Ci sono voluti quasi 15 anni, ma alla fine il Pd a trazione pugliese ce l’ha fatta a mettendo una pietra tombale sulla storia del siderurgico nazionale. Taranto spegnerà gli altoforni e non produrrà più acciaio. Una serie lunghissima di sentenze «a orologeria», come le ha definite il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, sono servite allo scopo e hanno spinto giù da una sorta di piano inclinato la storia dell’acciaio tricolore.
Riavvolgere il nastro
Per capire la portata degli eventi dobbiamo riavvolgere il nastro al 2012 quando il gip di Taranto dispose il sequestro preventivo degli impianti a caldo dell’Ilva per disastro ambientale. La gestione era quella super produttiva della famiglia Riva e sarebbe bastato imporre bonifiche e risanamento. Invece si scelse la strada del sequestro (e dell’esproprio di fatto), e poi quella del commissariamento, sbagliando in pieno la strategia. Quattordici anni dopo si è perso tutto: produzione, lavoro, prospettive e vite. In nome di un “ambiente” che è stato sempre preso come scusa per muovere le fila di interessi politici, ma mai come vera priorità. Comune di Taranto (con Stefano Ippazio, Rinaldo Melucci, Piero Bitetti) e Regione Puglia (con Nichi Vendola, Michele Emiliano fino ad Antonio Decaro) sono in cima alla lista di questa strategia avvallata da un governo dopo l’altro e spesso realizzata per mano di decisioni giuridiche fragili.
Il rogo
«Le sentenze non si discutono», hanno chiosato i sindacati dopo la decisione del Tribunale di Milano di chiudere l’area a caldo. È sicuramente però discutibile un provvedimento “minore” che ci ha portato fino a qui e che ha tenuto sotto sequestro uno degli altoforni a Taranto (l’Afo 1) per più di un anno. Una vicenda che ha avuto un ruolo determinante, insieme con altri fattori, nella mancata vendita in corso. Se si fosse realizzata, oggi staremmo parlando dei progetti green sugli stabilimenti e non di una emorragia di esuberi.
Ma l’impianto è sottoposto a sequestro probatorio dal 7 maggio 2025 dopo un rogo scoppiato a una delle tubiere, con fuoriuscita di gas e materiale incandescente. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha definito la misura un grave danno economico superiore a 2 miliardi di euro, che ha pregiudicato la trattativa con potenziali investitori nonché il futuro dello stabilimento.
La permanenza del blocco sull’Altoforno 1 (che poteva risolversi dopo le indagini del caso) ha rallentato drasticamente il piano di marcia industriale e la normale ripresa a pieno regime della produzione siderurgica. Una delle tante mine che una certa politica ha disseminato lungo il cammino industriale del sito.
La speranza ripartenza green
Eppure tutti i piani per la vendita degli ultimi due anni prevedevano una ripartenza green che traghettasse – con il tempo necessario – l’ex Ilva verso un futuro decarbonizzato e ambientalmente sicuro.
Una priorità che non si discute, ma che è stata comunque sabotata, come se l’unica soluzione possibile e perseguibile fosse la chiusura. Come se la chiusura garantisse le bonifiche e il risanamento dell’area.
Certo non produrre più significa interrompere il ciclo, ma se davvero era “disastro ambientale” già nel 2012, cosa lascia l’ex Ilva tra le sue ceneri e con il rischio concreto che nessuno più se ne occupi industrialmente?
Il caso campano
Il caso Bagnoli insegna quale rischio elevato sta correndo oggi Taranto dal punto di vista della salute. Dalla fine degli anni Novanta Bagnoli è parte della geografia delle ex aree industriali oggi classificate Sin (Siti d’interesse nazionale): un’eredità tossica che ha lasciato, oltre alle fibre di amianto, arsenico, piombo, zinco, mercurio, cromo, idrocarburi pesanti e leggeri. Nei pressi dell’ex sito industriale, nella zona dei pontili e della colmata e in direzione Nord verso l’arenile, tutte le analisi effettuate mostrano un inquinamento generalizzato dei fondali.
Nel 2024, dopo vent’anni, è stata avviata una prima sperimentazione innovativa di bonifica tramite l’utilizzo combinato di microrganismi e corrente elettrica a basso voltaggio. Ma la strada è ancora tutta in salita per il territorio. E sono passati venti anni.
I giudici di Milano
Tornando a Taranto, quindi, lo spettro ambientale resta. I giudici di Milano hanno dato ragione ai Genitori Tarantini (che hanno fatto ricorso con Regione e Comune) affondando le radici della scelta in una sentenza europea. Il 25 giugno 2024, i giudici europei avevano chiarito che «in caso di pericoli gravi e rilevanti per l’integrità dell’ambiente e della salute umana» provocati dall’attività dell’acciaieria «il termine per applicare le misure di protezione previste dall’autorizzazione all’esercizio non può essere prorogato ripetutamente e l’esercizio dell’installazione deve essere sospeso».
Il confronto sulle polveri sottili
Nel dettaglio, andava trovata una soluzione sul monitoraggio di Pm10 e Pm2.5, i wind days cioè i giorni particolarmente ventosi nei quali le emissioni dell’ex Ilva raggiungono più facilmente le zone abitate, l’installazione di serbatoi contenenti sostanze pericolose, la temperatura di combustione delle torce che bruciano i gas usati nel processo di produzione dell’acciaio e la cattura delle emissioni diffuse che si creano dal coke. A tutto questo si è aggiunto il caso amianto che non era stato ignorato, ma il cui smaltimento era previsto a fine ciclo degli impianti nel passaggio ai forni elettrici.
Una serie di problemi che scompariranno con lo stop agli impianti? Solo in parte. La partita ambientale si gioca tutta ora, ma sarà da vedere se sarà anche la priorità degli enti locali che adesso devono arginare la bomba sociale che inevitabilmente scoppierà tra le loro mani e difficilmente potrà essere risolta a colpi di “no”.
Il no del primo cittadino
Vale la pena ricordare che il sindaco di Taranto ha posto il veto a ogni soluzione presentata nell’ultimo anno: il rigassificatore in primis. Ma non solo. Pietro Bitetti ha emesso una ordinanza che prevede in quattro pagine lo stop alla centrale termoelettrica dell’ex Ilva.
Insomma, le soluzioni industriali future dovranno passare per lo screening della sinistra ambientalista che comanda e ha sempre comandato a Taranto e a cui il progresso industriale, anche quello green dei parchi eolici, suona male a prescindere. Eppure c’è chi a sinistra resta distratto visto che a Milano, come dimostra la nostra infografica, il livello delle polveri sottili (Pm10 e Pm2.5) registrato da Arpa è più elevato che a Taranto.
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