Cambiano i presidenti delle banche centrali, cambiano i governatori, cambiano perfino le emergenze che agitano l’economia mondiale. Ma la ricetta resta sempre la stessa: se compare l’inflazione, si alzano i tassi. È il riflesso condizionato della politica monetaria contemporanea. Una sorta di protocollo automatico che non distingue più tra le cause dell’inflazione e i suoi effetti. La tesi proposta da Donato Masciandaro sul Sole 24 Ore coglie proprio questo punto: alla Federal Reserve può cambiare il comandante, ma la rotta resta immutata. E lo stesso vale per la Banca centrale europea. La domanda che nessuno sembra voler porre è se quella rotta stia conducendo nella direzione giusta oppure verso un iceberg annunciato.
Il segnale della Lagarde
L’ultimo segnale arriva da Francoforte. Qualche giorno fa Christine Lagarde ha spiegato che l’inasprimento monetario è una risposta quasi obbligata al nuovo shock energetico provocato dalle tensioni in Medio Oriente. Una posizione apparentemente lineare: se l’energia rincara, l’inflazione potrebbe rialzare la testa e dunque occorre intervenire. Peccato che la realtà racconti una storia diversa. I dati più recenti dei prezzi al consumo mostrano una dinamica quasi piatta nelle principali economie europee: Germania in lieve flessione, Francia e Spagna prossime allo zero, Portogallo appena sopra.
Non siamo di fronte a un’economia surriscaldata, né a una domanda fuori controllo. Siamo invece di fronte al rischio di un aumento dei costi energetici. E qui emerge la contraddizione: una banca centrale può aumentare il costo del denaro, ma non può produrre un metro cubo di gas in più, né abbassare il prezzo del petrolio. Può comprimere il credito, non aumentare l’offerta di energia.
Strumento inadatto
La conseguenza è che si continua a utilizzare uno strumento progettato per raffreddare la domanda contro un fenomeno che nasce dal lato dell’offerta. È come tentare di spegnere un incendio elettrico chiudendo il rubinetto dell’acqua: qualcosa si ottiene, ma non dove serve. Anzi, il rischio è di aggravare il problema. Perché mentre l’energia resta cara, le imprese investono meno, le famiglie rinviano gli acquisti, il costo dei finanziamenti sale e la crescita rallenta. In un continente che già soffre di produttività stagnante, perdita di competitività industriale e investimenti insufficienti, il rialzo dei tassi rischia di trasformarsi nell’ennesimo freno applicato a un motore che gira già a regime ridotto. L’Europa continua a preoccuparsi dell’inflazione di domani ignorando la debolezza strutturale di oggi.
C’è poi un aspetto che raramente viene affrontato con la necessaria franchezza. Le decisioni monetarie non sono neutrali. Producono vincitori e vinti.
Quando i tassi salgono, il settore bancario vede generalmente migliorare i margini di interesse e gli investitori festeggiano. Peccato che a pagare il conto siano le imprese che devono finanziare nuovi investimenti, le famiglie che accendono un mutuo, gli operatori economici più esposti al credito. Non significa sostenere che la Bce agisce per favorire le banche. Significa semplicemente riconoscere che gli effetti distributivi delle sue decisioni esistono e sono tutt’altro che marginali. Ogni rialzo dei tassi trasferisce risorse, opportunità e capacità di crescita da alcuni soggetti ad altri. Ignorarlo significa raccontare soltanto metà della storia.
Elemento culturale
C’è inoltre un elemento culturale che merita attenzione. Le grandi banche centrali sembrano ancora prigioniere della memoria degli Anni ’70-’80, quando l’inflazione sfuggì di mano e costrinse le autorità monetarie a interventi drastici per riconquistare credibilità. Da allora la lotta all’inflazione è diventata non soltanto un obiettivo, ma quasi un’identità istituzionale. Il problema è che il mondo di oggi non assomiglia più a quello del 1979. Le economie occidentali convivono con una crescita anemica, un invecchiamento demografico accelerato, una produttività debole e una competizione globale sempre più aggressiva. A ciò si aggiunge la sfida della transizione energetica e tecnologica, che richiede investimenti giganteschi e capitale abbondante. In questo contesto la vera scarsità non è il denaro, ma la crescita. Eppure la risposta continua a essere la stessa: rendere il denaro più costoso. È una contraddizione che dovrebbe interrogare non soltanto gli economisti, ma anche la politica. Perché se il capitale diventa più caro proprio nel momento in cui l’Europa ha bisogno di modernizzare infrastrutture, industria, reti energetiche e innovazione, il rischio è di sacrificare il futuro sull’altare di una prudenza monetaria che guarda nello specchietto retrovisore. Le banche centrali rivendicano il dovere di prevenire l’inflazione di domani; il problema è che, nel frattempo, nessuno sembra preoccuparsi abbastanza della crescita che si sta perdendo oggi.
Lo shock energetico
Il vero nodo, allora, non è stabilire se Francoforte stia agendo troppo presto o troppo tardi. Il punto è capire se stia combattendo la battaglia giusta con l’arma giusta. Se l’inflazione nasce da uno shock energetico, la risposta dovrebbe riguardare l’energia, gli investimenti, la produttività, la sicurezza degli approvvigionamenti. Continuare a premere sul pedale dei tassi somiglia invece a una forma di ortodossia burocratica: rassicura i mercati sulla determinazione della banca centrale, ma rischia di lasciare irrisolto il problema reale. Da Washington a Francoforte la musica non cambia. Cambiano i direttori d’orchestra, ma lo spartito resta identico. E il rischio, per l’Europa, è che nel tentativo di evitare un’inflazione futura finisca per infliggersi un autogol nel presente. Perché una politica monetaria che pretende di curare ogni male con la stessa medicina rischia di trasformare la prudenza in immobilismo e la stabilità in stagnazione. E un continente che rinuncia alla crescita per paura dell’inflazione potrebbe scoprire troppo tardi che il prezzo più alto non è quello dei beni, ma quello delle occasioni perdute.
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