C’è il risiko delle banche che impazza da mesi nelle cronache finanziarie, ma c’è anche sottotraccia un altro piccolo risiko, un riassetto o meglio un rimescolamento delle carte nel settore degli alcoolici e degli aperitivi. Non ci sono in gioco acquisizioni di società, ma cessioni e acquisti di singoli marchi tra gli operatori. A dare il via al rimescolamento negli spirits è stato il colosso Campari che, dopo anni di shopping in giro per il mondo con acquisti di brand anche a debito, ora, da almeno un anno sotto la gestione del ceo Simon Hunt ha inaugurato la stagione delle cessioni.
Deve dimagrire dopo la lunga stagione degli acquisti per mettere un freno al debito salito a 2 miliardi sotto la gestione dell’ex ad Bob Kunze-Concewits. E Hunt ha messo nel mirino i marchi che hanno deluso, causa la bassa marginalità. Il titolo del colosso globale sta vivendo da almeno tre anni una lunga crisi borsistica con il prezzo dell’azione caduto dai massimi di oltre 12 euro del luglio del 2023 ai poco meno di 6 euro cui tratta di recente. I ricavi di fatto sono fermi da tempo intorno ai 3 miliardi, la profittabilità non cresce più come un tempo e la campagna acquisti degli anni passati ha fatto aumentare la leva finanziaria.
E così il gruppo controllato dalla famiglia Garavoglia, tramite la holding lussemburghese Lagfin con poco più del 50% del capitale, a fine del 2025 ha ceduto i marchi dell’Amaro Averna e del mirto Zedda Piras alla Disaronno per un corrispettivo di 100 milioni. Cassa così entrata nel forziere Campari. Non solo, ma sempre a fine ottobre dello scorso anno ecco un’altra doppia cessione: Cinzano, re del vermouth e dello sparkling wine, e Frattina (grappe) al Gruppo Caffo 1915, proprietario del Vecchio Amaro del Capo, per un valore complessivo di 100 milioni di euro. E le vendite proseguiranno anche quest’anno con il rum di Lamauny; il cognac di Bisquit e la tequila di Cabo in rampo di lancio per le cessioni.
Il bar degli spirits così cambia fisionomia. Per il gigante di Sesto San Giovanni che dimagrisce di brand secondari, conservando il suo primato nell’Aperol e nel Campari che da soli fanno il 40% dei suoi ricavi annui, ecco che storici produttori italiani allargano il loro portafoglio prodotti.
Disaronno (ex Illva Saronno) tra l’altro non ha certo le dimensioni di Campari ma dalla sua ha una lunga tradizione alle spalle e soprattutto ha marchi antichi e blasonati a partire dall’iconico Amaretto. Ma anche il Rabarbaro Zucca; il liquore Tia Maria, la vodka Artic, la vecchia Isolabella. Cui ora si aggiungono l’Amaro Averna e il mirto della casa sarda Zedda Piras. Non solo ma Disaronno è presente anche nei vini con marchi come Florio e Duca di Salaparuta. Il gruppo della famiglia Reina è ormai un attore globale con impianti e distribuzione in molti Paesi a cominciare da Cina e Stati Uniti. Il consolidato del gruppo ha prodotto nel 2024, 360 milioni di ricavi con utili per 16,9 milioni. Quel che colpisce è la grande solidità finanziaria con un patrimonio netto consolidato che ormai vale 881 milioni e senza debiti, dato che la posizione finanziaria è positiva per oltre 110 milioni.
E poi ecco il calabrese Gruppo Caffo 1915 reduce dall’acquisto di Cinzano e Frattina da Campari e noto soprattutto per il Vecchio Amaro del Capo, oltre che brand minori come Borsci San Marzano e Petrus. Per dire della forza del Vecchio Amaro del Capo basti sapere che realizza da solo l’84% delle vendite che sfioravano i 100 milioni di euro nel 2024 con utili per 13 milioni. Una più che buona profittabilità netta.
Poi a ruota, ma non certo attori secondari, spuntano marchi come Montenegro noto per la Vecchia Romagna e l’aperitivo Select. Il gruppo produce ricavi per oltre 330 milioni con oltre 20 milioni di profitti.
Altro protagonista di rilievo è Molinari, con la sua classica Sambuca che viaggiava nel 2024 nell’intorno dei 70 milioni di ricavi e 9 milioni di utili. A trascinare gli utili anche la gestione finanziaria, in cui la famiglia Molinari pare molto impegnata. La società infatti ha in pancia un portafoglio titoli tra azioni, bond e quote di fondi per 84 milioni, da cui derivano proventi che irrobustiscono i profitti della produzione di sambuca e altri alcolici.
Nelle grappe come non citare la famiglia Nonino che con le sue distillerie ha prodotto nel 2024 ricavi per 18 milioni e utili per quasi 2 milioni.
Ma chi batte davvero tutti è il gruppo dei Fratelli Branca, famosi nel mondo per il Fernet e il Brancamenta, i loro cavalli di battaglia. È stato pubblicato di recente il bilancio consolidato dello scorso anno della Branca International che mostra ricavi per 412 milioni e un utile netto per 112 milioni. Una redditività netta del 27% che rappresenta un record nel settore. E non solo. Tra l’altro per Branca, posseduta dall’omonima famiglia milanese, la crescita nel tempo è un dato ormai strutturale. Basti pensare che nel 2021 il fatturato era di 307 milioni con utili per 36 milioni. Quattro anni dopo il fatturato ha superato i 410 milioni con utili quadruplicati. E la grande profittabilità si tramuta in una forza patrimonial-finanziaria di tutto rispetto. Branca non ha debiti con le banche, non ne ha bisogno, dato che siede su un patrimonio netto, grazie agli utili cumulati nel tempo, di 1 miliardo e con cassa liquida di oltre 260 milioni.
Un vero forziere che consente alla famiglia di investire parte della liquidità in eccesso in attività finanziarie e partecipazioni societarie. Numeri da record quindi per un gruppo che ha dovuto e sta tuttora affrontando i guai dell’Argentina. In quel Paese il gruppo del Fernet sviluppa gran parte delle sue attività dove impiega 240 dipendenti sui 360 totali. E lì il cuore dell’impero Branca alle prese con la svalutazione del peso argentino e il clima da iper-inflazione che di certo non aiutano il business. Ma come si è visto, nonostante i guai del Paese sudamericano, Branca è riuscita a produrre numeri da primato tra le aziende dei liquori non solo italiane. Non a caso l’area studi di Mediobanca ha inserito Branca International tra le otto aziende italiane più redditizie nel suo ultimo rapporto.
Visto con i numeri il settore dei produttori di alcoolici e aperitivi, di fatto un business antico, regge alla prova dei conti. Redditività tutto sommato discrete con punte da record e solidità finanziarie. Il risiko degli spirits ha ancora spazio davanti a sé.
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