«Re Dollaro»
Il dollaro torna a indossare il mantello da supereroe. Per l’investitore europeo posizionato su Wall Street o su altri asset denominati in dollari la forza della valuta statunitense si traduce in una extra performance non da poco, a conferma di come il fattore valutario stia diventando sempre più una variabile chiave nelle scelte di portafoglio. Per il dollaro la vera svolta è arrivata dopo il discorso del presidente della Fed Kevin Warsh a Jackson Hole, dove il nuovo capo della banca centrale statunitense ha spalancato la strada verso una politica monetaria restrittiva. Dopo la prima stretta andata in scena il mese scorso, Warsh ha rincarato la dose (“C’è ancora del lavoro da fare”), spingendo il mercato a mettere in conto almeno tre ulteriori rialzi entro i prossimi 12 mesi. Il biglietto verde si è così spinto ai massimi a oltre un anno e mezzo sull’euro, complice anche il contemporaneo acuirsi delle tensioni nell’Eurozona, principalmente in Francia, e le paure di contagio nel mercato europeo del debito sovrano che hanno messo sotto pressione la divisa unica. Oltre alla svolta hawkish della Fed, un’ulteriore sponda al biglietto verde arriva dalla prospettiva che il boom di investimenti nell’intelligenza artificiale da parte dei giganti tech statunitensi continui ad attrarre capitali nel Paese.
Sul fatto che il dollaro continuerà sul solco rialzista non c’è uniformità di vedute. «L’impulso fiscale precedente alle elezioni di midterm ha finora mascherato i venti contrari di lungo termine della divisa americana, tra cui il trend globale di diversificazione dal dollaro come valuta di riserva», avverte Arif Husain, head of global fixed income di T. Rowe Price. In tal senso alcune banche centrali da tempo stanno acquistando oro per diversificare le proprie riserve. Husain, inoltre, non condivide appieno l’interpretazione restrittiva che il mercato dà di Warsh e valuta le prossime mosse della Fed per nulla scontate e legate principalmente al susseguirsi dei dati macroeconomici. E in tal senso gli ultimissimi riscontri arrivati dal mercato del lavoro, decisamente più debole del previsto nel mese di settembre, hanno smorzato le scommesse del mercato su un imminente nuovo rialzo dei tassi.
I fattori che potrebbero smorzare in parte l’esuberanza del dollaro sono molteplici, da una nuova escalation della crisi in Medio Oriente a un ridimensionamento delle aspettative di rialzo dei tassi. Secondo Roberto Mialich, FX strategist globale di UniCredit, pressioni al ribasso potrebbero arrivare anche da ulteriori tensioni tra Tesoro Usa e Fed in merito alla gestione dei tassi di interesse; preoccupazioni riguardo all’andamento del deficit a stelle e strisce e il fatto che l’amministrazione Trump potrebbe non disapprovare un dollaro meno forte in vista delle elezioni di medio termine. L’esperto forex di Unicredit ritiene quindi improbabile una discesa stabile dell’euro/dollaro sotto 1,10.
