L’Unione europea deve cambiare passo e deve farlo rapidamente. In caso contrario rischia di fare la fine del classico vaso di coccio tra vasi di ferro: di essere schiacciata tra le politiche di Stati Uniti e Cina. Tra le superfici smaltate dell’economia, le sbeccature sono profonde: l’inflazione del Vecchio Continente viaggia intorno al 3% contro un Pil che, secondo le attese della Bce, a dicembre non riuscirà ad agguantare nemmeno l’1% per poi forse risalire all’1,5% nel 2028. Significa che in tre anni l’economia americana – a cui la Fed accredita già ora un balzo del 2,3% – accumulerà circa il doppio della crescita europea. Naturalmente ancora più impietoso il confronto con la Cina che in tre anni dovrebbe compiere un altro balzo in avanti del 13 percento.
Aprire i cordoni della borsa
L’unico modo che Bruxelles ha di ripartire è aprire i cordoni della borsa per finanziare non certo spese improduttive o assistenziali – come il reddito di cittadinanza di grillina memoria o il Superbonus – ma gli investimenti; replicando la filosofia del Pnrr. Ecco perché mercoledì scorso Giorgia Meloni ha annunciato una lettera a Ursula von der Leyen affinché l’Unione riconosca maggiore flessibilità nei parametri di bilancio dopo l’incendio inflativo innescato dal caro energia conseguente alla crisi di Hormuz.
L’Ecofin
Il problema dovrebbe essere sul tavolo dell’Ecofin il 9 ottobre ma, da quanto trapela, la Commissione intende limitare lo spazio di manovra alla sola Clausola di salvaguardia. Uno «niet» che di fatto aumenta in modo esponenziale le probabilità che il Vecchio continente precipiti in stagnazione. Il cul de sac può essere così riassunto: la Bce, ostaggio dei falchi del rigore, sta alzando i tassi di interesse per cercare di frenare la corsa dei prezzi, ma in questo modo soffoca Pil e finanze pubbliche. Il primo perché famiglie e imprese faranno sempre più fatica a consumare e a investire, le seconde perché gli Stati saranno inevitabilmente costretti a pagare di più per rifinanziare il debito. Proprio su questo fronte i segnali di allarme sul quadro di controllo europeo si moltiplicano. Non per nulla sono già dieci i Paesi messi in mora da Bruxelles per debito eccessivo obbedendo al diktat del 3%: in lista, oltre all’Italia, anche Austria, Belgio, Finlandia e, soprattutto, la Francia ormai vista come il nuovo malato d’Europa. Senza contare che la stessa Germania è stato costretta a scorporare le spese per la Difesa.
Francia grande malata
A rappresentare in modo plastico cosa è accaduto a Parigi è lo spread, che poi non è altro che un sensibilissimo termometro non di quanto costa il denaro ma di quanta fiducia ripongono i mercati: il 21 ottobre 2022, mentre Mattarella affidava a Meloni il compito di formare il governo, il differenziale dei nostri Btp rispetto al Bund tedesco viaggiava a 233 punti base, ora è più che dimezzato e si attesta attorno a quota 110. Opposta la parabola d’Oltralpe con la Francia che, alle prese con un debito pubblico pari al 117,5% del Pil, è passata da 56 punti base agli attuali 116. Insomma, in pochi anni il rapporto si è rovesciato, nel frattempo però – e qui sta il problema strutturale – anche il panzer tedesco appare meno affidabile di prima e ha un costo del denaro sopra il 3,6% (dal precedente 2,5%): non per nulla Berlino si attende un deficit/Pil al 3,7%.
In ogni caso, quella dei bond è una febbre diffusa: il mercato, complice il difficile contesto geopolitico internazionale, si fida sempre di meno e chiede interessi più alti a tutti. Tanto che perfino il Treasury americano si è spinto a ridosso del 5,3%, sui massimi a quasi 20 anni a dispetto della tripla A di Washington.
Percorso di risanamento
A farne le spese sono i Paesi, come l’Italia, che hanno impostato un severo percorso di risanamento dei conti pubblici – certificato anche dalle promozioni ricevute dalle agenzie di rating – e hanno prenotato l’uscita dalla procedura di infrazione per il prossimo anno. Perché in fondo, come scriveva Plauto, il creditum non è che un qualcosa che viene affidato perché si ha «fiducia» in chi lo riceve. Da qui la valenza strategica del percorso avviato nel 2022 dal ministro Giancarlo Giorgetti per mettere il debito pubblico al sicuro nei cassetti delle famiglie italiane e difendere il Paese da possibili attacchi speculativi: tra Btp Italia, Btp Valore e Btp Italia Sì e Btp Più la raccolta ha superato 142 miliardi, con sottoscrizioni frazionate (in molte emissioni il 60-70% dei contratti si è attestato sotto 20 mila euro). Il prossimo appuntamento è lunedì 19 ottobre, quando si apriranno gli ordini per il nuovo Btp Valore, che per la prima volta permette di scegliere tra due titoli quinquennali, ma con una cadenza cedolare diversa.
Paradosso industriale
Per l’Europa resta però da risolvere il paradosso industriale che la tempesta perfetta sul debito si sta scatenando proprio mentre è più urgente mettere a terra investimenti e progetti per ridare competitività al Vecchio continente: dalle grandi opere infrastrutturali, come per la Tav o il Ponte sullo Stretto, al rilancio dell’automotive alle prese con una avanzata cinese che pare inarrestabile, dal sostegno a chimica e siderurgia alla delicatissima partita della Difesa. Per non parlare della necessità di dare vita a un big dell’intelligenza artificiale in grado di competere con gli algoritmi della Silicon Valley e di Pechino. Questo, a meno che i numerosi (troppi) Don Abbondio di Bruxelles non tifino perchè la storia dell’Unione europea abbia un epilogo alla greca, in cui tutti non avrebbero che da perdere.
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