Bab el-Mandeb è uno di quei nomi geografici poco conosciuti al grande pubblico ma capaci di influenzare l’economia mondiale. Uno stretto relativamente piccolo, largo appena una trentina di chilometri nel suo punto più stretto, che separa la penisola arabica dal Corno d’Africa e collega il Golfo di Aden e il Mar Arabico al Mar Rosso.
La sua posizione è però ciò che lo rende strategico. Bab el-Mandeb è infatti la porta meridionale del Mar Rosso e, di conseguenza, l’accesso alla rotta del Canale di Suez. Per una nave che viaggia dall’Asia verso l’Europa, o in direzione opposta, attraversarlo significa poter utilizzare la via più breve tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo.
Ecco perché l’avanzata degli Houthi lungo la costa occidentale dello Yemen sta attirando nuovamente l’attenzione dei mercati. La conquista del porto strategico di Mocha e i combattimenti nelle aree vicine allo stretto aumentano il rischio che il gruppo possa acquisire una maggiore capacità di minacciare il traffico marittimo. Reuters sottolinea come il controllo della costa yemenita possa accrescere sensibilmente l’influenza degli Houthi su uno dei principali chokepoint del commercio mondiale.
La porta di Suez
Per comprendere l’importanza di Bab el-Mandeb bisogna guardare una mappa. A nord dello stretto si apre il Mar Rosso. Risalendo il Mar Rosso, le navi raggiungono l’Egitto e il Canale di Suez, che collega il Mar Rosso al Mediterraneo.
I due passaggi fanno quindi parte di uno stesso sistema. Suez senza Bab el-Mandeb perderebbe gran parte della sua funzione come collegamento tra Asia ed Europa. Se una nave non può entrare nel Mar Rosso dalla sua estremità meridionale, non può raggiungere il Canale di Suez provenendo dall’Oceano Indiano.
È una differenza fondamentale rispetto a una semplice interruzione locale del traffico. Un blocco prolungato dello stretto non significherebbe soltanto meno navi in una determinata area: costringerebbe le compagnie di navigazione a ripensare l’intera rotta tra Europa e Asia.
L’alternativa principale è circumnavigare l’Africa, passando dal Capo di Buona Speranza. Una deviazione che aumenta la distanza percorsa, il tempo di navigazione e il consumo di carburante. L’Energy Information Administration statunitense sottolinea che la chiusura di Bab el-Mandeb costringerebbe le petroliere provenienti dal Golfo Persico e dirette verso il Mediterraneo a utilizzare la rotta attorno all’Africa, con un aumento dei tempi e dei costi di trasporto.
Ed è esattamente quanto è già accaduto, almeno in parte, dopo l’inizio degli attacchi degli Houthi alle navi commerciali nel Mar Rosso alla fine del 2023. Numerosi armatori hanno scelto di evitare l’area e di circumnavigare l’Africa. L’Iea rileva che, proprio a causa dell’insicurezza nel Mar Rosso, molte navi hanno iniziato a utilizzare rotte più lunghe e costose che evitano sia Bab el-Mandeb sia il Canale di Suez.
Il nodo dell’energia
Il primo motivo per cui Bab el-Mandeb è così importante riguarda l’energia. Lo stretto è una delle grandi arterie attraverso cui viaggiano petrolio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto.
La sua funzione è particolarmente importante per i flussi che collegano il Medio Oriente con l’Europa e il Nord America. Per raggiungere il Mediterraneo attraverso Suez, le merci energetiche provenienti dal Golfo devono infatti attraversare una successione di passaggi strategici: Hormuz per uscire dal Golfo Persico e Bab el-Mandeb per entrare o uscire dal sistema del Mar Rosso.
I dati più recenti dell’Iea mostrano quanto i volumi possano essere rilevanti. Nel secondo trimestre del 2026 attraverso Bab el-Mandeb sono transitati 8,1 milioni di barili al giorno tra petrolio greggio, condensati e prodotti petroliferi, contro i 5,6 milioni del primo trimestre. Nello stesso periodo, attraverso il sistema formato dal Canale di Suez e dall’oleodotto SUMED sono passati circa 5,8 milioni di barili al giorno.
