Il Dragone si prepara alla battaglia navale che (forse) verrà. Nel Mar cinese meridionale (nello specifico ad Antelope Reef, nelle Isole Paracelso), Pechino sta costruendo una maxi isola artificiale, abbastanza grande da ospitare una pista di atterraggio lunga 9 mila piedi, strutture per la Marina, depositi sotterranei, centrali elettriche e sistemi di difesa costiera, inclusi missili terra-aria e anti nave. Fra il Mar delle Andamane (nell’Oceano Indiano) e il Golfo di Thailandia, spinge l’acceleratore sul progetto del Canale artificiale di Kra, studiato per bypassare lo Stretto di Malacca da cui transita l’80% del greggio diretto in Cina, con l’obiettivo di impedire che si ripeta un altro scenario come quello di Hormuz. Mentre in Myanmar investe nel porto di Kyaukphyu, terminal marittimo del China-Myanmar Economic Corridor e parte della Via della Seta, in modo da garantirsi uno sbocco diretto verso l’Oceano Indiano.
Foglia di fico
E non solo: Pechino sta anche portando avanti una vastissima opera di mappatura dei fondali marini nell’Oceano Indiano, in quello Pacifico e nell’Artico. Uno sforzo monstre per ottener e informazioni cruciali in caso di guerra con gli Stati Uniti. Per fare un esempio, fra il 2024 e il 2025 la Dong Fang Hong 3, collegata alla Ocean University of China, ha analizzato i fondali vicino a Filippine, Indonesia, Giappone e perfino nei pressi di Taiwan e di Guam, roccaforte Usa che ospita una base strategica dotata di sottomarini nucleari.

Sulla carta, quella della Dong Fang Hong 3 è una missione scientifica per studiare clima e fanghi oceanici, ma un paper dell’ateneo ha ammesso che nel mentre è stata portata avanti anche l’opera di rilevazione dei fondali. E, come hanno spiegato diversi esperti del comparto difesa a Reuters, la mappatura anche attraverso sensori fornisce proprio le informazioni necessarie per dispiegare i sottomarini in modo più efficace e individuare con maggiore facilità quelli del nemico. Le motivazioni scientifiche, insomma, sarebbero una foglia di fico utilizzata da Pechino per raccogliere indisturbata informazioni sensibili da un punto di vista militare.
Strategia mimetica
Una strategia “mimetica” che ricorda quella che i Dragone sta usando anche nel campo dell’intelligenza artificiale: per aggirare i bandi della Casa Bianca sui chip, l’esercito cinese collabora sempre più strettamente con aziende private e atenei non sottoposti a sanzioni, spingendo per una sorta di fusione informale fra il settore militare e quello civile e per lo sviluppo di tecnologie dual use, in modo da ridurre «la capacità degli Stati Uniti di ostacolare la modernizzazione militare della Cina», come ha spiegato con toni allarmati uno studio della Georgetown University.
Il tracciamento
Analizzando oltre cinque anni di movimenti di 42 navi da ricerca attive negli oceani Pacifico, Indiano e Artico, Reuters ha dimostrato che quello della Dong Fang Hong 3 non è certo un caso isolato. Gli sforzi del Dragone si sono concentrati soprattutto in aree strategiche intorno a Filippine, Guam, Hawaii e vicino a basi militari a stelle e strisce nel Pacifico. Le operazioni sono particolarmente concentrate lungo la cosiddetta First Island Chain, una linea difensiva predisposta dagli Stati Uniti che va da Giappone e Corea fino a Taiwan, passando per le Filippine e proseguendo fino al Vietnam. Secondo diversi analisti, Pechino teme di finire intrappolata ed è al lavoro per espandere la propria presenza in quest’area.
Papua Nuova Guinea e Artico
La mappatura dei fondali ha riguardato anche la Papua Nuova Guinea, le rotte verso l’Australia e aree vicine all’Alaska rilevanti per l’accesso all’Artico, futura frontiera strategica visto che lo scioglimento dei ghiacci potrebbe aprire rotte oggi proibite come i mitologici Passaggi a Nord-Est e a Nord-Ovest. Le minacce di Donald Trump, che pochi mesi aveva annunciato l’intenzione di comprare (se non addirittura di invadere) la Groenlandia, poggerebbero in larga parte proprio sulla necessità di mantenere il controllo di questi corridoi d’acqua che potrebbero completamente rivoluzionare i commerci mondiali.
Segnali acustici
Lo sforzo per mappare le acque profonde arriva da lontano: nel 2014, la Cina ha lanciato la campagna per un «oceano trasparente» iniziando a piazzare sensori in grado di monitorare in tempo reale dati come temperatura, salinità e correnti. Non a caso, proprio gli stessi utilizzati dai sonar per individuare i sottomarini attraverso segnali acustici che reagiscono in modo diverso a seconda della conformazione e della profondità dei fondali o di ciò che si muove sotto la superficie, dai banchi di pesci in su. Più informazioni si raccolgono, più è facile riconoscere le anomalie provocate dai sottomarini.
Che l’operazione «Oceano trasparente» sia l’antipasto delle battaglie navali di domani è una sorta di segreto di Pulcinella, tanto che anche le autorità cinesi non fanno particolare mistero dei suoi risvolti militari. Alti funzionari della provincia dello Shandong hanno detto che il progetto intende «assicurare la difesa e la sicurezza marittima». Parole simili a quelle di Zhou Chun, ricercatore della Ocean University a capo del dispiegamento dei sensori negli Oceani Indiano e Pacifico, che ha promesso di «trasformare i più avanzati risultati scientifici e tecnologici in nuove tipologie di capacità di combattimento per la nostra Marina».
Leggi anche:
«Dopo l’attacco Usa a Iran e Venezuela la Cina sembra ferma. Ma è un’impressione»
La guerra in Iran svuota l’arsenale Usa. La corsa per rifornirlo assist all’Italia
© Riproduzione riservata