I data center sono infrastrutture strategiche per banche, pubblica amministrazione, industria e intelligenza artificiale. In Italia, però, lo sviluppo rischia di rallentare tra norme frammentate e resistenze locali. È quanto emerge dalla ricerca di mercato 2026 di Ida, presentata al Data Center Symposium con i ministri Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin.
La capacità commerciale è di 460 megawatt, ma i progetti già identificati potrebbero portarla a 2 gigawatt entro il 2031, con 36,9 miliardi di investimenti infrastrutturali tra il 2026 e il 2036 e fino a 26 mila occupati stabili. «I 37 miliardi sono solo e soltanto infrastruttura: non ci sono apparati attivi, server, non c’è Nvidia», precisa il direttore generale di Ida, Floriano Monteduro.
Parte della ricaduta economica resterà sul territorio: anche i general contractor internazionali, sottolinea il presidente Luca Beltramino, «fanno degli appalti, quindi hanno dei subfornitori locali». La «regola del 3» prevede che ogni 100 megawatt generino circa 3 miliardi di fatturato tra effetti diretti, indiretti e indotto e 3 mila posti di lavoro nei primi quattro anni. «Stiamo generando una filiera di aziende italiane o comunque made in Italy che è veramente robustissima», osserva Monteduro.
Oggi oltre l’80% della capacità operativa è concentrato a Milano e nel suo hinterland, dove i progetti in costruzione e in sviluppo basteranno da soli a raddoppiarla. Roma è il secondo polo e al 2031 potrebbe salire a 217 megawatt, dieci volte gli attuali 21. Seguono Torino (da 19 a 38), Napoli e la Campania (da 3 a 35) e la Puglia (da 10 a 19), mentre Sicilia e Sardegna puntano sull’approdo dei cavi sottomarini.
Il principale ostacolo è l’incertezza normativa. L’autorizzazione unica introdotta dal Mase è, secondo Beltramino, «un’ottima norma perché ovviamente accelera i tempi», ma riguarda solo il versante ambientale. «La parte urbanistica va sempre discussa con i Comuni e quindi quella parte rimane un po’ il punto interrogativo». C’è poi il rischio che ogni Regione proceda per conto proprio. Da qui la richiesta di una disciplina nazionale: «Gli investitori hanno bisogno di certezza e se abbiamo 21 leggi diverse è ovvio che risulta poi complicato».
Anche sul fronte elettrico, Monteduro invita a guardare ai numeri: a fronte di 143 gigawatt di capacità produttiva e consumi istantanei tra 30 e 35, i data center ne richiederanno circa 2 nei prossimi cinque anni. Terna, riferisce, ha assicurato: «Per voi abbiamo a disposizione 9 gigawatt». Il settore è tra i principali acquirenti di rinnovabili, sottolinea Monteduro. I clienti riconoscono un prezzo maggiore per l’energia pulita, favorendo i Ppa, contratti decennali di acquisto di energia rinnovabile. Secondo la ricerca, il 97% dell’elettricità utilizzata dal comparto nel campione europeo proviene da fonti a basse emissioni.
Le resistenze arrivano anche dai territori: la Rete nazionale dei comitati Stop Data Center ha chiesto una moratoria. All’assemblea pubblica del 5 ottobre organizzata dal Comune di Roma con il Mase, racconta Monteduro, su 150 partecipanti una ventina erano esponenti di centri sociali e residenti; gli altri ascoltavano in silenzio. Il ministero ha ricordato che le autorizzazioni sono statali e coinvolgono circa 70 tecnici, con controlli anche senza preavviso.
«Qui non siamo negli Stati Uniti, dove per fare un data center basta mettere quattro paletti in un campo di grano e domani mattina nasce Colossus, grande quanto la Fiera di Milano», puntualizza Monteduro. In Italia, spiega, non si possono usare gruppi elettrogeni per produrre energia in modo ordinario, installare impianti turbogas o sfruttare l’acqua. Con alcuni oppositori, però, il dialogo si interrompe: «A noi non interessano i dati tecnici, per noi è una questione politica, noi non li vogliamo, punto». I residenti sono invece preoccupati dalla vicinanza degli impianti: «Non siamo contro la tecnologia, ma di fatto noi non la vogliamo a fianco a casa».
Anche il consumo di suolo alimenta le obiezioni, ma molti progetti recuperano aree industriali dismesse: l’ex sito Eni di Rho o la sede di Postal Market a Segrate, abbandonata da vent’anni. «Noi riduciamo l’occupazione di suolo perché abbiamo bisogno di meno spazio rispetto alle vecchie industrie», spiega Monteduro. La scarsa conoscenza porta a confondere il modello italiano con quello americano, nonostante le differenze normative.
La ricerca stima 111 milioni di euro tra contributi e opere collegate ai progetti e 29,6 milioni l’anno di fiscalità immobiliare, di cui circa 9 milioni destinati ai territori, oltre a investimenti nelle reti e iniziative di formazione.
Per accelerare lo sviluppo, Beltramino chiede una defiscalizzazione «automatica visto che il settore è stato definito dalla politica un settore strategico». Invoca inoltre l’accesso alle agevolazioni per le imprese energivore, perché il costo dell’elettricità «crea un fattore di non competitività». Gli incentivi dovrebbero favorire le aree da rilanciare.
E se la domanda non crescesse come previsto? «Secondo me è un falso problema per l’Italia», risponde Beltramino. La capacità nazionale è circa un terzo di quella di altri Paesi europei, mentre hub come Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino affrontano «crisi di capacità elettrica». La sfida è recuperare il ritardo. «Siamo indietro di 15 anni sulle infrastrutture digitali», sottolinea Monteduro. Colmare il divario significa creare le condizioni per un’intelligenza artificiale europea autonoma: «Speriamo che da qui a 5-6 anni avremo anche noi intelligenza artificiale nostra, europea».
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