Il Centro Studi di Confindustria alza le stime sulla crescita del Pil per il 2026 rispetto a marzo: +1%, in linea con la previsione del governo. Nel Rapporto di previsione d’autunno, il Csc elenca diversi fattori che hanno contribuito a questo andamento, tra cui il deciso apporto del Pnrr. Nel 2027 però la crescita dovrebbe rallentare (+0,6%), a un ritmo in linea con quello osservato nel 2025.
Ets bocciati
Sotto la lente del Rapporto, anche gli Ets e le politiche verdi dell’Ue, stroncate da Confindustria: il meccanismo di riduzione delle emissioni di CO2 adottato dall’Unione Europea (Ets) aggrava infatti la vulnerabilità energetica del nostro Paese.
Oltre il danno, la beffa: i benefici in termini di emissioni nella manifattura, spiega Confindustria, sono in buona parte riconducibili alla chiusura delle imprese: “Un focus del Rapporto analizza l’impatto del sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’Ets. Tra il 2005 e il 2025 le emissioni della manifattura italiana soggetta al meccanismo sono diminuite del 43%. Nello stesso periodo hanno chiuso 386 impianti. Secondo il Csc, il 48% della riduzione delle emissioni è riconducibile alle chiusure. Per la parte restante non è possibile distinguere quanto dipenda dal calo dei volumi produttivi e quanto da effettivi progressi nella decarbonizzazione”.
Una situazione già drammatica ma che sembra destinata a peggiorare con l’azzeramento delle quote gratuite: “L’acquisto sul mercato dei diritti necessari a coprire le quote oggi assegnate gratuitamente comporterebbe una spesa superiore al margine operativo lordo per il 18% delle imprese manifatturiere in Ets, che occupano circa 19 mila persone”.
Anche la Meloni contro gli Ets
Sul tema degli Ets oggi si è espressa anche Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo: “In Europa un’impresa che inquina deve comprare un permesso per ogni tonnellata di CO2 che emette: è il sistema Ets. Ma questi permessi si comprano sul mercato, e pertanto il prezzo lo fa il mercato stesso, con dinamiche che, permettetemi, non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente. Quando il prezzo degli Ets sale, sale anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica. E quel costo, alla fine, finisce nel prezzo di ciò che compriamo. Per questo abbiamo messo nero su bianco alcune proposte puntuali per correggere il sistema Ets, perché il prezzo della CO2 rifletta l’economia reale e non le logiche della finanza. E abbiamo chiesto di rinviare ancora l’Ets2, che dal 2028 scaricherebbe nuovi costi su famiglie e imprese”.
Il nodo Hormuz
Dal punto di vista energetico, l’Italia resta in una situazione di “crescita fragile tra shock internazionali e sfide per le imprese“, spiega lo studio. L’ipotesi alla base delle stime “è che dopo le elezioni di midterm negli Stati Uniti si trovi una soluzione alla guerra Usa-Iran”: per gli economisti di viale dell’Astronomia la crisi dello Stretto di Hormuz “sarebbe sostenibile fino a maggio prossimo”, oltre “sarebbe difficile approvvigionarsi e salirebbero le quotazioni del petrolio a livelli mai visti prima”.
Spread e rischi geopolitici
I “rischi dello scenario di previsione” del centro studi di viale dell’Astronomia “sono legati all’evolversi dei transiti delle navi per lo Stretto di Hormuz e più in generale alla guerra nel Golfo”. “Un altro rischio dello scenario è legato alla volatilità sui mercati finanziari, causata proprio dalla tensione nel mercato mondiale del petrolio e del gas e dai suoi riflessi sulle quotazioni, sull’inflazione e, a cascata, sulle decisioni delle banche centrali relative ai tassi”.
Il rapporto registra anche che “in Europa negli ultimi giorni sono bruscamente saliti i rendimenti dei titoli sovrani, di più in Francia, ma anche in Italia, e maggiori acquisti di titoli tedeschi, con un allargamento degli spread. Se una tale tendenza proseguisse – avverte – porrebbe un freno alla crescita in tutto il Continente”.
Il nodo rincari del gas
Il tema energetico, soprattutto per quanto riguarda il gas, resta un freno per la competitività dell’Italia. “I recenti rincari riducono la competitività delle imprese italiane rispetto alle altre aree del mondo, in particolare agli Stati Uniti”, sottolinea il rapporto ricordando che il prezzo del gas naturale in Europa ad agosto 2026 è stato pari a quasi 8 volte quello in America, dove la quotazione non è aumentata nel corso di quest’anno.
Il comparto costruzioni
Per quest’anno la crescita attesa è rivista al rialzo grazie al “buon andamento dell’economia italiana nella prima metà dell’anno”; al “decisivo apporto del Pnrr (+0,5 punti percentuali di Pil)”; al “contenuto trasferimento dei rincari energetici agli altri beni e servizi”. La crescita “poggia sui consumi (+1,1%, molto meglio quelli delle famiglie di quelli pubblici) e sugli investimenti (+3,3%), trainati nel complesso dalle costruzioni nonostante il calo della componente abitativa. Resta invece negativo l’apporto della domanda estera netta nonostante la crescita dell’export (+2,7% quello di beni, +3,8% quello di servizi)”.
Le previsioni per il 2027
La crescita 2027 “dovrebbe rallentare a un ritmo in linea con quello osservato nel 2025”. Peseranno “il prezzo del petrolio tornato a settembre sui livelli massimi”; “il prezzo del gas che ha raggiunto a settembre i livelli più alti dalla fine del 2022 ed è atteso rimanere così fino a fine anno”; “l’aumento del tasso di inflazione che, a settembre, ha toccato il suo massimo raggiungendo il 4,2% spinto dai rincari energetici e ridurrà il potere d’acquisto delle famiglie frenando i consumi nella parte finale dell’anno e poi anche all’inizio del 2027”; ed “i rialzi dei tassi di interesse. Il maggior costo del denaro frenerà consumi e investimenti”.
Addio al Pnrr
Pesa anche la fine del Pnrr che comporta “un rallentamento della spesa per investimenti, moderato dalle ampie risorse residuate che verranno spese dopo il 2026 (circa 47 miliardi, di cui 27 nel 2027, significativamente meno dei circa 42 miliardi spesi nel 2026)”. Nel 2027 “la dinamica del Pil sarà ancora trainata dai consumi delle famiglie e dagli investimenti, che però rallenteranno significativamente: +0,5% e +0,8% rispettivamente. Le esportazioni nette torneranno a fornire un lieve apporto positivo, favorito dal miglioramento delle ragioni di scambio, ma l’export rallenterà (+1,5% i beni, +2,5% i servizi)”.
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