La strategia di Mps si articola su tre binari. Da una parte è una sorta di manovra porcospino: una fusione con Banco Bpm e Banca Generali è funzionale a creare un maxi-polo anti-scalata, dove l’aggregato è talmente grande da diventare un boccone troppo grande per tutti. Dall’altra, anche se la manovra avesse successo nel far fallire l’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps, mettere insieme i tre istituti fornisce una prospettiva difendibile anche agli occhi dei mercati: nel senso che una logica industriale esiste e, senza un’alternativa, forse sarebbe addirittura auspicabile. Infine, c’è un’ulteriore lettura: Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm, ha già bocciato la fusione tra pari con Rocca Salimbeni, ma lo ha fatto quando di mezzo non c’era Banca Generali. L’istituto guidato da Gian Maria Mossa, quindi, è il grimaldello con il quale Luigi Lovaglio spera di smuovere gli appetiti dei francesi, che finora hanno sempre preferito la strada delle nozze in casa con Crédit Agricole Italia e da quanto filtra preferirebbero tuttora questa via. Si torna quindi a Banca Generali, che ha la quarta rete di consulenti finanziari per grandezza e potrebbe – insieme a Mediobanca Premier e Widiba – mettere in campo un esercito da 2.500 consulenti finanziari che sarebbe il canale ideale per distribuire i fondi di Amundi, la casa d’investimento di Crédit Agricole che ha l’impellenza di sostituire il contratto in scadenza con UniCredit nel 2027.
La settimana che va a concludersi è stata quella in cui Mps – incalzata dalla Consob – ha diffuso una nota con un maggior numero di dettagli sulla doppietta di operazioni Bpm-Banca Generali. Ebbene, se Mps riuscisse a portare a casa sia Banco Bpm sia Banca Generali, stima 1,8 miliardi di sinergie annue ante imposte a regime dal 2029, a fronte di 1,9 miliardi di costi di integrazione complessivi una tantum. Dei 1,8 miliardi indicati, 1,2 miliardi arriverebbero dalla razionalizzazione dei costi e 600 milioni da maggiori ricavi e risparmi sulla raccolta.
L’ecosistema che si verrebbe a creare sarebbe completo in ogni reparto. Mps e Bpm avrebbero una rete di migliaia di filiali e da Siena non si prevedono chiusure, anche se l’Antitrust potrebbe avere qualcosa da dire. Del resto, in regioni importanti come Lombardia e Toscana la nuova realtà arriverebbe ad avere una quota di mercato superiore al 20%. E se è vero che le filiali non si contano, ma si pesano, perdere un numero cospicuo di sportelli in queste regioni non sarebbe propriamente indolore. L’area investment banking metterebbe insieme la prima realtà italiana (Mediobanca) con una realtà più piccola ma comunque dinamica e specializzata come Banca Akros. L’area fondi d’investimento avrebbe un pezzo da novanta come Anima, uno dei principali operatori italiani del risparmio gestito, con oltre 200 miliardi di risparmi nei suoi prodotti. Nell’area assicurativa, Bpm è forte nel comparto Vita (con Bpm Vita), mentre nei Danni e nella protezione c’è la joint venture con Crédit Agricole Assurances, di cui Bpm ha il 35%. Dal canto suo, Mps può portare la quota in Generali, che dopo l’operazione si attesterebbe attorno al 9%, garantendo un ricco flusso di dividendi e la possibilità di partnership redditizie. Nel credito al consumo, il polo potrebbe fare leva su due big del settore come Compass e Agos, partecipata al 39% da Banco Bpm, che insieme valgono circa il 30% del mercato italiano. Ultimo, ma non per importanza, il comparto della gestione patrimoniale, che andrebbe a creare – come accennato in precedenza – una forza non indifferente nello scenario italiano.
Tracciando un bilancio numerico, lo staff di Lovaglio stima che il polo Mps-Banco Bpm diventerebbe un colosso da quasi 700 miliardi di masse. Il gruppo combinato avrebbe 448 miliardi di attivi, 243 miliardi di crediti alla clientela, 299 miliardi di raccolta diretta e 693 miliardi di masse finanziarie complessive.
Interessante anche l’aspetto legato alla redditività, che a cose fatte avrebbe una spinta non trascurabile. Il nuovo gruppo avrebbe un rapporto tra costi e ricavi del 37%, contro il 46% di Mps da sola. Il vantaggio si tradurrebbe in un balzo degli utili per azione, che nel 2028 sarebbero superiori del 13%. Aspetto non banale per gli azionisti, che potrebbero così ambire a dividendi più ricchi.
Tutto questo ha un grosso “però”. Essendo sotto passivity rule, Mps il prossimo 29 ottobre dovrà ottenere l’appoggio dei due terzi degli azionisti presenti per andare avanti con la sua operazione. Un traguardo difficile anche in situazioni normali, ma che rischia seriamente di diventare una chimera alla luce di un azionariato diviso e con ancora le scorie del ribaltone che ha portato Lovaglio a riappropriarsi della poltrona di ceo a danno di Fabrizio Palermo (che era sostenuto dal grande azionista Caltagirone e da parecchi fondi). Una salita ancora più impervia, se si considera che i grandi fondi (BlackRock, Norges e Vanguard), azionisti di Intesa e di Mps, si sono orientati a favore dell’offerta del gruppo guidato da Carlo Messina. Non è possibile prevedere al 100% come voteranno, ma resta che sono due operazioni sulla carta alternative e, allo stato, è difficile che scelgano di cambiare cavallo. Anche perché – se Lovaglio dovesse riuscire in un’impresa allo stato impensabile – il rischio concreto è di creare una grana alla stessa Intesa, che potrebbe ritrovarsi con le Ops su Bpm e Banca Generali ancora in piedi appena preso il controllo di Mps. Una sorta di tranello di Lovaglio per complicare i piani del gruppo rivale. Ammesso e non concesso che Intesa non riesca a trovare il modo per sfilarsi dalle due operazioni senza dover rinunciare alla sua scalata su Rocca Salimbeni. A ulteriore ostacolo per Mps, anche l’esplicita richiesta di Consob di ricalcolare i corrispettivi delle due offerte escludendo l’effetto-rialzo sul titolo di Mps arrivato come conseguenza dell’Opas di Intesa Sanpaolo: il che ha portato lo sconto della proposta per il Bpm all’8,1% e quello su Banca Generali al 3,2%.
All’orizzonte però ci sono nodi anche sulla strada di Siena: Mps, tramite Mediobanca, possiede una quota rilevante di Generali. Con l’Ops su Banca Generali, il Leone riceverebbe in cambio azioni Mps, diventandone a sua volta socio e creando così partecipazioni incrociate. Lovaglio sostiene però che il nodo sia gestibile: secondo un parere legale ottenuto da Mps, Generali non sarebbe obbligata a ridurre la propria quota sotto il 3%. Ma resta un’ulteriore variabile indecifrabile all’interno di un quadro con notevoli difficoltà di esecuzione.
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