Le partecipazioni dove il Tesoro vanta il controllo azionario valgono in Borsa quasi 400 miliardi, ma si tratta di un patrimonio che assicura solo dividendi senza una vera e propria regia industriale. L’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria, oggi alla guida della Fondazione Enea Tech e Biomed, spiega perché la strada francese invocata dal Pd, ma occorrano, invece, indirizzi generali che lascino le partecipate libere di competere sul mercato globale.
Professor Tria, il valore economico delle 15 partecipate dello Stato è decisamente rilevante, ma manca una strategia d’indirizzo dichiarata. È un problema di metodo o una scelta per non ripetere gli errori degli anni Settanta-Ottanta?
«Le nostre grandi imprese di punta sono a partecipazione statale, con vari gradi di intensità: rappresentano le poche multinazionali italiane capaci di raccogliere capitali nel mondo. Un uso virtuoso delle partecipazioni dovrebbe garantire loro la massima espressione, con indirizzi generali che non facciano pensare a una nuova Iri né limitino la loro capacità di operare sul mercato, perché è lì che si misura la loro forza».
Nel dibattito politico si guarda al modello francese dell’Agence des Participations de l’État (Ape), che impone direttive cogenti al management. È la strada giusta?
«È chiaro che dove la partecipazione pubblica è prevalente lo Stato determina anche le nomine, ma il compito del management è seguire indirizzi generali: il successo dell’impresa da una parte e la crescita del Paese dall’altra. Bisogna distinguere tra gli obiettivi generali e la gestione corrente. Il problema è non pensare che la parte pubblica possa determinare troppo, non tanto gli indirizzi, quanto la gestione stessa».
Eppure, il Pd rivendica proprio il modello dell’Ape per una cabina di regia sulle partecipate.
«Nel mondo c’è sempre più una commistione fra capitali privati e capitali pubblici, pur con differenze sistemiche rispetto a Stati Uniti o Francia. Ma la storia insegna che le partecipazioni statali, quando non sono gestite in modo peggiore rispetto alle grandi imprese private, restano la punta di diamante della nostra industria capace di competere senza protezioni».
Il Mef ha creato un dipartimento apposito per le partecipate. Basta, considerando che oltre a Mps il Tesoro ha altre interessenze nella finanza?
«Il ministero dell’Economia ha creato un dipartimento apposito (il dipartimento dell’Economia, ndr) per le partecipazioni statali, che dovrebbe tenerne conto in un’ottica di linee di indirizzo per lo sviluppo economico del Paese. Le partecipazioni sono anche fonte di reddito per il bilancio pubblico, un contributo che non va dimenticato: nel rapporto CoMar ci sono già esempi di successo di cui l’Italia può essere orgogliosa».
Energia e IA: StM potrebbe essere indirizzata verso l’IA, mentre Enel, Eni, Snam e Terna verso una filiera di rinnovabili e nucleare?
«Sono certamente collegate. Sull’intelligenza artificiale c’è uno spazio enorme per le applicazioni, anche senza competere sui grandi capitali di base. Sull’energia il punto è cruciale: le grandi partecipate dovrebbero orientarsi su piani avanzati per le rinnovabili e, se si potrà tornare a discuterne dopo il referendum, sul nucleare. Non possiamo rallentare la transizione energetica: chi frena oggi perde i mercati del futuro, mentre la Cina corre e l’Europa deve decidere dove collocarsi».
Dal punto di vista macroeconomico, qual è la vera posta in gioco?
«Il ruolo di queste grandi imprese è attrarre capitali da tutto il mondo, come fanno le big tech americane alimentate dal risparmio globale. Bisogna evitare ogni protezionismo che salvi industrie decotte e invece aprirsi, attrarre capitale ed espandersi all’estero: è questa, in fondo, la vera politica industriale possibile per un Paese come l’Italia».
Lei ha parlato di «obsolescenza del capitale investito» come uno dei nodi della transizione. Che cosa intende esattamente?
«Quando accelera il progresso tecnologico, chi ha investito in impianti non ancora aggiornati vede perdere valore al proprio capitale e resiste al cambiamento: è uno dei motivi delle resistenze che vediamo, per esempio, sull’energia, dove per un certo periodo servono ancora investimenti sui fossili anche mentre acquisiscono valore le rinnovabili. È una transizione complessa, che va guidata, non subita».
Un intervento pubblico può accelerare la sostituzione di questo capitale, oppure deve restare una logica di mercato?
«Bisognerebbe studiare strumenti per favorire il passaggio, ma uno degli strumenti di mercato più efficaci resta avere grandi imprese tecnologiche e finanziarie capaci di attrarre risparmio, anche dal resto del mondo: c’è un grande risparmio globale in cerca di rendimento, e le nostre partecipate, pur di dimensioni contenute rispetto ai colossi internazionali, sono importanti proprio perché tecnologicamente avanzate».
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