Diversificazione
Da inizio anno l’euro si è deprezzato del 5% circa e una divisa europea debole amplifica l’inflazione importata, in particolare quella legata ai costi energetici. «In questo contesto – sottolinea Ipek Ozkardeskaya, senior analyst di Swissquote – le azioni europee risultano più vulnerabili a un ulteriore ritracciamento rispetto alle loro controparti statunitensi, caratterizzate da una forte presenza del settore tecnologico». Per un investitore dell’area euro, in uno scenario di dollaro forte e Fed più restrittiva le aree che risultano più esposte sono il credito high yield globale ed il debito emergente in valuta locale, che soffrono il dollaro forte e condizioni finanziarie più restrittive. Anche l’azionario dei paesi emergenti tende ad essere penalizzato mentre il debito emergente in valute forti è relativamente più resiliente ma resta sensibile alla liquidità a livello globale. Gli esperti non ritengono però necessario stravolgere le scelte di portafoglio, anche perché un cambio di sentiment non è affatto da escludere. «Per un investitore europeo con un profilo bilanciato e un orizzonte di investimento di medio periodo, il recente rafforzamento del dollaro appare più come un movimento tattico che strutturale – asserisce Giuseppe Patara, head of portfolio management Europe di Pictet Wealth Management – in quanto le preoccupazioni sulla credibilità fiscale e monetaria degli Stati Uniti suggeriscono una tendenza di fondo verso un indebolimento della valuta statunitense nei prossimi mesi». Il suggerimento è quello di mantenere una spiccata diversificazione valutaria, efficace nel ridurre la volatilità complessiva del portafoglio e a cogliere opportunità derivanti da cicli economici e politiche monetarie differenti tra le aree geografiche. «Il rischio cambio va gestito con equilibrio – puntualizza Patara – evitando di rincorrere movimenti di breve periodo e mantenendo una strategia diversificata, coerente con il proprio profilo di rischio e orizzonte temporale». Per quanto riguarda le materie prime, l’esperto di Pictet ha un posizionamento cauto nel breve alla luce del mix negativo di dollaro forte/tassi reali elevati; «tuttavia, sul piano strategico l’oro rimane un pilastro di portafoglio per diversificazione, copertura da rischi di eventi estremi e shock geopolitici. Sulle altre commodity l’approccio è più prudente, perché dollaro forte e crescita globale moderata ne limitano il potenziale».
Spinta a Stm & co.
Planando sul listino di Piazza Affari, la pattuglia di società esposte alla dinamica valutaria è abbastanza nutrita. In uno scenario di ulteriore rafforzamento della divisa a stelle e strisce, agli investitori non basta soffermarsi solo sulla geografia delle vendite, ma anche della struttura dei costi e della gestione dei rischi di cambio. Nel concreto il super dollaro può trasformarsi in un alleato per diverse quotate milanesi, in particolare per quelle che realizzano una quota significativa del fatturato negli Stati Uniti e sostengono invece una parte rilevante dei costi in euro. Un effetto che non si limita alla semplice traduzione in un fatturato più corposo una volta convertito in euro, ma anche un miglioramento della redditività.
Da un’analisi effettuata da Banca Akros sulle large cap di Piazza Affari che presentano maggiore esposizione Oltreoceano (oltre il 15% delle vendite negli Stati Uniti), distinguendo tra quelle con ricavi e costi nella stessa valuta e il movimento del cambio si riflette quindi soprattutto nella conversione dei risultati. È il caso di Tenaris, con il 50% delle vendite negli States, così come DiaSorin (50%); seguono poi Prysmian (40%) e Buzzi (36%). Qui il dollaro forte aumenta il valore in euro dei risultati americani, ma l’effetto sugli utili è relativamente più contenuto.
Ben diverso è il caso delle società che hanno una maggiore esposizione «transaction», cioè dove l’impatto del cambio sugli utili può essere superiore a quello sui ricavi. Nel gruppo rientrano Stellantis, con il 36% delle vendite negli Usa, Brunello Cucinelli (30%), Campari (28%), Ferrari (25%), oltre a Recordati (23%), Pirelli (20%), Amplifon (20%) e StMicroelectronics (16%); proprio quest’ultima, rimarca Akros, è il caso più particolare. Gli States rappresentano soltanto il 16% delle vendite, ma circa il 90% dei ricavi è denominato in dollari, mentre una parte significativa dei costi è sostenuta in euro implicando che un movimento del 10% dell’euro/dollaro potrebbe quindi spostare l’utile operativo (ebit) di circa 400 milioni di dollari l’anno. Tra i nomi più impattati dall’effetto cambio c’è anche Ferrari. Il Cavallino Rampante ha circa un quarto delle vendite legate al mercato statunitense e rientra tra le società con esposizione transaction e già nei conti del terzo trimestre in arrivo nelle prossime settimane dovrebbe avvantaggiarsi dell’assist valutario con ricavi in crescita dell’8% a 1,9 miliardi di euro
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