Sono numeri che aiutano a capire perché lo stretto sia considerato un’infrastruttura strategica anche se non esiste, naturalmente, alcuna infrastruttura fisica da proteggere. È il passaggio geografico stesso a rappresentare l’infrastruttura.
Secondo l’Iea, Suez, il SUMED e Bab el-Mandeb costituiscono un sistema fondamentale per il trasporto di petrolio e gas naturale tra il Golfo e i mercati europei. Il SUMED, in particolare, permette di trasportare greggio attraverso l’Egitto dal Mar Rosso al Mediterraneo, rappresentando un’alternativa terrestre al passaggio delle petroliere attraverso il Canale di Suez. Ma nemmeno il SUMED può risolvere il problema di un blocco a Bab el-Mandeb: se le navi non riescono a raggiungere il Mar Rosso, anche le infrastrutture egiziane diventano molto meno accessibili.
Il rischio di una crisi su due stretti
La situazione diventa ancora più delicata nel contesto dell’attuale crisi regionale. Per i mercati energetici, Bab el-Mandeb non è un passaggio isolato: fa parte di una catena di chokepoint.
A est c’è lo Stretto di Hormuz, la principale porta d’accesso al Golfo Persico. A ovest c’è Bab el-Mandeb. Tra i due si trova una delle più importanti regioni produttrici di energia del pianeta.
Per questo una crisi simultanea o ravvicinata nei due stretti avrebbe un effetto potenzialmente molto più grave rispetto al blocco di uno solo dei due passaggi. Le rotte alternative diventerebbero infatti più limitate.
In queste settimane l’importanza di Bab el-Mandeb è cresciuta ulteriormente proprio perché l’Arabia Saudita ha cercato di utilizzare maggiormente le proprie infrastrutture sul Mar Rosso come alternativa alle rotte del Golfo. Il porto di Yanbu, sulla costa occidentale saudita, è diventato un punto strategico per le esportazioni petrolifere. Ma questa soluzione dipende dalla sicurezza del traffico nel Mar Rosso e, quindi, anche dall’accesso a Bab el-Mandeb. Reuters segnala che le tensioni nell’area stanno già influenzando le rotte energetiche e l’utilizzo dei porti sauditi sul Mar Rosso.
In altre parole, se Hormuz è una porta d’uscita dal Golfo Persico, Bab el-Mandeb è una delle porte d’uscita dal Mar Rosso verso l’Oceano Indiano. Mettere sotto pressione entrambi significa ridurre drasticamente la flessibilità logistica dei produttori e dei mercati.
Cosa succederebbe a Suez
Il primo grande perdente di un blocco di Bab el-Mandeb sarebbe il Canale di Suez.
Il canale è una scorciatoia tra Europa e Asia, ma la scorciatoia funziona soltanto se le navi possono entrare e uscire dal Mar Rosso. Un blocco dello stretto meridionale costringerebbe una parte significativa del traffico proveniente dall’Asia a scegliere la circumnavigazione dell’Africa.
Il risultato sarebbe un calo dei transiti e dei ricavi per l’Egitto. Ma non solo. La riduzione del traffico attraverso Suez avrebbe conseguenze sull’intero sistema logistico costruito attorno al canale, dai porti alle attività di rifornimento e assistenza alle navi.
L’esperienza degli ultimi anni ha già dimostrato quanto sia vulnerabile questa rotta. Gli attacchi contro la navigazione commerciale hanno spinto grandi compagnie marittime a modificare i propri itinerari. Tra le aziende che in passato hanno scelto di deviare le navi figurano grandi operatori del trasporto marittimo, con un aumento dei tempi di viaggio e dei costi operativi.
Un blocco vero e proprio sarebbe però uno scenario ancora più grave. Non si tratterebbe più soltanto di decidere se il rischio assicurativo è troppo elevato, ma della possibilità concreta che una delle principali porte di accesso al Mar Rosso diventi impraticabile.
L’effetto sul Mediterraneo
È qui che Bab el-Mandeb smette di essere una questione esclusivamente mediorientale. Un blocco dello stretto avrebbe effetti diretti sul Mediterraneo.
