L’economia blu e la pesca sono risorse chiave per il nostro Paese. Settori vitali ma sotto attacco, come spiega a Moneta Daniela Borriello, responsabile nazionale di Coldiretti Pesca, in prima linea anche in Europa per difendere la Flotta Italia. Tanto che mercoledì è stata protagonista di un evento al Parlamento Ue ospitato dall’onorevole Giuseppe Lupo, a cui hanno partecipato anche il commissario alla Pesca Kostas Kadis, il ministro Francesco Lollobrigida e la presidente della commissione Pesca dell’Eurocamera, Carmen Crespo.
Dottoressa Borriello, qual è oggi lo stato di salute della pesca italiana?
«La pesca si è ritagliata un ruolo importante nell’agroalimentare, ma è in forte sofferenza. Oggi la nostra flotta conta 12mila barche e un giro d’affari vicino ai 750 milioni di euro. Il problema è che in pochi anni abbiamo perso un terzo delle imbarcazioni. Costi alle stelle, burocrazia e scelte Ue sbagliate ci stanno affondando. Parliamo di un comparto che non rappresenta soltanto un settore economico, ma un presidio sociale, culturale e ambientale per centinaia di comunità costiere. Ogni imbarcazione che scompare significa perdere occupazione, professionalità e tradizioni che fanno parte dell’identità del nostro Paese. Il rischio concreto è quello di desertificare intere aree costiere che vivono di pesca da generazioni».
Quali sono i numeri della crisi che denunciate?
«Primo, l’import è schizzato all’85%. Quarant’anni fa era il 30%. Produciamo 130 milioni di chilogrammi di pesce, ma ne importiamo 780 milioni. Secondo, il caro gasolio. Con la crisi in Medio Oriente il prezzo del carburante è raddoppiato e incide per circa il 50% sui costi di un’impresa. Molte barche restano ferme perché lavorare significa andare in perdita. Terzo, i cambiamenti climatici. Mari più caldi, morie di pesci e molluschi, invasione del granchio blu che distrugge gli ecosistemi. Tutto questo si traduce in una riduzione della produzione nazionale e in una crescente dipendenza dall’estero. Oggi parte del pesce consumato sulle tavole italiane arriva da altri Paesi, spesso con regole produttive, ambientali e sociali molto diverse da quelle imposte ai nostri pescatori. È un tema che riguarda direttamente anche la sovranità alimentare del Paese».

L’acquacoltura è sempre stata indicata come una risposta. Anche in questo comparto c’è crisi?
«Sì, e gravissima. L’acquacoltura made in Italy vale mezzo miliardo di euro. Cozze e vongole sono eccellenze, e crescono le ostriche. Ma oggi è in emergenza. Il surriscaldamento e la mancanza di ossigeno hanno distrutto fino al 70% della produzione di mitili in alcune aree del Delta del Po e del Golfo di Taranto. Soltanto nel periodo 2024-2025 la produzione di cozze in Veneto ed Emilia Romagna è crollata del 40%. A questo si aggiungono i danni da granchio blu: il comparto ha subito oltre 100 milioni di euro di perdite. Preda il novellame e distrugge gli impianti. Poi c’è la crisi idrica. Siccità e cuneo salino stanno mettendo in ginocchio valli da pesca e impianti a terra. Parliamo di emergenze che rischiano di compromettere la capacità produttiva nazionale proprio in un momento in cui l’acquacoltura potrebbe rappresentare una risposta strategica alla crescente domanda di prodotto ittico italiano. Senza interventi strutturali il rischio è perdere competitività e aumentare ulteriormente la dipendenza dalle importazioni».
Quindi dove vedete la risposta per il futuro dei comparti acquacoltura e pesca?
«L’acquacoltura resta strategica per la sovranità alimentare. Ma va difesa preservando gli spazi in mare da destinare agli impianti, attraverso un processo di sburocratizzazione per agevolare il rilascio delle concessioni e lavorando sull’accettabilità sociale del prodotto ittico allevato nei confronti di quello pescato. Per la pesca c’è, invece, il tema dei giovani e dell’innovazione. Serve meno burocrazia e più formazione per dare futuro al mestiere di pescatore affinché possa garantirsi un ricambio generazionale adeguato e professionale anche attraverso un sistema legislativo organico e con normative chiare. Il tema della decarbonizzazione resta invece centrale per un processo innovativo che deve riguardare l’intera flotta peschereccia italiana che necessità di un ammodernamento ormai indispensabile anche per garantire livelli di sicurezza a bordo sempre più elevati e vicini agli standard europei».
Cosa chiedete concretamente all’Europa?
«Che la pesca non venga trattata come settore marginale. Chiediamo un capitolo autonomo nel bilancio Ue con almeno 7,3 miliardi di euro. Sono risorse per tre cose: transizione energetica e decarbonizzazione della flotta, ricambio generazionale, competitività delle imprese. E dentro esserci un fondo specifico per l’acquacoltura, per difenderla dal clima e dalle specie aliene. Servono strumenti veri, non promesse».
Il 24 giugno eravate a Bruxelles per “L’Europesca che vogliamo”. Cosa avete portato a casa?
«Abbiamo portato queste richieste al Parlamento Europeo e alla Commissione. Abbiamo detto con forza che in gioco non c’è solo il futuro delle marinerie europee. C’è il reddito di migliaia di famiglie. C’è il diritto dei cittadini ad avere cibo sano, sicuro e italiano sulle tavole. Da Bruxelles abbiamo avuto ascolto. Ora aspettiamo i fatti sul bilancio 2028-2034. Coldiretti Pesca non molla. Difendiamo il mare e chi lo vive. Accanto a questo occorre investire maggiormente in ricerca e innovazione, favorendo l’introduzione di nuove tecnologie e strumenti digitali capaci di migliorare la sostenibilità e la competitività delle imprese. Le marinerie italiane hanno dimostrato grande capacità di adattamento, ma non possono affrontare da sole sfide globali così complesse».
Quanto conta oggi il ruolo dei cittadini nella difesa della pesca italiana?
«Conta moltissimo. Scegliere pesce italiano significa sostenere il lavoro dei pescatori, difendere il reddito delle imprese e garantire un futuro alle comunità costiere. È fondamentale leggere attentamente l’etichetta e verificare sempre l’origine del prodotto. Portare sulle tavole pesce made in Italy significa scegliere qualità, sicurezza alimentare, tracciabilità e sostenibilità. Anche i consumatori possono fare la loro parte nel difendere un patrimonio produttivo e culturale unico».
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