L’intelligenza artificiale corre, le aziende investono e gli agenti intelligenti si preparano a entrare nei processi di lavoro. Ma in Italia c’è un problema: la tecnologia potrebbe arrivare trovandosi davanti dipendenti impreparati a usarla.
È il quadro che emerge da “The human premium: Leadership beyond the algorithm”, il nuovo studio di The Adecco Group, secondo cui il vero rischio della rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sarebbe la resistenza dei lavoratori al cambiamento, quanto piuttosto il ritardo delle aziende nella formazione, nella comunicazione e nella costruzione di una strategia.
Un paradosso particolarmente evidente in Italia. Da una parte, infatti, il 79% dei lavoratori italiani si dice disposto ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale. Dall’altra, solo il 24% dei leader dichiara di avere una strategia per comunicare con chiarezza ai dipendenti le opportunità che l’IA potrebbe creare.
Agenti intelligenti, l’Italia più prudente della media mondiale
Gli agenti di intelligenza artificiale sono destinati a diventare una presenza sempre più diffusa nei luoghi di lavoro. A livello globale, il 45% dei leader prevede la loro integrazione nei flussi operativi entro i prossimi dodici mesi. In Italia, però, la percentuale scende al 25%.
Un dato che segnala un approccio più prudente rispetto al resto del mondo, proprio mentre l’IA generativa e i sistemi capaci di svolgere autonomamente compiti complessi stanno iniziando a modificare l’organizzazione delle aziende.
Il fenomeno, secondo lo studio di Adecco, attraversa tutti i comparti dell’economia. Nel settore tecnologico, il 50% dei dirigenti si aspetta l’arrivo degli agenti intelligenti nei flussi di lavoro entro un anno. La percentuale è del 48% nella manifattura e nella logistica, del 45% nella sanità e nel settore farmaceutico, del 43% nell’energia e nelle clean technology e del 40% nella grande distribuzione.
L’intelligenza artificiale, insomma, non è più una questione limitata alle grandi aziende tecnologiche. La trasformazione sta coinvolgendo progressivamente l’intera economia.
Ma proprio qui emerge una delle principali contraddizioni.
Le aziende vogliono l’IA ma non hanno le competenze
Nonostante le elevate aspettative sull’arrivo degli agenti intelligenti, in nessun settore più del 25% dei leader ritiene che la propria organizzazione stia sviluppando le competenze necessarie per affrontare il cambiamento.
Il divario è evidente persino nel comparto tecnologico. Qui la metà dei dirigenti si aspetta l’introduzione degli agenti IA entro dodici mesi, ma solo il 20% si dice fiducioso rispetto alla preparazione dell’azienda.
Una situazione simile si registra nella manifattura e nella logistica. Il 48% dei leader prevede l’arrivo degli agenti intelligenti, ma solo il 24% ritiene che l’organizzazione stia costruendo le competenze necessarie.
La stessa dinamica si ripete, con differenze limitate, negli altri settori. Il problema, dunque, non riguarda una singola industria. È una sfida trasversale che coinvolge la capacità delle imprese di accompagnare l’innovazione tecnologica con un cambiamento organizzativo.
Italia in ritardo: solo il 12% dei leader è molto fiducioso
Se il quadro globale mostra una distanza tra la velocità dell’innovazione e la preparazione delle organizzazioni, i dati italiani sono ancora più critici.
Solo il 12% dei dirigenti italiani si dichiara molto fiducioso nella capacità della propria azienda di sviluppare le competenze di adattabilità e apprendimento continuo necessarie per affrontare il cambiamento.
Si tratta del valore più basso tra i tredici Paesi analizzati dallo studio.
Anche sul fronte della comunicazione interna il ritardo appare significativo. Solo il 24% dei leader italiani afferma di avere una strategia per comunicare chiaramente ai dipendenti che l’intelligenza artificiale potrà creare nuove opportunità. La media globale è del 36%.
Inoltre, appena il 29% dei leader italiani ritiene che i propri collaboratori comprendano come il loro lavoro contribuisca al successo dell’organizzazione, contro una media mondiale del 44%.
Numeri che suggeriscono come il problema non sia soltanto tecnologico. La sfida riguarda soprattutto la leadership e la capacità di spiegare alle persone come cambieranno ruoli, competenze e prospettive professionali.
Il 79% dei lavoratori italiani è pronto a cambiare
Eppure, secondo Adecco, le aziende italiane potrebbero disporre di una risorsa che rischiano di sottovalutare.
Il 79% dei lavoratori italiani, infatti, è disposto ad adattarsi all’impatto dell’intelligenza artificiale.