Il Mediterraneo è il terminale occidentale della rotta del Canale di Suez. Porti italiani, greci, spagnoli e francesi sono inseriti nelle catene logistiche che collegano l’Europa con l’Asia attraverso il Mediterraneo e il Mar Rosso.
Se una quota crescente di navi fosse costretta a circumnavigare l’Africa, cambierebbero i tempi di arrivo delle merci e la convenienza economica di alcune rotte. Per alcune navi dirette verso l’Europa settentrionale, il passaggio attorno al Capo di Buona Speranza potrebbe risultare relativamente più competitivo rispetto ai collegamenti destinati ai porti del Mediterraneo.
Il rischio è quindi che una crisi prolungata finisca per modificare temporaneamente – o, se dovesse durare a lungo, anche più stabilmente – la geografia dei traffici marittimi.
I porti mediterranei potrebbero subire una riduzione dei traffici direttamente collegati alla rotta Asia-Suez-Mediterraneo. Allo stesso tempo, aumenterebbero i costi delle merci trasportate sulle navi che continuano a utilizzare itinerari alternativi.
Non è un caso che le crisi del Mar Rosso abbiano avuto conseguenze anche sull’economia europea. Il trasporto via mare è alla base delle catene di approvvigionamento dell’industria europea: componenti, prodotti finiti, materie prime e beni di consumo viaggiano tra Asia ed Europa utilizzando, in condizioni normali, la rotta di Suez.
Non solo petrolio: il problema dei container
Concentrarsi esclusivamente sul petrolio sarebbe quindi un errore. Bab el-Mandeb è importante anche per il commercio di merci.
La rotta che attraversa il Mar Rosso e Suez è una delle principali autostrade marittime del mondo. Una sua interruzione significa più giorni in mare, maggiore consumo di carburante e necessità di utilizzare più navi per garantire lo stesso livello di servizio.
Questo può tradursi in un aumento dei noli marittimi e dei costi assicurativi. E, con qualche settimana o mese di ritardo, una parte di questi maggiori costi può arrivare alle imprese e ai consumatori.
Per l’Europa e per l’Italia il problema è particolarmente rilevante perché una parte consistente delle importazioni dall’Asia utilizza proprio questo corridoio.
La crisi potrebbe quindi trasformarsi in un nuovo fattore di pressione sui prezzi, anche se gli effetti dipenderebbero dalla durata dell’interruzione e dalla capacità delle compagnie di navigazione di riorganizzare le proprie flotte.
Perché l’avanzata degli Houthi cambia lo scenario
Gli Houthi hanno già dimostrato di poter influenzare la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso. La novità dell’attuale situazione è però rappresentata dall’avanzata territoriale lungo la costa occidentale dello Yemen.
Il controllo di porti e territori situati in prossimità delle rotte marittime aumenta potenzialmente la capacità di esercitare pressione sul traffico navale. La recente conquista di Mocha ha quindi un valore che va oltre la guerra civile yemenita: riporta la questione del controllo della costa del Mar Rosso al centro della geopolitica globale.
Naturalmente, controllare una porzione della costa non significa automaticamente poter chiudere Bab el-Mandeb. Lo stretto è un’area internazionale complessa, controllata da più attori e attraversata da interessi militari e commerciali enormi.
Ma la possibilità di minacciare le navi con missili, droni e altre armi può essere sufficiente a rendere una rotta economicamente meno conveniente. È già accaduto negli ultimi anni: non è necessario affondare o bloccare fisicamente tutte le navi per ridurre il traffico. A volte basta aumentare il rischio.
Il vero rischio è la chiusura economica
Ed è forse questo l’aspetto più importante. Bab el-Mandeb non deve necessariamente essere sigillato da una barriera fisica per produrre gli effetti di un blocco.
Se gli armatori considerano troppo pericoloso attraversare l’area, le navi cambiano rotta. Il risultato economico può essere molto simile: meno traffico nel Mar Rosso, meno navi a Suez e più navigazione attorno all’Africa.
Per questo l’avanzata degli Houthi viene osservata con tanta attenzione dai mercati energetici e dalla logistica internazionale. Il controllo o la capacità di minacciare uno dei principali chokepoint mondiali potrebbe trasformare una crisi locale in un problema globale.
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