In Europa i permessi per emettere anidride carbonica vanno a ruba. Soprattutto tra banche e grandi fondi d’investimento che controllano ormai oltre il 62% degli scambi, secondo i dati dell’Esma. Quello europeo è il più grande mercato mondiale di crediti di carbonio e la finanza lo ha trasformato in un vero e proprio asset su cui investire, speculare e generare profitti. Niente di male se non che a pagare il conto siano le imprese europee, già messe a dura prova dalla crisi energetica.
Ma facciamo un passo indietro e guardiamo all’Emissions Trading System (Ets) il meccanismo creato dall’Unione Europea nei primi anni Duemila per spingere le aziende a ridurre le emissioni inquinanti. In pratica, utility e grandi industrie – dall’acciaio al cemento, dalla chimica alla carta – che utilizzano combustibili fossili possono ottenere permessi o crediti di emissione, acquistandoli direttamente dalla Commissione europea (mercato primario), oppure scambiandoli tra i vari partecipanti (mercato secondario). Ed è proprio quest’ultimo mercato a dominare con un volume dei contratti finanziari scambiati che supera dalle 3 alle 5 volte l’ammontare delle quote fisiche realmente emesse.
«Il sistema nasce riservato esclusivamente al mondo industriale e solo in una seconda fase viene allargato agli intermediari finanziari – spiega Antonio Gozzi, presidente di Federacciai – . Questi attori finanziari sono prevalentemente banche d’affari e fondi d’investimento americani, e questo rappresenta un’altra grande contraddizione: mettiamo in mano ad attori esteri la competitività dell’industria europea».

Le imprese rischiano infatti di trovarsi schiacciate da un preciso meccanismo. Il sistema Ets è stato progettato dai regolatori con un’offerta di quote in progressiva diminuzione, così da accompagnare l’Europa verso la neutralità carbonica entro il 2050. Riducendosi ogni anno, la disponibilità di permessi spinge i prezzi al rialzo, incentivando le industrie a investire nella decarbonizzazione piuttosto che continuare ad acquistare crediti sempre più costosi. Il problema, secondo Gozzi, è che gli intermediari finanziari fanno incetta di questi permessi: «Li accumulano, se li mettono in saccoccia e aspettano che il prezzo salga, anticipando con operazioni speculative l’aumento delle quotazioni di questo bene».
L’anno scorso il prezzo medio annuo delle quote di emissione Ue è aumentato del 13% rispetto al 2024. Solo negli ultimi sei mesi, il prezzo di questi permessi è salito del 19,7% e secondo alcune proiezioni potrebbe aumentare fino al 55% nel 2030. «I mercati del carbonio incorporano nei prezzi non soltanto le emissioni attuali, ma anche le aspettative relative alla futura scarsità delle quote, alla regolamentazione e ai costi di compliance – spiega Arlyn Arguello Gleason di SparkChange, che insieme ad HANetf ha quotato uno strumento su questi crediti -Storicamente, pertanto, l’attesa di un irrigidimento dell’Ets si è riflessa nei prezzi ancora prima che si manifestasse un effettivo deficit fisico di quote». Tuttavia, l’esperto precisa che attribuire l’aumento dei prezzi unicamente alla speculazione finanziaria è riduttivo: la struttura fondamentale del mercato, e quindi il tetto all’offerta e la scarsità sottostante, resta comunque definita dai regolatori europei, non dagli operatori finanziari.
Nel 2022 il Parlamento europeo aveva proposto di vietare le operazioni agli intermediari, ma la misura non è entrata nella versione finale della direttiva. «Il rischio è che restringere il ruolo degli intermediari possa ridurre la liquidità e compromettere il funzionamento del mercato – spiega l’avvocato Angelo Messore dello studio Lexia – Le autorità europee stanno pertanto valutando di ricorrere a strumenti alternativi, ad esempio intervenendo sulle regole che disciplinano l’offerta di quote». Ad oggi, però, la situazione è immobile. Di fronte a un contesto globale in cui la competitività industriale e l’autonomia strategica sono priorità assolute, «Bruxelles continua ad aggrapparsi a questi tabù ideologici che dimostrano l’incapacità europea di leggere questa fase così delicata e complessa», conclude Gozzi con una certa nota critica.
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