La procedura d’infrazione avviata dalla Commissione europea contro tutti i 27 Stati membri per il mancato recepimento della direttiva Case verdi riapre il dibattito su una delle norme più controverse del Green Deal. Se nessun Paese è riuscito a rispettare i tempi fissati da Bruxelles, il problema, secondo Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, non è l’inerzia dei governi ma l’impianto stesso della direttiva. Che va cambiato al più presto. «Non basta più dire che la direttiva è sbagliata, bisogna aprire concretamente un percorso di revisione», spiega in questa intervista a Moneta.
Presidente, sta lanciando un appello al governo italiano?
«È un segnale che la politica non può più ignorare. E una responsabilità in più la dovrebbe avere la maggioranza politica attuale in Italia. Per due motivi. Primo perché ha votato contro questa direttiva come governo. E poi perché siamo il Paese che più viene danneggiato da un’impostazione sbagliata. Il fatto che tutti i 27 Stati membri siano in ritardo dimostra che il problema non è soltanto nazionale, ma riguarda l’impostazione stessa della direttiva. Chi ha sempre sostenuto che quella norma fosse sbagliata oggi dovrebbe assumersi la responsabilità di promuoverne una revisione sostanziale a livello europeo. Non servono piccoli ritocchi: bisogna modificare profondamente la direttiva Epbd attraverso una nuova iniziativa legislativa della Commissione, costruendo alleanze tra i Paesi che condividono questa esigenza. Ci sono le procedure per farlo».
Perché ritiene che la direttiva sia inapplicabile proprio in Italia?
«Per una ragione molto semplice. O si obbligano i proprietari a sostenere costosi interventi di riqualificazione energetica, e non credo che questo governo lo farebbe, oppure quei lavori vengono finanziati con risorse pubbliche. Ma allora bisogna spiegare dove trovare decine di miliardi di euro. È un’impostazione che non tiene conto della realtà del patrimonio immobiliare italiano e per questo va ripensata».
Le costruzioni e l’immobiliare rappresentano uno dei principali motori dell’economia italiana. Eppure, il settore continua a essere percepito più come una rendita da tassare che come un comparto produttivo. È un errore di impostazione della politica?
«È soprattutto un errore di impostazione di una parte della politica, spesso per ragioni ideologiche. In Italia si continua a parlare di tassare i ricchi senza considerare che il patrimonio immobiliare appartiene in larga misura alla classe media. Da noi colpire gli immobili significa colpire pensionati, lavoratori e famiglie che magari possiedono una seconda casa. Persiste inoltre una visione del proprietario come di uno speculatore, anziché come di un soggetto che svolge una funzione economica e sociale mettendo immobili sul mercato».
Secondo lei c’è anche una spinta europea verso una maggiore tassazione del mattone?
«Esistono indicazioni ricorrenti da parte di organismi internazionali che invitano l’Italia a spostare il prelievo fiscale dal lavoro e dalle imprese verso gli immobili. È un orientamento che viene presentato come una scelta tecnica, ma che inevitabilmente porta a interrogarsi sulle conseguenze economiche e sugli interessi che favorisce».
Sul fronte degli affitti brevi molti Comuni stanno introducendo limiti e nuove imposte. È la strada giusta?
«No. Le esperienze già maturate dimostrano che limitare gli affitti brevi non produce automaticamente più case disponibili né canoni più bassi. A New York, per esempio, sono aumentati i prezzi degli alberghi senza che si registrasse un incremento significativo dell’offerta abitativa».
Quale dovrebbe essere allora la priorità del governo sul mercato della locazione?
«Bisogna agire nella direzione opposta: più garanzie e incentivi anziché nuovi vincoli. Il provvedimento più importante è il disegno di legge che accelera le procedure di sfratto, approvato insieme al Piano Casa e ora all’esame del Senato. Dare maggiore certezza ai proprietari significa aumentare la disponibilità di immobili in affitto. A questo si potrebbero aggiungere ulteriori misure fiscali, come l’azzeramento dell’Imu per chi concede immobili in locazione ordinaria, e il rifinanziamento dei contributi destinati agli inquilini. Solo così si amplia davvero l’offerta e si prevengono anche le situazioni di morosità».
L’Italia continua ad avere un mercato degli affitti molto particolare rispetto agli altri Paesi europei?
«Sì. La nostra peculiarità è la proprietà diffusa. Non abbiamo soltanto un’elevata quota di famiglie proprietarie della prima casa, ma anche un mercato della locazione costituito prevalentemente da piccoli proprietari, spesso famiglie con uno o due immobili. È una caratteristica che qualsiasi politica sulla casa dovrebbe tenere presente».
I grandi investitori internazionali sono tornati a puntare con forza sul real estate italiano, soprattutto nelle grandi città. È il segnale che il mercato italiano è sottovalutato o che all’estero vedono un valore che noi stessi fatichiamo a riconoscere?
«È il segnale che esistono importanti opportunità di valorizzazione. Per troppo tempo molte operazioni di riqualificazione non sono state realizzate a causa di vincoli normativi e, in alcuni casi, anche di chiusure politiche verso gli investitori. Per anni il mercato sembrava limitarsi a Milano; oggi cresce l’interesse anche per Roma, dove esiste un patrimonio immobiliare enorme da recuperare. Se le regole favoriscono gli investimenti e distinguono tra speculazione e progetti di riqualificazione urbana, il mercato può contribuire allo sviluppo delle città».
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