Decine di società finte, migliaia di fatture false e un fiume di denaro frutto di evasione che dall’Italia arriva in Cina. Miliardi di euro. Un sistema illecito sofisticato, ma ripetuto chissà quante volte, che fa immaginare flussi di denaro importanti. Gli investigatori lo chiamano «underground banking», banche clandestine, così in gergo, che riescono con un meccanismo sottile fatto di bonifici e Iban virtuali a ripulire il denaro trasferendolo fuori dai canali ufficiali. Si incontrano due esigenze, in questo sistema criminale: quelle degli imprenditori, generalmente italiani, che hanno bisogno di ricevere fatture (finte) per abbassare il reddito. E quelle di cittadini, cinesi secondo le ultime operazioni, che hanno la necessità di ripulire i contanti di dubbia provenienza. Un monte di contanti. Il funzionamento è presto detto. A fronte di false fatture, pagate con bonifico, chi ha disponibilità di contante restituisce i soldi trattenendo una percentuale, in genere il 10% oltre all’Iva. Come se fosse un servizio.
L’operazione nelle Marche
Gli imprenditori, a quel punto, acquistano liquidità che usano per gli scopi più disparati, e si mettono, in teoria, al riparo dai controlli fiscali delle loro società ricevendo un tot di fatture. I cinesi, riescono a trasferire nelle banche denaro nuovamente «pulito», anche perché in genere i soldi fanno tappa in una società europea e poi arrivano a Pechino. Il generale Carlo Tomassini ha condotto un’operazione della Procura di Ancona, guidata dalla procuratrice Monica Garulli, che ha portato alla luce l’esistenza di una banca illegale che avrebbe portato nelle banche cinesi oltre 3 miliardi di euro. «Abbiamo il fondato sospetto che il valore sia pari a 5 miliardi», osserva Tomassini. Che spiega: «Il primo movimento avviene in Italia con una società italiana in maniera tale che anche i dispositivi anti riciclaggio non vedano nulla di anomalo e non partano le Sos, cioè le segnalazioni di operazioni sospette. Poi si impiegano delle società europee a fare da filtro: qui la situazione si complica, ma ci sono arrivate delle segnalazioni di movimentazioni anomale di denaro dall’Irlanda, dalla Romania, alla Bulgaria». La destinazione di questi flussi è la Cina, nelle sue banche statali, la Agricultural bank of China the financial, la China citic bank financial, la China construction bank corporation financial, la Bank of Wenzhou e la Bank of Taizhou China.
Le 433 cartiere
Nell’operazione di Ancona sono state individuate 433 società cartiere sparse in tutta Italia, gestite da 287 cittadini cinesi. Dalla Lombardia alla Toscana, dal Veneto al Lazio, per finire in Piemonte, Campania, Emilia Romagna, Marche e Sicilia. È in un condominio di Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, che i finanzieri hanno trovato un ufficio con alcuni server per l’emissione di migliaia di fatture false per finte società. Tutte regolarmente numerate progressivamente: anche gli affari illeciti hanno bisogno di ordine.
L’operazione di Ancona, seppure la più grande per dimensioni in Italia, e tra le più grandi d’Europa per volumi di flussi di denaro, non è l’unica. Gli investigatori escludono che vi sia un’unica regia nelle diverse organizzazioni criminali. Ma un’altra recentissima operazione della Guardi di Finanza, coordinata dalla Procura di Lodi guidata da Laura Pedio, ha smascherato un sistema in Lombardia che ha svelato l’esistenza dello stesso modus operandi. Le false fatture venivano emesse in cambio di denaro contante di dubbia provenienza, fornito da imprenditori di origine cinese, e probabilmente frutto di evasione. Qui l’organizzazione criminale, che avrebbe agito con la regia di un commercialista residente a Monza, avrebbe utilizzato 41 società cartiere, gestite in un ufficio anonimo in provincia. E oltre 200 milioni di euro, solo per questa operazione, sono stati trasferiti in Cina dopo essere stati ripuliti. I sequestri preventivi della Guardia di finanza di Lodi sono stati dell’ordine di 31 milioni di euro.
Covid e sisma dell’Aquila
«Si chiama “trade based money laundering”, cioè riciclaggio di denaro mediante il commercio», spiega il colonnello Piergiorgio Samaja, che guida la Gdf lodigiana. «Da una parte c’è chi compra la merce al dettaglio e dall’altra chi ha bisogno di fatture». Il concetto è lo stesso: «L’imprenditore italiano ha degli imponibili fiscali che non vuole dichiarare, e cerca di crearsi dei costi fittizi. È qui che entra in gioco l’organizzazione cinese che vende servizi e beni a fronte di fatture false, che però dal punto di vista contabile sono documenti perfetti». A mascherare ancora di più il sistema vi è l’utilizzo dei cosiddetti Iban virtuali. «Abbiamo un conto sottostante che viene chiamato conto master, che è il conto corrente diciamo vero e proprio, legittimo, dell’impresa, in questo caso di quella che emette le fatture false. A ogni cliente viene attribuito quindi un sotto codice, che però è agganciato solo a quel cliente. Quindi se io ho 100 clienti e devo fare 100 fatture, a ognuno do un codice. Si tratta di una sorta di schermo, perché gli investigatori devono capire qual è il conto master». Stando all’inchiesta, alcuni di questi imprenditori avrebbero voluto lucrare non soltanto con le fatture false, ma anche con i modelli F24 per il versamento d’imposta, che consentono di fare compensazione di crediti. «Abbiamo trovato delle false compensazioni di crediti legati a lavori sisma dell’Aquila e richieste di ristori legati all’emergenza Covid».
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