Zero rischio non equivale a zero perdita se di mezzo c’è l’inflazione che morde alle caviglie i nostri risparmi. Lasciare fermi i soldi sul conto corrente con il caro vita che aumenta a ritmo spedito si traduce, nel tempo, in una consistente perdita di potere d’acquisto. È una tassa silenziosa che si paga, anno dopo anno, senza accorgersene. Adesso la lancetta dell’inflazione indica 3,3% e ce ne accorgiamo nel fare benzina, la spesa o quando mangiamo fuori casa. Il principale errore che si tende a fare è sottovalutare questi segnali senza mettere subito in atto delle contromisure, di breve e di lungo periodo. Senza dimenticare che l’inflazione è “personale”, dipende dalle abitudini di consumo di ognuno di noi. Spesso ci si rende conto in ritardo della morsa del caro vita. «La prima cosa è la consapevolezza, il passaggio in più è capire bene qual è la nostra inflazione personale e cambiare abitudini anche in maniera temporanea, anche se ciò che fa veramente la differenza sono i ragionamenti sul lungo termine per preservare il valore dei nostri risparmi», taglia corto Enrico Maria Cervellati, professore di finanza aziendale presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma.
Regola del 72
Una formula tradizionale per comprendere appieno gli effetti dell’inflazione è la regola del 72: dividendo 72 per il tasso d’inflazione si ottiene, in prima approssimazione, il numero di anni necessari perché i prezzi raddoppino. Con un’inflazione del 2%, circa 36 anni; al 4%, 18 anni; al 6%, appena 12 anni. Naturalmente è una regola approssimativa, ma rende immediatamente comprensibile il fenomeno. Un’inflazione apparentemente piccola produce effetti rilevanti nel tempo per effetto della capitalizzazione composta. «La prima regola è ragionare in termini reali e non nominali. Vale per il reddito, per il risparmio e soprattutto per gli investimenti», avvisa l’esperto di finanza comportamentale. Un investimento che rende il 3% quando l’inflazione è al 4% non sta generando un rendimento reale positivo: il potere d’acquisto diminuisce. Anzi, aggiungendo fiscalità e costi, la differenza in negativo diventa ancora più rilevante.
Rendimenti reali
Ragionando su più anni, l’erosione del potere d’acquisto assume dimensioni decisamente corpose. Ipotizzando un’inflazione media del 3%, il valore reale di 100mila euro scende a poco più di 73mila euro dopo 10 anni per quasi dimezzarsi a 54.300 euro dopo 20 anni. Se il cpi sale al 4%, lasciare ferma la liquidità significa ritrovarsi dopo due decenni con potere d’acquisto più che dimezzato (-55%). Investendo in azioni quella cifra lo scenario cambia radicalmente: considerando il rendimento storico medio dell’8,5% circa dell’azionario Usa, dopo 10 anni il valore reale lievita a oltre 170mila euro e dopo 20 anni a ben 291mila euro.
Quando si tratta di inflazione e investimenti c’è sempre l’equivoco di fondo di preoccuparsi quando il valore degli investimenti scende, mentre si fa molta più fatica a percepire una perdita di potere d’acquisto. Le persone soffrono psicologicamente per una perdita molto più di quanto apprezzino un guadagno equivalente. «Il problema è che percepiamo molto chiaramente una perdita finanziaria visibile, mentre percepiamo molto meno una perdita reale causata dall’inflazione. Posso quindi rifiutare un investimento perché temo una temporanea oscillazione del 5%, ma contemporaneamente accettare senza quasi accorgermene una progressiva erosione del potere d’acquisto della liquidità. Il rischio percepito e il rischio economico non sempre coincidono», spiega Cervellati. In finanza il rischio è bidirezionale, perdita ma anche guadagno; pertanto, non fare niente premia la parte negativa del rischio, se lasci soldi fermi hai la certezza di perdere il 3% l’anno considerando l’attuale livello di inflazione.
Da una ricerca condotta da Invesco e dal Centre for Economics and Business Research (Cebr) emerge che se le famiglie italiane avessero investito anche solo la metà dei propri risparmi annuali tra il 2015 e il 2025 in un portafoglio globalmente diversificato avrebbero potuto generare 192 miliardi di euro aggiuntivi. In Italia la propensione media al risparmio rimane alta (11,9% del reddito), ma è altrettanto alta la ritrosia a investire in azioni, dettata da un mix di prudenza e scarsa conoscenza. «Il risparmio non deve essere fine a sé stesso, bisogna investire – sottolinea a Moneta Stefano Firpo, membro Comitato Direttivo Centro Einaudi – e le attuali spinte inflazionistiche dovrebbero spingere verso gli indici azionari in quanto, se uno ha prospettiva di risparmio di lungo periodo, la Borsa disintermediata è la scelta da preferire, soprattutto gli indici di Borsa sono un modo da buon padre di famiglia per tutelarsi e preservare potere d’acquisto».
Ma come avvicinare i risparmiatori all’investimento in azioni? «Serve educazione finanziaria prima di tutto – indica Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo -, ma anche adeguamento normativo. Bisogna creare dei contenitori di strumenti finanziari fiscalmente agevolati dove metti dei paletti di investimento minimi nell’azionario per incentivare le famiglie a fare questo passo». Un’ipotesi è l’esenzione fiscale, totale o parziale, sui rendimenti degli investimenti mantenuti per almeno cinque anni.
Bond e lingotti
Sul fronte del reddito fisso, per contrastare l’inflazione c’è il possibile rifugio nei titoli di Stato indicizzati all’inflazione. «Sono interessanti ma richiedono consapevolezza. Non proteggono genericamente dai prezzi alti, ma da sorprese inflazionistiche superiori a quelle già riflesse nel mercato», argomenta il consulente finanziario Matteo Foti. «Per una protezione aggiuntiva – aggiunge l’esperto – nelle fasi di incertezza una quota marginale di oro può fungere da strumento decorrelante, anche se il mercato Toro degli ultimi anni suggerisce prudenza». In effetti il metallo giallo è reduce da una forte correzione dai massimi e la sua volatilità storica è un elemento da tenere in considerazione quando si decide che peso dargli in portafoglio. «L’oro risulta comunque interessante dopo la correzione di inizio anno, sostenuto dai continui acquisti delle banche centrali globali. Oltretutto, è un ottimo diversificatore contro il rischio geopolitico», afferma Alessio Rizzi, head of equity research di Ubs Asset Management, che nell’attuale contesto di tassi in risalita indica come interessante anche le banche europee che presentano bilanci solidi, utili record e una crescita dell’Eurozona più robusta delle aspettative.
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