Decenni di globalizzazione hanno creato la più grande fabbrica del mondo che ha inondato l’Occidente dei suoi prodotti e beni. È il fenomeno cinese che ha visto la sua economia crescere a ritmi del 6-7% annuo grazie soprattutto alla spinta dell’export globale. Una sorta di sovrapproduzione rispetto alla domanda interna che ha consentito di conquistare i mercati esteri.
In fondo il Dragone non ha fatto altro che sfruttare i suoi punti di forza: salari tra i più bassi al mondo, costi energetici e delle materie prime (molte disponibili in casa) molto competitivi e prodotti riversati a basso prezzo sui mercati globali.
Si pensi solo al colosso dell’auto Byd che in poco tempo, grazie ai prezzi bassi, ha virato dal mercato interno a quello europeo assicurandosi quote di mercato a spese dei costruttori del Vecchio Continente.
Ma non c’è solo una forsennata politica, guidata dal Partito comunista cinese, di conquista dei mercati esteri. Ora gruppi pubblici e privati comprano aziende in Occidente per produrre in loco. È la seconda fase della politica di conquista economica di tutte le aree commerciali.
In Italia gli esempi di aziende acquisite dal Dragone cominciano a essere significative. A partire da Pirelli dove i cinesi di Sinochem sono divenuti anni fa i primi azionisti. Anni dopo un imprevisto che i cinesi non avevano messo in conto: gli Stati Uniti hanno infatti messo al bando sul loro mercato gli pneumatici intelligenti che raccolgono dati sensibili perchè prodotti da un’azienda sostenuta da capitali cinesi. Da lì il Golden Power del governo che ha imposto a Sinochem di scendere dal podio di primo azionista pena la perdita del mercato Usa. Da ultimo, cronaca di questi giorni, la conquista di Ferretti, il marchio di yacht super lusso dove a colpi di Opa i cinesi di Weichai sostenuti da Bank of China hanno conquistato la maggioranza del capitale contro l’offerta concorrente dell’imprenditore ceco Komarek. In questo caso fa gola ai cinesi la grande redditività del gruppo e la sua clientela di fascia alta. Una conquista di un gruppo che fattura 1,23 miliardi di euro con un utile netto di 90 milioni e un portafoglio ordini da 1,72 miliardi. E in fondo non è un caso che siano le aziende della moda e del made in Italy a essere entrate via via nel mirino dei manager dei colossi di Pechino. Tra le ultime operazioni a su marchi di qualità e produttori di utili è spuntata tra gli altri Golden Goose, acquisita dal fondo di investimento Permira dal colosso tessile cinese Vf Corporation e successivamente legata ad ampie partecipazioni di gruppi asiatici.
Come non ricordare in passato Krizia, la storica casa di moda milanese, rilevata dal marchio cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion? Per non dire, risalendo nel tempo, del marchio Buccellati. Il brand di alta gioielleria è oggi controllato dal gruppo Gangu Gangtai Holding.
Ma se con la moda in genere si finisce per vivere di rendita dati utili e flussi di cassa, il Dragone guarda anche all’industria cogliendo occasioni di ristrutturazione che possono rilanciare i gruppi in crisi. Si spende poco, si ristruttura, si coglieranno poi i frutti di maggiori utili. E soprattutto si comprano asset industriali esteri. Un sorta di conquista non per via delle merci esportate ma per via degli impianti e della produzione locale acquistati.
Candy e Bialetti
Un caso esemplare è la Candy, la storica azienda monzese per decenni di proprietà della famiglia Fumagalli acquisita nel 2018 dal gigante degli elettrodomestici Haier per 475 milioni di euro. L’acquisizione ha permesso al gruppo cinese di rafforzare la propria presenza in Europa, integrando i prodotti Candy nella propria offerta. L’integrazione ha infatti dato vita a Haier Europe e reso Haier uno dei principali player europei del settore degli elettrodomestici. Dopo l’acquisizione, Candy ha continuato a produrre in Italia, per qualche anno. Poi, come da protocollo, è arrivato lo stop con la chiusura dello storico impianto di Brugherio.
Tra i casi di aziende che venivano da crisi importante e su cui i cinesi hanno colto l’attimo ecco Bialetti. Lo storico marchio della moka ha visto l’acquisto da parte del fondo Nuo, presieduto da Stephen Cheng, magnate di Hong Kong. Il piano di rilancio sembra già aver dato frutti: nel 2025 i ricavi consolidati sono cresciuti del 10% con il margine lordo al 14,5% del fatturato; debiti finanziari dimezzati e un patrimonio netto tornato positivo. Si vedrà se l’impegno sarà di lunga durata o se come per Candy si chiuderanno gli stabilimenti italiani alla prima difficoltà lungo il percorso.
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