Un’intesa con Bruxelles per alleggerire il peso del gas sulle bollette, la partita ancora aperta sul mercato europeo delle emissioni, i quasi 15 miliardi in due anni della clausola di salvaguardia. E poi stoccaggi, incentivi per la casa, sostegni all’industria e nucleare di nuova generazione. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, fa il punto sui dossier che attendono famiglie e imprese, con una linea precisa: decarbonizzazione e competitività devono andare di pari passo.
Ministro, quando partirà il meccanismo concordato con Bruxelles sul prezzo dell’elettricità? Il taglio del 10% è confermato?
«L’intesa politica con la Commissione europea è un passaggio importante, perché ci consente di lavorare a uno strumento mirato per ridurre l’impatto del prezzo del gas sul costo dell’elettricità. Adesso occorre completare i passaggi previsti, dal quadro autorizzativo agli atti attuativi: la tempistica dipenderà da questo percorso. La riduzione del 10% rappresenta un ordine di grandezza di cui si è discusso, ma non va presentata come un risultato garantito per ogni famiglia o impresa. Il nostro obiettivo è un abbassamento effettivo dei costi, misurabile e verificabile».
Quanto costerà allo Stato? E come evitare che il beneficio finisca all’estero?
«Il costo non può essere stimato sulla sola differenza tra prezzo del gas e soglia di riferimento: contano i volumi interessati, la durata del meccanismo e le modalità di compensazione. Coperture e criteri vanno definiti con precisione, evitando impegni non sostenuti da risorse individuate. L’esperienza degli altri Paesi dimostra che questi strumenti vanno progettati valutando anche gli effetti sugli scambi transfrontalieri. Non basta abbassare teoricamente un costo: il vantaggio deve arrivare davvero a chi paga la bolletta».
La compensazione degli Ets è rimasta fuori dall’intesa. È una rinuncia definitiva?
«Non consideriamo esaurito il confronto europeo. L’intesa riguarda il costo del gas per la generazione termoelettrica e non cancella le questioni che l’Italia ha posto sulla revisione dell’Ets. Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre ha riconosciuto un punto che sosteniamo da tempo: la transizione deve essere compatibile con la competitività. Chiediamo maggiore stabilità del valore delle quote di CO2 e garanzie contro la perdita di competitività e la delocalizzazione. Alcuni Paesi temono di indebolire il segnale economico per la decarbonizzazione, ma la credibilità della politica climatica dipende anche dalla sua sostenibilità economica e sociale. Non chiediamo di cancellare gli obiettivi europei, ma di perseguirli con strumenti più efficaci e compatibili con la crescita».
Quanto peserà l’Ets2 sulle famiglie?
«Abbiamo chiesto di valutarne con attenzione l’impatto, soprattutto sui redditi più bassi e su chi vive dove auto e riscaldamento a gas sono difficilmente sostituibili. Gli obblighi riguarderanno i fornitori di combustibili, ma una parte dei costi potrebbe riflettersi sui prezzi finali. Il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione di aggiornare la valutazione, e la riserva di stabilità del mercato è stata rafforzata in vista dell’avvio nel 2028. Servono gradualità, protezioni efficaci e alternative meno costose, dall’efficienza energetica al trasporto sostenibile».
Come verranno distribuite le risorse della clausola di salvaguardia?
«Si parla di circa 7,2 miliardi nel 2027 e 7,4 miliardi nel 2028 per la componente energetica. Non è un fondo liberamente utilizzabile per qualsiasi intervento sulle bollette: dovrà finanziare misure strutturali, come efficienza, energia pulita, accumuli, infrastrutture e decarbonizzazione del sistema produttivo. Per le famiglie bisognerà raggiungere chi ha maggiori difficoltà; per le imprese, sostenere gli investimenti che riducono stabilmente il fabbisogno energetico. La priorità è trasformare lo spazio di bilancio in una riduzione durevole della vulnerabilità energetica del Paese».
È decisa la proroga del Servizio a tutele graduali?
«Va valutata sulla base dei dati di mercato, degli effetti sui clienti e del quadro regolatorio, e non la considererei definitiva finché non sarà formalizzata. La fine di un regime transitorio non può tradursi in un passaggio al mercato libero senza informazione e tutela. La liberalizzazione deve essere uno strumento a vantaggio dei cittadini, non un fine in sé. Per questo servono trasparenza delle offerte, comparabilità dei prezzi e consumatori in grado di scegliere consapevolmente».
Dopo i bonus straordinari, si va verso un ecobonus stabile?
«Dobbiamo passare da incentivi spesso discontinui a un quadro stabile, selettivo e sostenibile, con aliquote e requisiti chiari che premino i risultati energetici, favorendo chi ha minore capacità finanziaria e valorizzando gli strumenti già disponibili, compreso il Conto Termico. La stabilizzazione dell’ecobonus è una prospettiva da valutare nel quadro della manovra. La direttiva europea sugli edifici va attuata con pragmatismo, tenendo conto del patrimonio italiano e della capacità delle famiglie di investire».
E per le imprese? Energy Release e autoconsumo?
«Il sostegno congiunturale non può sostituire una strategia strutturale. L’Energy Release favorisce l’accesso all’energia a condizioni definite, legandolo a investimenti in nuova capacità rinnovabile, e intendiamo valorizzarlo. Dobbiamo poi accelerare autoconsumo, comunità energetiche e accumuli: produrre energia nei siti produttivi riduce l’esposizione alla volatilità. La direzione è chiara: meno dipendenza dal gas e maggiore competitività per chi produce in Italia».
A che punto sono gli stoccaggi?
«L’Italia dispone di un approvvigionamento diversificato e le tensioni in Medio Oriente confermano quanto sia importante proseguire su questa strada. All’avvio del semestre di erogazione la situazione è del tutto sotto controllo; elemento di attenzione è il basso riempimento degli stoccaggi europei rispetto ai nostri. Per il futuro serve un mix equilibrato di rinnovabili, reti, accumuli, gas e, in prospettiva, nucleare di nuova generazione. Non dobbiamo sostituire una dipendenza con un’altra: la transizione deve ridurre le emissioni, ma anche proteggere famiglie, imprese e autonomia industriale del Paese».
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