Un dato che ridimensiona una delle principali paure legate alla trasformazione tecnologica: quella di una forte resistenza da parte dei dipendenti.
Il problema potrebbe essere, al contrario, la distanza tra la disponibilità delle persone e la capacità delle aziende di accompagnarle nel cambiamento.
A livello globale, il 70% dei lavoratori afferma di sentirsi già pronto a collaborare con agenti intelligenti. Tuttavia, solo il 39% dei leader ritiene che i propri dipendenti si sentirebbero realmente a proprio agio nel farlo.
Il divario tra la percezione dei vertici e quella della forza lavoro rischia quindi di trasformarsi in un ostacolo.
Il vero gap non sembra essere quello tra le persone e la tecnologia, ma tra la velocità con cui i leader intendono adottare l’intelligenza artificiale e la chiarezza con cui riescono a spiegarne il valore a chi lavora nelle aziende.
L’IA serve soprattutto a ridurre attività di routine
Anche il modo in cui viene percepita l’intelligenza artificiale mostra una differenza tra l’Italia e il resto del mondo.
Per i leader italiani, la principale opportunità dell’IA è l’automazione delle attività HR di routine, indicata dal 24% degli intervistati, con l’obiettivo di aumentare l’efficienza.
A livello globale, invece, l’intelligenza artificiale viene considerata soprattutto uno strumento per consentire ai dipendenti di gestire in maggiore autonomia la propria crescita professionale e l’apprendimento, indicato dal 36% dei leader.
La differenza non è marginale. Nel primo caso, l’IA viene vista soprattutto come una leva per fare le stesse attività in modo più efficiente. Nel secondo, come uno strumento capace di modificare il rapporto tra lavoratore, competenze e carriera.
Il rischio per le imprese italiane è quindi quello di adottare la tecnologia con un approccio prevalentemente difensivo, concentrato sul contenimento dei costi e sull’automazione, senza cogliere pienamente le opportunità legate alla crescita delle competenze e alla trasformazione del lavoro.
Chi mette le persone al centro ottiene risultati migliori
Lo studio individua poi un gruppo di aziende che sembra essere riuscito meglio di altre a combinare innovazione tecnologica e attenzione alle persone.
Sono organizzazioni che investono contemporaneamente nell’intelligenza artificiale, nelle competenze e nella costruzione della fiducia.
Tra queste aziende, a livello globale, il 76% dichiara di avere una forza lavoro altamente adattabile, contro il 42% delle altre organizzazioni.
Inoltre, il 49% utilizza un approccio maturo per misurare la fiducia all’interno dell’azienda, contro appena il 18% delle altre imprese.
La quota di organizzazioni che risponde a questa definizione, tuttavia, è diminuita di quattro punti percentuali nell’ultimo anno. Un segnale che mostra quanto sia difficile passare dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale alla sua applicazione concreta su larga scala.
Non basta acquistare nuove tecnologie. Per ottenere un vantaggio competitivo serve ripensare competenze, processi e organizzazione.
Adecco: «Non è resistenza al cambiamento, manca chiarezza»
«Quando un’organizzazione spinge sull’adozione dell’intelligenza artificiale senza procedere di pari passo con i propri dipendenti, non sta realmente accelerando: sta aggiungendo mera complessità senza controllo», ha dichiarato Angelo Lo Vecchio, presidente e amministratore delegato di The Adecco Group Italia.
«I nostri dati sull’Italia lo dicono con chiarezza: solo il 12% dei leader è convinto che la propria azienda stia costruendo le competenze del domani, il valore più basso tra tutti i Paesi che abbiamo analizzato. Ciononostante, il 79% dei lavoratori italiani si dice pronto a cambiare».
Per Lo Vecchio, dunque, il problema non è una presunta opposizione dei lavoratori alla trasformazione tecnologica.
«In definitiva, non è una questione di resistenza al cambiamento: è piuttosto un deficit di chiarezza e coraggio strategico. Quel che manca è un sostanziale salto di qualità nella governance: comunicare con trasparenza dove si va, coinvolgere chi lavora nella ridefinizione dei ruoli, misurare la fiducia con la stessa disciplina con cui si misurano i risultati finanziari».
Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: la corsa all’intelligenza artificiale non si vincerà soltanto con gli algoritmi.
Per le aziende italiane, il vantaggio competitivo potrebbe dipendere dalla capacità di trasformare una disponibilità già presente — quel 79% di lavoratori pronti ad adattarsi — in competenze concrete e nuove opportunità.
Perché il rischio non è che le persone non siano pronte all’intelligenza artificiale. Il rischio, secondo i dati di Adecco, è che siano le organizzazioni a non essere ancora pronte a guidarle.
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