Gilberto Pichetto Fratin, piemontese, ha 72 anni, fa politica dagli anni dell’università, ha partecipato alla fondazione di Forza Italia, oggi è ministro all’Ambiente e alla Sicurezza energetica.
Ministro, in Italia si parla sempre di prevenzione ambientale, però se ne fa poca. Come mai?
«Quando dal 1946 al 1948 è stata scritta la Costituzione sono stati trattati tutti i temi sociali, economici, politici, giuridici, ma non ci si è occupati dell’ambiente. Perché? Perché non c’era l’urgenza, non c’era la necessità. Solo nel 2022 ci si è resi conto che il Novecento era passato e aveva creato delle situazioni che andavano gestite. E per la prima volta l’ambiente è entrato in Costituzione».
Quindi secondo lei le persone non percepivano il problema perché il problema non c’era…
«Esattamente. Per esempio, la raccolta dei rifiuti che oggi richiede una grande organizzazione non esisteva. Sa perché? Perché non c’erano i rifiuti. Specialmente nei piccoli paesi. Io da ragazzino vivevo in un borgo e ricordo che la prima volta che vidi un rifiuto era la scatoletta di latta della carne Simmenthal».
Poi le cose sono cambiate.
«Lo sviluppo ha portato alla necessità di adattamento ambientale».
Ministro, cosa intende per adattamento ambientale?
«Da una parte che sono necessari interventi di riparazione dei danni che abbiamo provocato in questi ultimi cinquant’anni. Dall’altro che bisogna rendersi conto che c’è un significativo cambiamento climatico».
In che cosa consiste?
«Che in un dato territorio cade la stessa quantità di pioggia che cadeva in passato. Ma in modo molto più concentrato e violento. Questo può produrre inondazioni, frane, dissesti. Ecco: adattarsi vuol dire essere pronti a gestire queste situazioni che non sono più sporadiche».
Con quali strumenti?
«Per esempio, rispetto alle inondazioni con le vasche di laminazione oppure con altre infrastrutture delle quali disponiamo».
Poi ci sono i problemi su scala mondiale.
«Certamente. Noi ci troviamo in presenza di forti emissioni di CO2. E tutti i Paesi devono impegnarsi a ridurre queste emissioni. L’Italia produce lo 0,6 di emissioni di CO2 su scala mondiale. Quindi pochissime. Ma essendo il nostro un Paese che ha un terzo del proprio benessere legato all’esportazione dei prodotti, bisogna sapere che la decarbonizzazione è qualità e immagine del prodotto. E il prestigio dell’Italia non sta nel prezzo contenuto del prodotto ma soprattutto nella sua qualità e nella sua immagine».
Decarbonizzazione. Non è una mossa pericolosa con la crisi petrolifera?
«Una cosa è la lettura del quadro generale che le ho fatto. Una cosa diversa sono le azioni da compiere e i tempi delle azioni da compiere. Le emissioni carboniche emesse nel Golfo Persico superano in quantità tutte le emissioni dei Paesi europei. Ma questo non deve far venire meno un percorso di benessere e salubrità che noi europei abbiamo avviato. Dobbiamo andare avanti, senza cadere però nelle mode ideologiche come il Green deal che come abbiamo visto non porta da nessuna parte».
Lei recentemente ha parlato di emergenza per l’abbandono delle aree interne. Sono necessarie grandi opere nel territorio per affrontare questa emergenza?
«Sì. Gli ultimi disastri si sono verificati dove non ci sono dighe».
Perché non ci sono dighe?
«Le ultime le abbiamo costruite quaranta anni fa. I troppi veti incrociati hanno impedito di costruirne altre. E poi, ribadisco, mancano le vasche di laminazione».
Sono anni che si parla di questo. A chi compete?
«Siamo un Paese complicato. Vari livelli di competenza. A ogni opera che viene progettata si frappongono non meno di cinque comitati, perché c’è bisogno di cinque presidenti di comitati. Siamo un paese di presidenti. E poi c’è stato veramente un reflusso rispetto all’idea di realizzare opere. Un freno, un blocco ideologico a ogni iniziativa».
Perché in Italia sembra che ci sia un rifiuto ad andare avanti? Una negazione del futuro? E poi piangiamo quando ci sono le alluvioni…
«Io la laurea ce l’ho in economia e non in psicologia. Perciò non so rispondere».
Lei è accusato di essere un ministro “petroliofilo”…
«Me lo hanno detto. Eppure sulle rinnovabili io sono in lieve vantaggio sul cronoprogramma. Il colmo è che quelli che vogliono tutto fotovoltaico o tutto eolico, quando poi governano le regioni non vogliono più niente».
A chi sta pensando?
«Per esempio alla Sardegna».
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A che punto siamo con le concessioni idroelettriche?
«In difficoltà perché siamo vincolati a norme che impongono gare generiche. Mi spiego meglio. Arriva un fondo americano, vede che una centrale idroelettrica produce un buon guadagno, vince la gara perché conta su più risorse, se la prende e la lascia com’è perché i suoi gestori vedono solo la parte del profitto fregandosene di investire. Io invece ho bisogno di un aumento dell’idroelettrico, e dunque di una azienda che investa per produrre di più. Questo è l’interesse nazionale. Ma quel sistema di gare mi impedisce di difenderlo».
L’autotrasporto chiede un incontro a Palazzo Chigi per affrontare questa crisi.
«Credo che quanto prima si formerà un tavolo. Il sistema dell’autotrasporto è decisivo per lo sviluppo, per la modernità e l’equilibrio sociale. È una categoria che fa da snodo. Non conta solo il numero degli addetti, conta il ruolo centrale che svolge nella nostra economia».
Bollette luce e gas. C’è la possibilità di intervenire ancora, nonostante le ristrettezze del nostro bilancio?
«Le racconto questa mia esperienza. Il 20 febbraio, dopo tre mesi di tira e molla sul decreto Energia, con un abbassamento del prezzo al consumo dell’energia elettrica di 20 euro al Megawatt che ci avvicinava alla Germania (che è il nostro competitor), mi sono detto: “Basta, ora siamo a posto fino all’autunno. Giorgetti ha portato al 3% il rapporto debito-Pil: benissimo, siamo in carrozza”. Una settimana dopo è scoppiata la guerra nel Golfo. Tutti i miei calcoli saltati. Dopo 15 giorni i prezzi erano saliti da 30 a 62 euro a megawattora. Ora siamo a 45. Gestiamo, sì, ma con grande fatica».
Vale la pena di riaprire il dialogo con la Russia per l’acquisto del loro gas?
«È una decisione da prendere a livello europeo. Io mi attengo alle decisioni prese a Bruxelles. Chi esprime opinioni da leader politico può andare oltre. Io faccio il ministro».
E sulla possibilità di contenimento della domanda di energia?
«Fatica improba. La domanda continuerà a crescere. Il punto allora è il mix delle fonti. Oggi siamo a 315 miliardi di kilowattora consumati. Presto andremo a 450 miliardi. Siamo scesi solo nel consumo di gas. Però in Italia i produttori di rinnovabili sono più di due milioni. Poi c’è la tecnologia, l’efficientamento. Dobbiamo arrivare al 2030 col 50 per cento di rinnovabili».
Quanto tempo serve perché anche l’Italia abbia il suo nucleare?
«Il nucleare è indispensabile. Quest’anno vareremo la legge quadro e i decreti. Subito dopo si inizieranno a costruire i piccoli reattori».
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