L’Italia siede su un tesoro immobilizzato: oltre 1.600 miliardi di euro fermi in conti correnti e depositi, con un patrimonio finanziario complessivo che ha superato quota 6.480 miliardi. Una massa di denaro che, se investita, potrebbe avere un ruolo chiave nel sostegno all’economia e delle piccole imprese. Ma i cittadini sembrano sempre preferire il materasso alla Borsa, anche se l’inflazione erode questo capitale inutilizzato. Ma perché?
Il sondaggio Moneyfarm
È questa la domanda a cui ha cercato risposta Moneyfarm con il suo ultimo sondaggio. Per iniziare, per gli italiani il risparmio resta un pilastro: l’84% degli intervistati pensa regolarmente a come spendere meno, mentre solo il 71% tenta di guadagnare di più. Il proprio gruzzoletto viene controllato in media 7,2 volte al mese, con il 19% che fa un check giornaliero.
Se si parla di investire più che di accumulare, però, il 63% delle persone dedica attenzione al tema. Ma attenzione non significa passare all’azione. Quasi un intervistato su quattro si sente tranquillo a tenere i propri risparmi sul conto corrente, anche se il 35% prova un senso di disagio se ragiona sul fatto che potrebbe gestire meglio il proprio patrimonio e che non agendo subisce gli effetti dell’inflazione.
Reticenza figlia della paura
La reticenza ha una radice univoca: la paura di fare scelte sbagliate e il desiderio di sentirsi protetti. Risultato? «Una liquidità enorme, spesso lasciata ferma per un bisogno di sicurezza più emotivo che razionale: se investiti con criterio, questi fondi potrebbero generare valore nel tempo senza sacrificare la protezione dai rischi», spiega Andrea Rocchetti, global head of wealth di Moneyfarm.
Per metà degli italiani il denaro significa sicurezza per il futuro e il 19% associa ai soldi un senso di ansia, con percentuali che salgono al 25% fra le donne e i giovani. Il che significa che il ricambio generazionale in sé per sé non offre una risposta al problema. Non a caso, appena il 38% delle persone dice di non aver paura a investire, mentre il 26% teme di perdere tutto e il 19% il crollo dei mercati.
Il nodo rendimenti
Anche le aspettative di rendimento riflettono questo approccio: il 16% si ritiene soddisfatto semplicemente evitando perdite, il 18% considera sufficiente recuperare l’inflazione e il 31% reputa adeguato un rendimento annuo tra il 3% e il 5%. Atteggiamento che affligge anche le future pensioni: meno del 40% dei lavoratori aderisce a un fondo previdenziale, e di questi appena il 14% ha scelto prodotti azionari, gli unici che battono il Tfr in azienda. Senza un cambio di passo, i nonni di domani rischiano di trovarsi a fine carriera con una prospettiva di vita più lunga davanti ma pensioni molto basse.
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