Più ancora dei numeri, conta la tenuta. Giancarlo Giorgetti al Forum Teha di Cernobbio ha pronunciato una frase che restituisce bene la sua idea della politica economica. «Non avremmo fatto i fenomeni, però la barca è rimasta in galleggiamento». Quella barca ha attraversato due guerre, una crisi energetica e una crescita europea anemica, senza tornare nell’angolo da cui era uscita. La scommessa del Tesoro è dimostrare che disciplina dei conti e crescita non sono nemiche. Nel Dfp il governo aveva indicato per il 2026 una crescita dello 0,6%; ora Giorgetti osserva che «per ora abbiamo acquisito lo 0,8%» e che, «se le cose vanno come da indicatori, potremmo avvicinarci all’1%». «Se io guardo agli amici francesi, che sono ben oltre il 3% del deficit del Pil, hanno una crescita quest’anno che è circa la metà della nostra. Questo non è automatico». Spendere di più non significa automaticamente crescere di più. Con un debito elevato, il deficit può trasformarsi in maggiori interessi.
È qui che si comprende il valore della riduzione dello spread. Giorgetti considera la stabilità finanziaria una leva economica: «La stabilità finanziaria che abbiamo conseguito in questi anni, in termini di capacità di gestione del debito pubblico, ci ha consegnato la capacità di affrontare con diverso atteggiamento la tempesta che si sta profilando sul mercato dei bond e dei tassi a lungo termine». «Quando ogni 14 giorni usciamo a vendere Btp sul mercato, ci rivolgiamo a dei risparmiatori in Italia e nel mondo». E «se uno non si fida di te, i suoi risparmi non te li dà, o meglio, te li dà e te li fa pagare moltissimo».
Il 22 settembre può arrivare un altro tassello, con il dato definitivo Istat sul deficit/Pil 2025. Giorgetti non si sbilancia: «Vedremo se avremo un millesimale in più o in meno rispetto a questo benedetto 3%. Prendo atto delle regole, sono quelle che dobbiamo accettare». Se l’Italia sarà sotto la soglia, uscirà dalla procedura per disavanzo eccessivo. C’è però un punto interessante nelle tesi del ministro.
Giorgetti ha alluso a Romano Prodi, che nel 2002 definì il Patto di stabilità «stupido come tutte le decisioni rigide, ma necessario», chiedendo «uno strumento più intelligente e con maggiore flessibilità». Dopo 25 anni il problema resta: le regole servono, ma devono adattarsi a guerre e shock. Il nodo europeo è definire un quadro normativo credibile e intelligente, capace di proteggere la stabilità senza ignorare le crisi aggravandole. Il fatto che la citazione non sia stata esplicita lascia intendere come il raggiungimento di questo obiettivo possa trasformarsi in una vera e propria fatica di Sisifo.
La conseguenza è una filosofia precisa: non spendere semplicemente di più, ma spendere meglio. La prima è la demografia. «Il deserto demografico bussa alla porta», avverte Giorgetti. Per questo «sicuramente la legge di bilancio dovrà dare un occhio di riguardo su tutto questo aspetto». La natalità diventa così anche politica economica: meno giovani significa meno lavoratori e minore crescita. Sulla questione salariale il ministro ha tenuto sempre un profilo moderato, precisando che non si tratta di un dossier di cui lo Stato debba interamente farsi carico. «Il governo è disposto a fare la sua parte anche in termini di incentivi fiscali o, se vogliamo, contributivi», ma «ci devono essere gli imprenditori che devono vedere questa come una delle prime forme di investimento in assoluto per far partire un ciclo economico». Sono le stesse tesi che il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha espresso a più riprese. Migliorare le retribuzioni è un processo nel quale l’intero sistema produttivo e istituzionale deve essere coinvolto.
La barca è rimasta a galla mentre il mare diventava più mosso. Giorgetti ricorda che l’Italia «paga le due guerre a cui assistiamo, quella del Medio Oriente e quella in Ucraina» e «le paga due volte e a potenza elevata», perché alla crisi internazionale si somma la vulnerabilità energetica costruita negli anni. Il decreto energia dovrà proteggere famiglie e imprese senza trasformare l’emergenza in spesa permanente. È, del resto, uno dei vincoli che rendono ancora più significativo il risultato della crescita. Giorgetti insiste sul fatto che «senza energia non si fa economia» e che l’Italia resta «un Paese particolarmente esposto», anche per «decisioni politiche di tanti anni fa» e per «l’insipienza della classe politica». La lezione per il governo è chiara: la sicurezza energetica è ormai parte integrante della politica industriale e della sicurezza nazionale.
Poi c’è la sfida dell’intelligenza artificiale, che il ministro considera «un driver fondamentale per la crescita» e determinante «in termini di sicurezza e di sovranità tecnologica». L’iperammortamento è un tassello: serve una filiera per competere con Usa e Cina. Non basta incentivare l’acquisto di tecnologia; occorre costruire competenze, imprese, capitale e infrastrutture attorno a una filiera nazionale ed europea. Qui acquista senso la formula del «sovranismo pragmatico». Giorgetti si definisce «un sovranista» e considera la capacità di gestire il debito «una grande dimostrazione di sovranismo pragmatico». Perché «si può essere sovranisti sparando le grosse, si può essere sovranisti facendo i fatti».
È l’opposto del sovranismo delle promesse senza copertura: l’interesse nazionale va perseguito dentro le condizioni date. «Bisogna dire cose che si possono fare, non che non si possono fare». La prudenza non è rinuncia: conti credibili significano più scelta. È la distanza dal sovranismo di Vannacci: un ministro deve misurare ogni promessa con risorse e vincoli.
La politica di Giorgetti si può leggere in tre parole: tenuta, selezione, credibilità. La crescita potrebbe arrivare vicino all’1%, mentre la riduzione dello spread e i giudizi delle agenzie di rating (cinque promozioni in quattro anni) hanno certificato il miglioramento della posizione italiana. La rotta è tracciata: meno spesa improduttiva, più investimenti e più produttività. La barca non deve soltanto galleggiare.
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