La guerra non lascia dietro di sé soltanto morti e macerie. Esiste una forma di devastazione più lenta, meno visibile, ma capace di corrodere un Paese dall’interno: la perdita del lavoro. Quando il conflitto interrompe la produzione, blocca i commerci e paralizza le imprese, la disoccupazione diventa una ferita sociale profonda, destinata a durare ben oltre il rumore delle armi. Questo è quanto sta accadendo a Teheran: pochi giorni fa – in un solo giorno – circa 320 mila persone hanno inviato la propria candidatura su JobVision, la principale piattaforma iraniana di annunci di lavoro. Secondo i media locali si tratta del numero più alto mai registrato. Dietro quella corsa collettiva all’impiego c’è il volto di un’economia che si sta inceppando: centinaia di migliaia di persone cercano contemporaneamente un’occupazione mentre le possibilità di trovare un salario si restringono sempre di più.
È uno dei primi effetti concreti del conflitto. E rischia di trasformarsi in una delle crisi sociali più profonde che l’Iran dovrà affrontare nei prossimi anni. Anche in Italia – ed è inevitabile ricordarlo all’indomani del 25 aprile – la guerra ebbe effetti contraddittori sul mercato del lavoro. Durante la Seconda guerra mondiale la disoccupazione ufficiale diminuì rapidamente: tra il 1940 e il 1943 passò da circa il 14% a meno del 2%. Ma non era il segnale di un’economia prospera. Era il risultato di una mobilitazione forzata: milioni di uomini erano al fronte, l’industria era stata riconvertita alla produzione bellica e il lavoro veniva controllato direttamente dallo Stato.
Il lavoro in tempi di guerra
La vera crisi arrivò dopo. Alla fine del conflitto il sistema produttivo italiano era distrutto. Le infrastrutture erano state bombardate e milioni di persone tornarono improvvisamente a contendersi gli stessi posti di lavoro. Nel 1946 i disoccupati superarono i due milioni, secondo le statistiche del ministero del Lavoro. Una disoccupazione di massa che seguì quella sorta di “ebbrezza occupazionale” prodotta dall’economia di guerra. “Di solito, guardando alla storia italiana, durante la guerra si assiste a un riassorbimento della disoccupazione esistente”, spiega Manfredi Alberti, ricercatore di storia del pensiero economico all’Università di Palermo e autore del volume Il lavoro in Italia. Un profilo storico dall’Unità a oggi.
“La mobilitazione bellica porta lo Stato ad aumentare la spesa per armamenti e per tutto ciò che serve al conflitto, favorendo così una crescita dell’occupazione. In alcuni casi aumenta anche il lavoro femminile: già durante la Prima guerra mondiale molte donne entrarono in settori produttivi da cui erano tradizionalmente escluse, sostituendo parte della manodopera maschile impegnata al fronte”.
Il quadro cambia bruscamente con la fine della guerra. Terminata la mobilitazione, si interrompono gli investimenti legati al conflitto e rientrano soldati, reduci e prigionieri di guerra. Questo aiuta a spiegare perché il dopoguerra italiano e i primi anni Cinquanta furono segnati da livelli molto elevati di disoccupazione. “Naturalmente i confronti con l’Iran di oggi vanno fatti con cautela. I contesti storici sono differenti e le guerre contemporanee hanno effetti diversi sulla produzione industriale e sulla mobilitazione della forza lavoro. Inoltre il mercato del lavoro è sempre segmentato: possono esserci comparti in crisi e, nello stesso momento, altri settori in crescita”.
Un aumento delle persone che cercano lavoro, da solo, non indica necessariamente un peggioramento economico. “Il dato sulla disoccupazione va letto insieme ad altri indicatori: quando cresce la domanda di lavoro, possono aumentare anche le persone che si attivano per cercarlo. Al contrario, in una fase stagnante molti smettono di cercare occupazione e scompaiono dalle statistiche”.
La disoccupazione dilaga a Teheran
In Iran, però, diversi segnali indicano che la situazione stia rapidamente peggiorando. Le imprese chiudono, il costo dei beni essenziali continua a salire e i consumi rallentano. Molte piccole e medie aziende stanno riducendo drasticamente il personale, aggravate anche dalle difficoltà operative causate dai blackout digitali e dalle interruzioni di Internet. Le sanzioni internazionali stanno rendendo sempre più complicati gli scambi commerciali, mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto della popolazione. A tutto questo si aggiunge la paralisi di interi comparti produttivi. I licenziamenti nell’industria sono anche il risultato della carenza di materie prime provocata dal blocco navale, che ostacola importazioni ed esportazioni. A pesare sono poi i bombardamenti condotti da Israele e Stati Uniti contro stabilimenti industriali e infrastrutture energetiche.
Il blocco di Internet imposto dal regime ha avuto conseguenze economiche altrettanto pesanti. Il quotidiano iraniano Donya-e Eqtesad ha definito i suoi effetti un “terremoto silenzioso”, persino più devastante dei bombardamenti. Le 320 mila candidature inviate in un solo giorno assumono così il valore di un indicatore anticipatore.
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