C’è uno spettro che si aggira per i mercati finanziari: quello dell’intelligenza artificiale. Ma questa strana creatura è un Giano Bifronte inedito per gli investitori: un volto ha le sembianze dello strategist, l’altro quello della commodity su cui è inevitabile puntare. Pictet Asset Management ha appena celebrato alla Borsa Italiana la quotazione dei primi quattro Etf attivi della gamma AI Enhanced Active Etf, mettendo per la prima volta piede nel mercato europeo degli Etf a gestione attiva. Il demiurgo della nuova gamma è un modello algoritmico proprietario nutrito con oltre quindici anni di dati di mercato e sviluppato in una decina di anni dal gestore elvetico.
L’algoritmo di Pictet è in grado di incrociare 400 variabili di mercato e viene riaddestrato ogni tre mesi. Questo è possibile grazie all’esistenza di un’infrastruttura tecnologica presente nella sede di Pictet a Ginevra, che comprende oltre diciassette server. Il modello punta a generare un rendimento aggiuntivo compreso tra l’1% e l’1,5% all’anno rispetto ai mercati azionari di riferimento, mantenendo un livello di rischio e un comportamento vicini a quelli dei tradizionali indici di mercato. Il caso è interessante perché l’utilizzo dell’IA nelle strategie di investimento non è così diffuso, al di là delle retoriche. Lo dimostra una recente ricerca di Morningstar dal titolo «AI in Active Fund Management: The State of Adoption in 2026». Il report parte dall’analisi di 3.200 strategie di investimento globali per ogni anno dal 2019 al 2026. Il risultato è che soltanto una ventina di società ha effettivamente integrato gli algoritmi nei processi di gestione dei fondi. Non solo. Secondo un’indagine del 2025 dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) solo circa 145 fondi Ucits su 44 mila dichiarano formalmente l’utilizzo dell’IA nei prospetti e nei documenti regolamentari.
«La nostra attività di due diligence su oltre 300 società di asset management suggerisce invece che quasi ogni gestore dichiari di utilizzare l’IA in qualche forma» si legge.
Questa discrepanza affonda le radici in molte motivazioni. La prima è che non esiste ancora una definizione regolamentata e chiara di come si materializzi l’uso dell’IA in questo ambito e di quali siano i requisiti da rispettare. C’è una massiccia tendenza all’IA washing: società che si promuovono come «IA first» ma che usano tecniche molto ordinarie e rudimentali di automazione. Siamo ancora molto lontani da un’integrazione di massa. Questo nonostante dal 2023, secondo BlackRock, il peso delle società legate alla tecnologia e, in particolare, all’intelligenza artificiale sia aumentato vertiginosamente negli indici statunitensi e più che raddoppiato nei mercati emergenti. Anche il comparto obbligazionario Investment grade denominato in euro, tradizionalmente centrale nei portafogli degli investitori europei, presenta un’esposizione del 14% verso emittenti statunitensi, circa la metà della quale è riconducibile a società legate al settore dell’IA.
La crescita dell’intelligenza artificiale come tecnologia si sta quindi riflettendo non solo nelle strategie di investimento ma anche nella composizione dei mercati finanziari. E questo apre un problema: quello della concentrazione.
Negli ultimi anni il mercato azionario si è infatti concentrato sempre di più su un numero ristretto di società esposte all’IA direttamente o indirettamente. Ci sono gli attori che stanno sviluppando i modelli, come Meta, Alphabet, Apple. Ma anche le aziende che producono la componentistica necessaria (chip, semiconduttori, memorie) ad alimentare la macchina, come Nvidia e Tsmc hanno un peso molto rilevante. I semiconduttori, per esempio, rappresentano il 16% del mercato azionario statunitense, una quota particolarmente elevata considerando la forte volatilità del settore. Volatilità che si è palesata durante lo scorso fine settimana, a seguito del saggio pubblicato da Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, contenente l’invito rivolto alle società di intelligenza artificiale (tra cui la sua) a rallentare la corsa allo sviluppo dei modelli. All’appello si sono accodati poi anche Altman di OpenAI, Musk di SpaceXAI e Satya Nadella di Microsoft. Dopo il fatto i future sul Nasdaq 100 sono scesi dell’1,2% nelle contrattazioni di domenica sera, ma nel corso della settimana l’impatto più duro lo hanno subito le aziende che producono la componentistica dell’IA. Questa settimana Nvidia perde il 3,36%, Micron il 5,25%, SanDisk il 4,98%, Amd il 4,40%.
Ridurre l’esposizione all’IA in portafoglio è tutt’altro che semplice. Anche perché in questo la diversificazione geografica non sembra aiutare più di tanto. Spostarsi verso i mercati emergenti, infatti, potrebbe non produrre l’effetto desiderato. Secondo gli analisti di Morningstar le società legate ai semiconduttori rappresentano il 22% dei principali indici dei mercati emergenti. Il rischio è quindi che una parte degli investitori, nel tentativo di diversificare il portafoglio e ridurre la dipendenza dai titoli tecnologici statunitensi, finisca per mantenere una significativa esposizione indiretta proprio alla stessa tecnologia.
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