C’è un momento, in questi giorni, in cui l’America si ferma a un incrocio e non riconosce i nomi delle strade. Le insegne sono le stesse, la bandiera è la stessa, l’inno lo sanno ancora tutti a memoria. Ma qualcosa non torna, come quando guidi di notte in una città che credevi tua e a ogni svolta il navigatore ricalcola. Metà del Paese guarda l’altra metà e vede un’invasione. Le famiglie hanno imparato a non parlare di certe cose al tavolo del Ringraziamento, i vicini si salutano da lontano misurando il prato come una zona contesa. Ognuno è lo straniero di qualcun altro. Lo chiamano polarizzazione, che è una parola da laboratorio. La parola giusta è più antica: smarrimento. E per lo smarrimento non servono i sondaggi. Serve una mappa. L’America ce l’ha, ed è la sua letteratura, perché questo è un Paese che è stato scritto prima di essere vissuto: un sermone su una nave, una collina splendente, una promessa messa su carta e poi abitata.
La mappa che fu
Quella mappa aveva un orientamento semplice. Si andava. La strada aperta di Whitman, la zattera di Huck che scende il fiume di notte, Kerouac che brucia la benzina degli anni Cinquanta e i picari di Algren, quelli del dollaro di strada che non finisce mai in banca: il verbo dell’America è sempre stato partire, e l’orizzonte era la sola frontiera concessa, sempre un passo più a Ovest. In fondo alla baia, una luce verde diceva che il futuro era una questione di corsa: corri più forte, allunga le braccia, e una bella mattina. Su quella cartografia della promessa un Paese ha camminato per due secoli. È la prima cosa che oggi non corrisponde più al territorio. La luce verde ammicca ancora, ma nessuno attraversa più la baia: la guarda dallo schermo del telefono, alle quattro del mattino, chiedendosi chi gliel’ha spenta.
Promesse e paure
Perché sotto la mappa della promessa ce n’è sempre stata un’altra, disegnata a china scura. È quella della paura, e va da Poe a Faulkner a DeLillo, con le sue sette pieghe: la guerra civile, il Ventinove, l’atomica, il Vietnam, le torri. Il romanzo americano è stato il sismografo che registrava la scossa prima dei giornali. Amidon aveva visto il muro col Messico dentro un’utopia residenziale del Maryland quando ancora era solo cemento immaginato: l’amico bianco e l’amico nero che affogano nel sospetto, i figli che vedono negli occhi dei figli degli altri quello che non volevano vedere. Quel muro adesso è di lamiera, lo puoi toccare. Ed è inutile, perché la paura ha cambiato indirizzo: non arriva più dal mare o dal cielo, si è seduta a tavola. Non è l’invasore. È il vicino di casa con il cartello elettorale sbagliato nel prato.
Il caso Wallace
C’è un punto, sulla mappa, dove le strade finiscono. Ci è arrivato per primo Wallace, l’uomo nato a Ithaca che non è mai tornato a casa: oltre quel confine ha perso le parole. Aveva descritto la sua epoca come una festa con i genitori via – il divano bruciacchiato, il vomito nel portaombrelli, la voglia che qualcuno tornasse a rimettere ordine. La festa è finita. L’America di questi giorni è la casa il giorno dopo: nessun adulto è rientrato, le stanze sono piene di luce sporca, e ognuno racconta una versione diversa di com’erano i mobili prima che qualcuno li spostasse. Non sai più se chi parla mente o crede a se stesso, se l’uomo è andato sulla Luna, se le elezioni le ha vinte chi le ha vinte. La post verità che i romanzi profetizzavano dieci anni fa non è più un tema: è l’aria, il ronzio di fondo, il neon che sfrigola sopra l’incrocio.
I nuovi cartografi
Eppure la mappa non è finita. La stanno ridisegnando dai margini, i nuovi cartografi, e nessuno somiglia ai grossi maschi bianchi con gli occhiali che Wallace aveva censito. C’è il nativo di Oakland che raduna dodici voci verso un powwow per dire che lo sradicamento non viene da fuori, ti nasce in cortile, nella terra degli avi cancellata a colpi di affitto. C’è la ragazza venuta dai Balcani che riporta il western nel deserto e lo riempie di sete e di fantasmi, perché la frontiera, quando smetti di attraversarla, ti si volta contro. C’è il figlio dei giamaicani di Miami che alla domanda delle domande – what are you? – risponde con l’unica parola onesta rimasta: spossessato. Raccontano tutti la stessa cosa da punti diversi della carta: la casa che si perde mentre la si abita.
Partenze e ritorni
Ed è qui che la mappa rivela il suo segreto. Per due secoli la letteratura americana ha raccontato la partenza; da vent’anni racconta il ritorno che non arriva. Itaca dove la nave non attracca. Un impero che ha vinto la sua guerra fredda e si è svegliato solo, senza più nessuno contro cui essere grande, e senza le cicatrici per reggere il colpo: non ha avuto i totalitarismi in casa, non ha mai visto i propri figli votare per il male, non sa cosa si fa di una sconfitta.
Gli europei
Noi europei sì, è l’unica cosa che sappiamo e che loro non riescono a tradurre. Per questo lo smarrimento americano ci riguarda: è il nostro, senza il vaccino della memoria. L’America resta ferma all’incrocio, con la mappa spiegata sul cofano, e le strade scritte non coincidono più con le strade vere. Ma la mappa è ancora l’unica cosa che ha. La piega, se la mette in tasca, riparte piano. E il gigante che si annusava addosso il sudore freddo cammina nel buio ripetendo a bassa voce l’antica preghiera dei suoi pugili: che il sale, prima o poi, torni a farsi rugiada.
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