Gli atomi, nonostante siano complicati e siano retti da regole complesse, si rispettando sempre tra di loro. Al contrario la politica e il potere amano cambiare e scardinare le regole. Eppure, è proprio nel cuore del caos che risiede l’ambiente ideale per la rinascita, perché dove tutto è immobile e stantio, non c’è vita. Con questa provocazione e una carica di straordinaria freschezza Gerard Baker, Editor-at-Large del Wall Street Journal, ha acceso i riflettori sui nuovi equilibri geopolitici ed economici planetari, sullo sfondo di Roma che, martedì 27 ottobre, ha accolto il primo Forum Moneta, organizzato in collaborazione con The European House – Ambrosetti.
Un mondo in ebollizione
Il quadro descritto sul palco è quello di un mondo in ebollizione, stretto tra la più grande guerra terrestre in Europa dai tempi del secondo conflitto mondiale – quella tra Ucraina e Russia – gli scontri nel Golfo e in Medio Oriente e l’ombra di un’instabilità politica che attraversa l’Atlantico. Di fronte a questo scenario, la domanda di fondo è radicale: stiamo assistendo a una crisi strutturale della democrazia liberale?
Per l’ex premier spagnolo José María Aznar, la risposta passa attraverso tre grandi sfide interconnesse. «La democrazia libera oggi affronta tre problemi: il risultato dei regimi autoritari e la sfida che rappresentano, il populismo, e le conseguenze della rivoluzione tecnologica che muovono ed eliminano la maggior parte dei pilastri classici della democrazia libera», ha ammonito ricordando un dato impietoso sulla perdita di terreno economico del Vecchio Continente: «L’Europa 15 anni fa rappresentava il 24-25% del Prodotto interno lordo mondiale e ora è al 15%». Il populismo che si sta diffondendo a macchia d’olio per il Continente, avverte l’ex leader spagnolo, non è una risposta come spesso viene presentato ma un pericolo serio, alimentato soprattutto dalla cronica insicurezza economica dei cittadini.
Pirelli
Proprio sul fronte industriale e della competitività globale si inserisce la voce di Marco Tronchetti Provera. Il presidente esecutivo di Pirelli ha spostato l’asse sul fattore cruciale della fiducia e, soprattutto, sulla velocità dell’azione politica ed economica, lanciando un allarme netto sui costi energetici e sulla burocrazia che troppo spesso soffocano il sistema produttivo europeo. «La crescita ha bisogno di fiducia. La mancanza di fiducia riduce la crescita. Quindi, fino a quando questo mondo continuerà, l’impatto sull’economia globale sarà negativo», ha spiegato il numero uno di Pirelli, sottolineando come i dati impongano una svolta immediata: «Il 50-60% della spesa mondiale nel welfare si scontra con il fatto che rappresentiamo solo il 6-7% della popolazione globale. Se non cresciamo, non possiamo finanziarlo. Con questo prezzo dell’energia e degli altri materiali non siamo in grado di crescere». Per Tronchetti Provera non c’è più tempo da perdere in riflessioni infinite: «Stiamo pensando troppo, dobbiamo agire, perché stiamo il tempo è agli sgoccioli. Non è percepito, almeno questa è la mia preoccupazione, che l’Europa sta riflettendo su qualcosa che potrebbe collassare subito».
La Cina
Nel grande scacchiere globale, l’altro polo imprescindibile resta la Cina, analizzato con lucidità da Keyu Jin, docente all’Hong Kong University of Science and Technology e autrice di The New China Playbook. La Cina, secondo la studiosa, non è più soltanto la fabbrica del mondo, ma sta rapidamente spostando il baricentro verso la tecnologia, l’intelligenza artificiale e la conoscenza. Una transizione complessa, fatta di opzionalità e reti di resilienza che evitano le fratture totali della deglobalizzazione. «La Cina e l’Europa devono competere dove devono, ma collaborare dove possono», ha osservato Keyu Jin, evidenziando come i canali di dialogo e gli interessi reciproci rimangano vitali, pur all’interno di una resistenza pragmatica e strutturata nei confronti delle pressioni occidentali. A spostare l’obiettivo sui compiti concreti dell’Europa è intervenuta Mariangela Zappia, presidente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, richiamando l’esigenza di una scossa interna: «Penso che la nostra più grande forza sia il mercato. Dobbiamo completare questo mercato. Dobbiamo fare le riforme». Per la presidente dell’Ispi la rotta non può che passare per la coesione e per un’idea di Europa federale o fortemente integrata, pur consapevole della complessità del percorso. Sul fronte dei rapporti transatlantici, Zappia ha evidenziato come l’alleanza richieda interlocutori capaci di considerare l’Europa un partner fondamentale e non una minaccia, ricordando inoltre come la sicurezza degli stessi Stati Uniti passi inevitabilmente attraverso la stabilità del Vecchio Continente.
Messaggio nitido
Il messaggio emerso dal dibattito è nitido: il tempo delle attese e delle ricette burocratiche è scaduto. Tra intelligenza artificiale, in cui la Cina e gli Stati Uniti viaggiano a ritmi da giganti e l’Europa rischia di recitare un ruolo marginale se non punta dritta sull’industria applicata, e la tenuta dei valori democratici, la rotta richiede coraggio politico e riforme immediate. O l’Europa ritrova la forza di decidere, o il caos globale, da potenziale motore di rinascita, rischia di travolgerla.
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