L’conomista e Senior Fellow presso la Hoover Institution della Stanford University, John Cochrane sarà tra i protagonisti del Festival Internazionale dell’Economia, che si terrà a Torino dal 22 al 25 ottobre. In questa conversazione affronta i temi chiave della congiuntura globale: dalle cause dell’inflazione alla sua soluzione.
Professor Cochrane, stiamo convivendo con un’inflazione intorno al 3%. Cosa c’è davvero dietro questa dinamica?
«L’inflazione al 10% che abbiamo avuto nel 2021-2022, e il 3% abbondante con cui conviviamo ora, sono legati a fattori monetari e fiscali. Non ci sono dubbi: è stata una scelta. I banchieri centrali e gli economisti tendono a pensare all’inflazione come a qualcosa di controllato dalle banche centrali, ma io non credo sia così. Il punto centrale è un altro: se i nostri governi accumulano enormi deficit e soprattutto non hanno piani credibili per ripagare i debiti, nasce il problema. Si possono avere grandi debiti se c’è un piano credibile per ripagarli, ma quando le persone iniziano a preoccuparsi e si chiedono come verrà pagato tutto questo, cercano di ridurre i fondi governativi e i soldi per comprare altre cose, ed è lì che parte l’inflazione. Servono buone banche centrali, ma serve anche la vera fiducia che i governi possano pagare i loro debiti».
Bce e Fed hanno deciso di alzare i tassi per frenare i prezzi. Ma secondo quello che lei dice il problema è più profondo. Cosa succede quando si alzano i tassi con così tanto debito pubblico?
«Aumentare i tassi non risolve il problema perché non affronta la causa fiscale dell’inflazione; al contrario, aumenta i costi sul debito esistente. Supponiamo che la Banca centrale europea o la Fed aumentino i tassi dell’1%: se hai un debito pari al 100% del Pil, quello è un altro 1% di spesa per il debito che deve venire da qualche parte. Da dove viene? Tradizionalmente, ogni modello economico presuppone che il governo aumenti le tasse o tagli la spesa dell’1% del Pil per pagare i maggiori costi sul debito. Ma nel nostro mondo, se la Bce o la Fed aumentano i tassi, i governi tagliano davvero la spesa o aumentano le tasse? Se non lo fanno, la capacità di diminuire l’inflazione peggiora. Senza quella copertura fiscale, l’aumento dei tassi non riesce a ridurre l’inflazione e spinge anzi verso un quadro peggiore».
C’è chi è convinto che l’inflazione scenderà velocemente grazie alla produttività e all’AI, permettendo di ridurre i prezzi senza alzare i tassi. Che ne pensa?
«L’entourage politico di Trump vuole prezzi più bassi e pensa che l’inflazione scenderà velocemente grazie all’AI, alla produttività e a tutte queste cose meravigliose. Se sapessi con certezza che l’inflazione crollerà velocemente in futuro, potresti permetterti di ridurre i tassi ora. Ma è una visione molto ottimista. Il deficit negli Stati Uniti è molto alto, così come in Europa, e sembra crescere invece di diminuire giorno dopo giorno».
In Europa si parla di aumentare gli investimenti nella difesa. È un problema per i conti pubblici?
«Il problema non è la difesa in sé, ma il piano per pagarla. In passato ci sono stati Paesi con un debito al 100% o 150% del Pil senza inflazione, perché avevano politiche fiscali stabili e una forte crescita economica. In Europa la crescita economica è la cosa più importante: se per pagare i debiti si spreme l’economia, la si uccide, ed è un’idea terribile. Parlando di un aumento del 2-3% del Pil per la difesa, bisogna considerare che Paesi come la Francia spendono già il 57% del Pil per lo Stato sociale. Se spendi il 57% del Pil, in un modo o nell’altro lo stai già pagando. Quindi attenzione a dire che la difesa è il problema: il problema è il piano per pagarla, e questo non richiede austerità – che farebbe solo male – ma ha bisogno di crescita economica per decenni».
Sui mercati obbligazionari vediamo i rendimenti salire e lo spread della Francia aumentare. Dobbiamo preoccuparci?
«Rilassiamoci: stiamo tornando alla normalità. I tassi erano al 5% fino al 2007. I mercati del debito e dell’inflazione raramente vedono le crisi prima del tempo, perché se sapessero che ci sarà una crisi domani, dovrebbero riconoscerla già oggi. Non vedo segnali di una grande catastrofe o di un premio per l’inflazione nei titoli. Lo spread della Francia rispetto alla Germania è chiaramente un rischio di credito: il mercato si chiede se la Francia farà come la Grecia o se ristrutturerà il debito. Ma a parte il caso francese, vedo solo un ritorno a tassi d’interesse normali, il che significa che i governi dovranno semplicemente trovare il modo di pagare costi sul debito più alti».
E qual è la sua visione sulla situazione dell’Italia?
«Per quanto ho visto, l’Italia ha fatto un lavoro piuttosto ragionevole nel stabilizzare le proiezioni di costo per pensioni e sanità a lungo termine, non come la Francia. Il vero problema dell’Italia è la crescita. L’Italia ha smesso di crescere intorno al 2010: ogni anno che gli Usa crescono del 2% e l’Italia no, il divario aumenta. Questo è il punto su cui lavorare ora che i conti sono in ordine, perché una crescita a lungo termine significa maggiori risorse».
Parlando invece di AI, assistiamo a enormi investimenti a debito da parte delle società tech. Questo può creare fragilità?
«I tassi d’interesse sono alti per due ragioni: la prima è che i governi stanno chiedendo in prestito moltissimo, e la seconda è che ora c’è il settore privato che vuole investire miliardi in infrastrutture per l’intelligenza artificiale e data center. Quando c’è tanta domanda di capitali e non ci sono abbastanza risparmi, i tassi salgono. La seconda questione è la fragilità finanziaria: ci si indebita scommettendo di fare enormi quantità di denaro dall’AI. Assomiglia un po’ alla bolla del 1999 con la prima ondata di internet. Internet è stato meraviglioso, ma i prezzi azionari erano altissimi e c’era molto debito. C’è il rischio di una fragilità finanziaria quando quel debito si rompe, e non possiamo credere che le banche centrali siano in grado di vederla prima: non avevano visto nemmeno la Silicon Valley Bank che avevano davanti agli occhi».
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