Cosa si nasconde dietro il blocco di Hormuz? Ci sono rischi che stiamo sottovalutando?
Questa crisi ci mostra il collo di bottiglia del pianeta. Se si blocca Hormuz non si ferma solo il petrolio ma un intero sistema che funziona solo quando tutto scorre.
Un sistema costruito sull’assioma che tutto possa essere dominato e ricondotto sotto il controllo del mercato. Ma affidarsi all’illusione di poter controllare tutti gli eventi può rivelarsi pericoloso e fuorviante.
Pensiamo solo a quanto è rilevante l’energia che passa da Hormuz: solo di petrolio transita circa il 20-30% del totale consumato senza contare il 20% di Gnl (gas naturale liquefatto) totale.
Ma attraverso lo stretto passano anche i fertilizzanti per l’agricoltura essenziali per l’alimentazione di un mondo sovrappopolato. E il punto sul quale si gioca la partita è il fattore tempo.
Perché il tempo del mercato non corrisponde a quello del trasporto su nave. E il tempo in questo caso è decisivo. Una petroliera, o una grossa nave da trasporto si muovono lentamente e impiegano diverse settimane per raggiungere le loro destinazioni. Sono tempistiche critiche in diversi settori.
Pensiamo agli effetti su quello agricolo che è quello più sensibile al naturale scorrere del tempo e delle stagioni. Il problema più immediato non è il petrolio ma il fertilizzante, perché una quota importante dell’urea mondiale transita per Hormuz. Infatti, i principali produttori sono Russia, Oman, Qatar e Arabia Saudita. Tra l’altro l’urea, uno dei fertilizzanti azotati più diffusi, si produce utilizzando il gas come il metano per materia prima dal quale viene estratto l’idrogeno da combinare con l’azoto. Quindi nella via di Hormuz gas e fertilizzanti sono correlati strettamente.
Le semine
E senza disponibilità di fertilizzanti e di energia nei tempi previsti avremo effetti negativi su semina, concimazione e resa. Nei prossimi novanta giorni si determineranno i destini della produzione agricola della stagione. Non tanto sulle colture già formate che, al netto degli aumenti energetici, potranno essere comunque raccolte. Proprio ora si gioca la fase decisiva delle semine, che avrà impatto sulla prossima produzione, perché una scarsa concimazione oggi influisce sulle rese e compromette il raccolto di domani.
Le aree più a rischio sono quelle tropicali e subtropicali dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale che, in genere, rispetto alle aree temperate hanno più raccolti per stagione. Per quanto riguarda il mais i Paesi a Sud dell’equatore sono già in fase di raccolta mentre a Nord sono in fase di semina. E la parte più critica è la seconda semina che non può essere troppo posticipata. Le navi sono lente ma la semina non può aspettare.
E il fatto che il prezzo dell’urea in India, in alcuni casi, è raddoppiato, prova che la tensione nel comparto è già in atto. Il rischio è che la crisi colpisca quando i campi hanno bisogno di fertilizzanti e di energia. E questo momento lo decidono le stagioni e non il mercato.
E qui torna in gioco l’attrito tra il nostro sistema e la natura, con conseguenze che portano alla scarsità e all’aumento di costo del cibo. Abbiamo costruito un mondo in cui cibo, energia e fertilizzanti nascono in tre luoghi diversi, secondo il meccanismo globale della produzione delocalizzata. Ma questo funziona solamente quando la logistica è perfetta.
Ma cosa accade se un ingranaggio si blocca come nel caso di Hormuz? L’edificio crolla o qualcosa cambia direzione? Perché il problema non è tanto trovare un’altra rotta che può non bastare neanche più quando la cercano tutti. Il problema è che quando un nodo come Hormuz si interrompe i flussi non si redistribuiscono ma inizia una competizione per raccogliere le risorse limitate che metterà ancora più in difficoltà i Paesi più deboli.
Quella che si crea è una gerarchia, chi ha più potere contrattuale, più risorse e un migliore accesso alla logistica è in grado di assorbire l’urto della crisi. Gli altri restano esclusi. E in questo modo una crisi logistica si trasforma in una crisi alimentare. E così le disuguaglianze ne risultano ancora più accentuate.
incognite Ma questo non è indolore. Le risorse non sono infinite. E se l’Europa oggi possiede ancora risorse e potere contrattuale è anche vero che, all’interno della società europea, ci sono larghe fasce di popolazione che vivono in povertà e l’aumento del prezzo degli alimenti e dell’energia avrebbe un effetto devastante su di loro. Senza contare le persone appena al di sopra della soglia di povertà che si troverebbero ad essere povere all’improvviso.
Oltre a questo, in presenza di scarsità di risorse, potremmo trovarci di fronte a una spinta migratoria ancora più intensa e disperata nel breve e nel medio periodo. Come reagirebbe il sistema che abbiamo costruito se fosse sottoposto a queste pressioni? Che impatto avrebbe sulla nostra civiltà il dover tornare, dopo diversi decenni, a confrontarsi nuovamente con la fame?
La nostra globalizzazione, costruita intorno al profitto e allo sviluppo del sistema secondo l’efficienza finanziaria, può resistere di fronte all’assalto così improvviso e prepotente dell’economia reale?
Resterà tutto inalterato o in parte riscopriremo l’importanza dell’efficienza reale? L’incognita non è nel futuro ma invade già il presente. E adesso servono soluzioni concrete in tempo reale perché, prima ancora del Generale Inverno, dobbiamo fare i conti con l’Estate.
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