Davvero l’essere umano è manipolatore fin da bambino? Nel momento in cui è più debole impara a influenzare il comportamento degli altri. E riconoscere che la capacità di influenzare gli altri precede il linguaggio ci può rendere migliori? Ma se l’uomo impara a manipolare la madre ancor prima di parlare, non possiamo pretendere troppo da lui quando cresce. E soprattutto quanto della sua manipolazione è veramente cosciente e quanto invece è il naturale sviluppo delle abilità apprese fin dai tempi della culla? Per non parlare della società che è il risultato di uno sforzo collettivo: sarebbe utile capire quando e come sopravvivono le pulsioni manipolatorie umane nel Contratto sociale.
La società civile conserva la manipolazione, la digerisce, la rende reciproca, accettabile e la trasforma in educazione. Perché la civiltà, la convenzione e i mercati sono piattaforme di manipolazione. Ed entro certi limiti l’uomo ha bisogno di essere manipolato. Scienze della comunicazione, marketing, tecniche di persuasione, pubblicità (nella foto, maxi cartelloni pubblicitari a Tokyo) sono tutti indizi di una tendenza spiccata alla manipolazione sempre più specifica e invadente. Al punto che ciò che anni fa poteva essere contrario al galateo, come telefonare la domenica a pranzo per proporre un cambio di utenza di luce e gas, oggi, sembra un metodo collaudato se non materia di studio universitaria.
Non ogni tentativo di influenzare gli altri è manipolazione. La manipolazione comincia invece quando una parte del meccanismo viene nascosta: quando chi orienta un comportamento conosce lo scopo dell’operazione meglio di chi ne subisce gli effetti. E proprio su questa asimmetria può nascere un mercato. Il mercato della manipolazione ha la sua domanda nel bisogno dei cittadini di essere guidati, rassicurati e sedotti. L’offerta è quella che proviene dalla politica, dalla pubblicità, dalla cultura e dall’informazione. E il prezzo, oltre al denaro, è il consenso, l’attenzione e l’obbedienza ai modelli proposti. Un prezzo tanto più alto quanto più i modelli si allontanano dai bisogni naturali e quanto più vengono a mancare le alternative.
È un mercato con intermediari, intellettuali, algoritmi, influencer e consulenti che navigano tra le tendenze: conformismo, dipendenza e perdita di autonomia. L’uomo nasce già manipolatore, in seguito la civiltà trasforma l’inclinazione in convenzione e infine il mercato la organizza come industria. Alcuni libri raccontano bene come si svolgono nella pratica i processi più importanti di manipolazione a partire da quella culturale. Con La guerra fredda culturale (Fazi editore 2026, 696 pagine, 22 euro) Frances Stonor Saunders ha descritto in modo preciso come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti, attraverso la Cia, abbiano sostenuto e orientato la cultura in Europa, per contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale dell’Occidente. E la punta di lancia del programma segreto era il Congresso per la libertà della cultura. Così scrive Fasanella nella prefazione: «La riunione di Berlino, in cui nel luglio del 1950 venne fondato il Congresso per la libertà della cultura, era presieduta dal filosofo liberale Benedetto Croce ed era stata preparata dallo scrittore ex comunista Ignazio Silone».
Un altro libro da ricordare sul tema è Il sortilegio di Hermann Broch (Carbonio, 354 pagine, 19 euro) sul potere della parola che altera la percezione della realtà e converte gli uomini in sudditi. Broch lo scrisse nel 1935, indagando quasi in presa diretta i meccanismi mentali che portano all’assolutismo.
Broch racconta come opera il manipolatore all’interno di un paesino. Mentre Saunders racconta come si muove l’economia della manipolazione attraverso premi, fondazioni e riviste. Una battaglia per la conquista delle menti dietro un’illusione di libertà. Ma in un sistema che ha messo la manipolazione al suo centro che cos’è la libertà e qual è il suo valore? L’uomo è veramente libero non perché non viene manipolato ma solo se riconosce le forze che agiscono in lui e rinuncia a esercitarle di nascosto sugli altri. L’unica manipolazione moralmente accettabile potrebbe essere quella esercitata su noi stessi per impedirci di manipolare gli altri e costruire dei limiti. Se non possiamo superare la natura umana, possiamo almeno imparare a governarla.
E riconoscersi diventa il primo passo per avere una fiducia sana nei confronti degli altri. Perché se è vero che nonostante la nostra miseria possiamo migliorare noi stessi vuol dire che anche gli altri lo possono fare.
Ma è un’autodisciplina che porta spesso alla solitudine. Perché molte relazioni non si fondano sulla trasparenza, ma su una reciprocità di comportamenti, di rassicurazioni e di concessioni. Chi si chiama fuori da questo commercio non sembra più onesto, ma spesso più freddo o distante. Non perché l’uomo voglia per forza essere ingannato, ma spesso apprezza chi riduce la complessità del mondo, chi spiega cosa volere e perché in fondo lo si è sempre voluto.
Diventiamo umani quando riconosciamo il manipolatore che è in noi, dopo avergli impedito di diventare padrone degli altri.
Nella civiltà ci si manipola entro certi limiti che si considerano tollerabili. Mentre la morale comincia quando l’uomo decide di manipolare soltanto sé stesso. Forse è per questo che spesso le persone più innocue finiscono sole. Perché hanno imparato a stare al mondo anche senza comprare o vendere i suoi abitanti.
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