La crescita italiana resta fragile e a pagarne il prezzo rischiano di essere consumi e nuove generazioni. È il filo del panel degli economisti al Forum di Moneta, organizzato a Roma con Teha e moderato da Fabrizio Massaro, direttore di Moneta e vicedirettore del Giornale. Gregorio De Felice, chief economist di Intesa Sanpaolo, Veronica De Romanis, docente di Politica economica europea alla Luiss Guido Carli, e Davide Serra, Ceo di Algebris Investments, hanno discusso di salari, conti pubblici e risparmio mentre il governo prepara la manovra.
Consumi stretti tra inflazione e salari
Per De Felice il sistema produttivo ha retto il rincaro dell’energia meglio del previsto, grazie alla minore intensità energetica. La dipendenza dall’estero resta «alta, oltre il 70%», contro l’85% di dieci anni fa. La crescita è attesa allo 0,9% quest’anno e, «un decimo in più o in meno», nel prossimo. Il rischio maggiore riguarda i consumi, due terzi del Pil: con «una dinamica salariale più o meno costante e un’inflazione che è salita al 4%» si erode il potere d’acquisto. Intesa prevede che la crescita dei consumi rallenti dall’1,3% del 2026 allo 0,6% del prossimo anno. «Siamo l’unico tra i Paesi Ocse a non aver recuperato in termini reali i livelli pre-pandemia dei salari»: rispetto al 2019 siamo a meno 7,5%.
La risposta passa dalla produttività, cresciuta nel manifatturiero ma non in costruzioni, pubblica amministrazione e commercio al dettaglio. De Felice propone di orientare il Fondo centrale di garanzia per le Pmi verso gli aumenti di produttività e i «settori ad alto valore aggiunto, quindi con alta produttività, con salari più alti»: biotecnologie, space economy, robotica e intelligenza artificiale. Garantendo una parte dei prestiti, il Fondo può mobilitare credito con risorse pubbliche limitate e sostenere investimenti che richiedono 8-10 anni. «Non possiamo più permetterci interventi a pioggia»: «Allora abbiamo giocato una partita in difesa. Io sto parlando di una partita più strategica, che pensa al futuro».
«Il debito si chiama debito»
De Romanis ricorda che negli ultimi vent’anni l’Italia è cresciuta meno della media europea e ha sofferto più degli altri le crisi. «Sono tre anni, tre anni, che siamo cresciuti più della media europea»: 2021, 2022 e 2023, quando l’economia è stata inondata di risorse tra bonus edilizi, Superbonus al 110% e 200 miliardi del Pnrr. Ma il confronto con Spagna e Portogallo dimostra che «non vuol dire che più spendi, più cresci». Sul dibattito europeo avverte: «Non chiamiamo il debito flessibilità. Si chiama debito». La spesa per interessi raggiunge 87 miliardi, «più di quanto spendiamo per l’istruzione», ed è destinata a salire.
Una coperta lunghissima
Per De Romanis le risorse non mancano: «Non è vero che la coperta è corta, la coperta è lunghissima». Lo scorso anno lo Stato ha speso 1.157 miliardi e il Paese è cresciuto dello 0,6%: «Le risorse ci sono, sono tantissime e sono sprecate. Bisogna semplicemente fare quello che si chiama politica economica, cioè scegliere a chi dare e scegliere a chi togliere». Nel mirino i circa 108 miliardi di deduzioni e detrazioni, in gran parte dirette, secondo la commissione del Tesoro, «a chi non ne ha bisogno». «Non dico che se ne possono tagliare 100, ma Dio mio, 30 li vogliamo trovare?». I risparmi andrebbero al capitale umano: l’Italia è ultima in Europa per spesa in istruzione e il mercato del lavoro «va molto bene per gli anziani, molto male per i giovani». «Normalmente si spende quando si sta male e si risparmia quando si sta bene», dice, contestando nuova flessibilità in una fase senza recessione.
La matematica della demografia
Per Serra il debito va letto alla luce del calo demografico. «Trent’anni fa andavo sui banchi della Bocconi e mi dissero che avevo 40 milioni di lire di debito pubblico. Io saltai sulla sedia, perché a casa non c’erano 40 milioni di lire». Oggi il debito equivale a circa 40mila euro a testa; se la popolazione passasse da 60 a 35 milioni entro fine secolo, anche con debito stabile il carico pro capite raddoppierebbe a 80mila euro. «L’unica cosa che risolve il tutto è sempre solo la matematica, non l’ideologia, non le parole».
La matematica della demografia
Sul modo di portare il risparmio verso l’economia reale, De Felice richiama l’Unione europea del risparmio e degli investimenti e l’ipotesi di un prodotto investito per almeno metà in azioni. «È una proposta interessante, ma non è sufficiente»: la differenza è nella capacità di fare impresa e competere nei settori in cui prevalgono Stati Uniti e Cina. Poi punge De Romanis: «Quando Veronica ha detto che il debito è debito, che non c’è il debito buono e il debito cattivo, beh, Veronica, tu in banca non potresti mai venire a lavorare». La distinzione è nell’uso delle risorse: «Se devo chiedere flessibilità per pagare la spesa per interessi, per misure elettorali, mai nella vita». Diverso il caso di un debito europeo per riforme e investimenti tecnologici.
L’Europa non è un alibi
De Romanis invita a non attribuire ogni responsabilità a Bruxelles: «Basta dire l’Europa come se fosse una forza esogena». L’Italia partecipa alle decisioni e scaricare le colpe sull’Unione «ci deresponsabilizza». A suo giudizio non esiste un problema generalizzato di produttività europea: nel 2025 gli altri Paesi sono sopra i livelli del 2015, mentre l’Italia è a 97 rispetto a una base 100. Il nodo è la produttività totale dei fattori, che il governo stima negativa nei prossimi anni. Le regole di bilancio, sottoscritte anche dall’esecutivo, proteggono i Paesi in un’unione monetaria senza unione fiscale. La flessibilità deve restare eccezionale e accompagnarsi alla responsabilità. De Romanis cita inoltre gli strumenti comuni europei, dal Mes al Next Generation Eu, da rendere strutturali: «La solidarietà si accompagna alla responsabilità. Se continuiamo a dipingere l’Europa come la colpevole di tutto, secondo me questo funziona poco».
Il risparmio che non arriva alle imprese
Serra chiude criticando la gestione del risparmio previdenziale: fondi pensione e casse, sostiene, non hanno investito nella più bella azienda italiana nata negli ultimi dieci anni, oggi valutata 30 miliardi in Borsa, sostenuta invece da investitori privati. Il risparmio obbligatorio è troppo regolamentato e i rendimenti non sono adeguati. Su 65 anni, osserva, la differenza tra un rendimento del 3% e uno del 7% porta a un capitale finale più di dieci volte superiore. Per chi oggi entra nel mondo del lavoro, è la differenza che può determinare la pensione di domani.
© Riproduzione riservata