioni ortofrutticole, con fenomeni di scottature che interessano frutta, meloni, angurie e ortaggi. Se il caldo dovesse proseguire, il rischio si estenderebbe progressivamente anche ad altre produzioni strategiche come vite e olivo, gli ortofrutticoli. È ancora presto per fare stime definitive, ma sappiamo già che temperature elevate e scarsità d’acqua significano inevitabilmente una riduzione delle rese».
Le difficoltà riguardano anche gli allevamenti. Qual è la situazione nelle stalle?
«Il caldo provoca effetti molto pesanti sugli animali. Lo stress termico determina un calo della produzione di latte che può arrivare al 20%, con conseguenze sulla disponibilità di materia prima per la trasformazione e quindi sulla produzione di formaggi. Per limitare i danni gli allevatori hanno attivato ventilatori, doccette refrigeranti e sistemi di raffrescamento, aumentando la disponibilità di acqua per gli animali. Tutto questo, però, ha un costo elevato. Solo per l’energia necessaria alla ventilazione, alla refrigerazione del latte e al funzionamento degli impianti si registrano incrementi che possono arrivare al 30%, aggravando ulteriormente i bilanci delle aziende».
Aumentano quindi sia i danni alle produzioni sia i costi delle imprese.
«Esatto. L’emergenza climatica ha anche un impatto economico diretto. Irrigare oggi costa molto di più perché gli impianti funzionano in larga parte a gasolio, il cui prezzo dall’inizio dell’anno è aumentato sensibilmente. A questo si aggiungono i maggiori costi dell’energia elettrica per la conservazione dei prodotti e per la gestione degli allevamenti, in un contesto già appesantito dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento dei costi energetici. Negli ultimi quattro anni i cambiamenti climatici sono costati all’agricoltura italiana oltre 20 miliardi di euro tra siccità, alluvioni ed eventi estremi, con riduzione del potenziale produttivo e perdita di spazio sui mercati, è il caso delle pere, dei kiwi, delle nocciole, eccetera. È evidente che non siamo più di fronte a episodi occasionali, ma a un fattore che incide sulla competitività del sistema agricolo».

Il caso del riso sembra particolarmente delicato. Perché?
«Perché le principali aree risicole italiane si trovano tra Piemonte e Lombardia, fino a Veneto ed Emilia-Romagna, proprio dove la disponibilità idrica sta diminuendo rapidamente. I consumi d’acqua aumentano mentre le portate dei fiumi e dei canali irrigui si riducono. Se nelle prossime settimane non arriveranno precipitazioni significative potremmo ritrovarci in uno scenario molto simile, se non peggiore, rispetto al 2022, anche perché quest’anno il caldo è arrivato con maggiore anticipo. Alcune aziende potrebbero perdere oltre il 30% della produzione. A questo si aggiunge il problema del cuneo salino nel Delta del Po, dove la riduzione della portata del fiume favorisce la risalita dell’acqua marina, mettendo a rischio risaie, colture e riserve di acqua dolce».
C’è poi il tema della tutela dei lavoratori agricoli, impegnati nelle raccolte proprio durante le settimane più calde.
«È un tema prioritario. In questo periodo circa mezzo milione di lavoratori è impegnato nelle campagne italiane per la raccolta di frutta, ortaggi e cereali. Era quindi fondamentale introdurre strumenti che consentissero di sospendere le attività nelle ore più critiche senza penalizzare imprese e lavoratori. La possibilità di ricorrere alla cassa integrazione in caso di sospensione dell’attività per il caldo va nella direzione che Coldiretti aveva chiesto al governo. Parallelamente abbiamo diffuso precise indicazioni alle aziende: disponibilità di acqua e aree d’ombra, utilizzo di dispositivi di protezione, riorganizzazione dei turni privilegiando le ore più fresche e, quando necessario, anche il lavoro serale o notturno. La sicurezza viene prima di tutto».
Coldiretti insiste sulla necessità di investire negli invasi. Perché è una priorità?
«Perché l’Italia continua a perdere una parte enorme di acqua piovana. Oggi siamo capaci di trattenere solo una quota minima delle precipitazioni, mentre il resto finisce rapidamente in mare. È un paradosso che un Paese colpito contemporaneamente da alluvioni e siccità non disponga ancora di una rete moderna di bacini per raccogliere e distribuire l’acqua. Gli invasi non servono soltanto all’agricoltura ma rappresentano una grande infrastruttura nazionale a beneficio dell’intero sistema economico e ambientale. Consentono di accumulare risorse nei periodi piovosi, garantire disponibilità durante l’estate, ridurre il rischio idrogeologico e, in molti casi, produrre anche energia idroelettrica. È una scelta che non può più essere rinviata, che cresce, ma ancora troppo lentamente».
Quanto possono contribuire innovazione e tecnologia ad affrontare questa nuova normalità climatica? E quale ruolo possono avere le Tea?
«L’innovazione rappresenta una leva indispensabile, ma non può sostituire gli investimenti infrastrutturali. Sempre più aziende stanno adottando sistemi di irrigazione digitale e di precisione che consentono di utilizzare l’acqua solo quando serve e nella quantità necessaria. È una strada che va sostenuta con forza. Allo stesso tempo bisogna accelerare sul fronte delle Tecniche di Evoluzione Assistita. Le Tea consentono di ottenere varietà vegetali più resistenti alla siccità, alle alte temperature e alle nuove fitopatie senza introdurre materiale genetico estraneo. Per Coldiretti è fondamentale che l’Europa completi rapidamente il percorso normativo per permettere agli agricoltori di utilizzare questi strumenti. Non possiamo chiedere alle imprese di competere con un clima completamente cambiato utilizzando esclusivamente varietà selezionate per condizioni che non esistono più».
Il cambiamento climatico riguarda soltanto il mondo agricolo o coinvolge l’intero Paese?
«Coinvolge tutti. L’agricoltura è semplicemente il primo settore che ne subisce gli effetti perché dipende dagli equilibri naturali. Ma quando diminuiscono le produzioni di conseguenza aumentano i rischi per l’approvvigionamento alimentare, crescono i costi delle imprese e si mettono sotto pressione intere filiere. Allo stesso tempo il cambiamento climatico interessa anche le città. Per questo riteniamo necessario investire nel verde urbano e nelle aree agricole periurbane, che contribuiscono ad abbassare le temperature, migliorano la qualità dell’aria e riducono l’effetto delle isole di calore. La gestione dell’acqua, la tutela del suolo, il verde e l’innovazione devono entrare a pieno titolo tra le priorità delle politiche economiche nazionali. La vera sfida non è gestire l’emergenza, ma costruire un sistema capace di adattarsi a un clima che è già cambiato».
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